Un sottomarino automatizzato ha recuperato per caso una fotocamera con esca utilizzata nella caccia al mostro di Loch Ness, rimasta sul fondale del celebre lago scozzese per oltre mezzo secolo. Il dispositivo, parte di un ambizioso progetto scientifico degli anni Settanta, è stato ritrovato a circa 180 metri di profondità durante una spedizione di collaudo del National Oceanography Centre del Regno Unito, riportando alla luce frammenti di una storia affascinante e le enigmatiche immagini catturate durante la sua lunga permanenza nelle acque torbide del lago.
La fotocamera recuperata rappresenta uno dei sei dispositivi ingegnosi installati nel 1970 dal professor Roy Mackal dell’Università di Chicago, biologo che collaborava con il Loch Ness Investigation Bureau. Questa organizzazione, fondata nel 1962 da personalità pubbliche come Norman Collins, Peter Scott e il parlamentare David James, aveva come obiettivo dichiarato quello di studiare il lago per identificare la creatura conosciuta come mostro di Loch Ness o determinare le cause degli avvistamenti. Il Bureau rappresentava un tentativo senza precedenti di applicare metodo scientifico e tecnologie all’indagine su quella che per molti rimaneva una leggenda popolare, trasformando la passiva attesa del mostro in una caccia attiva mediante l’utilizzo di strumentazioni sofisticate.
Adrian Shine, fondatore del Loch Ness Project che dal 1975 studia il lago e i suoi misteri, ha riconosciuto immediatamente il dispositivo recuperato dal sottomarino robotico. Si trattava di una fototrappola particolarmente ingegnosa, composta da una macchina fotografica Instamatic a orologeria con un cubo flash incorporato, progettata per scattare automaticamente quattro fotografie quando una lenza esca veniva disturbata, potenzialmente da una creatura di passaggio. Questo sistema rappresentava l’avanguardia della tecnologia di monitoraggio subacqueo dell’epoca, testimoniando l’impegno e l’inventiva degli scienziati che dedicavano risorse considerevoli alla ricerca della sfuggente creatura lacustre.
Durante una violenta tempesta che si abbatté sul lago nello stesso anno dell’installazione, tre delle sei fotocamere andarono disperse nelle profondità del Loch Ness. La fotocamera recuperata è rimasta ancorata al fondale per cinquantacinque anni, preservata in modo straordinario all’interno della sua custodia protettiva che, nonostante le condizioni estreme e la pressione esercitata dalla profondità, è riuscita a mantenere il dispositivo completamente asciutto. Questo risultato tecnico appare tanto più notevole considerando che la fotocamera giaceva a circa 180 metri sotto la superficie, in un ambiente caratterizzato da temperature costantemente basse, intorno ai sette gradi centigradi, e da correnti subacquee potenti che percorrono il fondale del lago.
Il ritrovamento della fototrappola è avvenuto per puro caso durante le prove di collaudo del sottomarino autonomo Boaty McBoatface, veicolo subacqueo del National Oceanography Centre di Southampton che dal 2017 viene utilizzato per esplorazioni oceaniche in ambienti estremi, incluse le acque sotto le calotte glaciali antartiche. L’elica del sottomarino giallo si è impigliata nell’ormeggio che teneva ancorata la fotocamera al fondale, portando involontariamente in superficie questo prezioso cimelio della storia della caccia a Nessie. Il nome Boaty McBoatface, nato da una consultazione pubblica nel 2016 per denominare una nuova nave di ricerca polare britannica, è stato assegnato al sottomarino robotico dopo che le autorità del governo britannico decisero di chiamare invece la nave RRS Sir David Attenborough.
Uno degli aspetti più straordinari di questa scoperta riguarda lo stato della pellicola fotografica all’interno della camera. Nonostante oltre mezzo secolo trascorso nelle profondità del lago, gli ingegneri del National Oceanography Centre sono riusciti a sviluppare la pellicola Instamatic, rivelando una serie di immagini che documentano l’oscuro ambiente subacqueo del Loch Ness. Le fotografie mostrano il fondale torbido e misterioso del lago, caratterizzato da acque particolarmente scure a causa della torba che viene continuamente dilavata dal terreno circostante e che conferisce al lago quella colorazione quasi nera che contribuisce alla sua atmosfera sinistra e affascinante. Nelle immagini si distinguono strane macchie e linee di difficile interpretazione, probabilmente dovute alle forti correnti subacquee che percorrono il fondale e che potrebbero aver attivato il meccanismo automatico della fotocamera, oppure aberrazioni della pellicola stessa o parti dell’ormeggio che manteneva fissa la fototrappola.
Naturalmente, le immagini sviluppate non mostrano alcuna traccia del leggendario Nessie. Il lago di Loch Ness, situato nelle Highlands scozzesi a sud ovest di Inverness, si estende per circa trentasette chilometri di lunghezza con una larghezza media di circa un chilometro e mezzo, raggiungendo una profondità massima che supera i 230 metri, rendendolo il secondo lago più profondo della Scozia dopo il Loch Morar. Per volume d’acqua, il Loch Ness contiene più acqua di tutti i laghi dell’Inghilterra e del Galles messi insieme, costituendo il più grande specchio d’acqua della valle Great Glen, un’antica faglia geologica che taglia le Highlands da Inverness a Fort William. Proprio questa profondità eccezionale e l’ambiente oscuro hanno alimentato per decenni la possibilità che qualcosa di grande e misterioso potesse nascondersi nelle sue acque senza essere rilevato.
La leggenda del mostro di Loch Ness affonda le radici in tempi antichissimi. La prima testimonianza storica di una creatura nel lago risale al 565 dopo Cristo, quando secondo la biografia medievale scritta da Adamnano di Iona, San Columba avrebbe assistito sulla riva del fiume Ness all’aggressione di una bestia d’acqua che aveva sbranato e trascinato sott’acqua un uomo nonostante i tentativi di salvarlo. La popolarità moderna di Nessie esplose tuttavia nell’aprile del 1933, quando i coniugi Mackay, proprietari di un albergo sulla riva del lago a Drumnadrochit, riferirono di aver visto delle strane gobbe emergere dall’acqua mentre percorrevano la nuova strada costruita lungo la sponda settentrionale del lago. L’articolo pubblicato dall’Inverness Courier scatenò un interesse mediatico senza precedenti che trasformò il mostro di Loch Ness in un fenomeno globale.
Nel novembre del 1933 venne scattata la prima fotografia attribuita al mostro da Hugh Gray, che mostrava un lungo corpo sinuoso che nuotava in superficie facendo ribollire l’acqua intorno. L’immagine più celebre e controversa rimane tuttavia quella scattata nell’aprile 1934 dal chirurgo Robert Kenneth Wilson, pubblicata in prima pagina dallo Scottish Daily Record, che sembrava ritrarre un animale dal collo lungo simile a un plesiosauro. Quella fotografia, sebbene successivamente dimostratasi un falso realizzato con un modellino, contribuì definitivamente a consolidare nell’immaginario collettivo l’immagine di Nessie come creatura preistorica sopravvissuta nell’isolamento del lago scozzese.
Il Loch Ness Investigation Bureau, operativo dal 1962 fino allo scioglimento avvenuto nel 1972, rappresentò il culmine degli sforzi organizzati per documentare scientificamente l’esistenza del mostro. L’organizzazione ricevette nel 1967 un finanziamento di ventimila dollari dalla World Book Encyclopedia per sostenere un programma biennale di osservazione diurna da maggio a ottobre, utilizzando telecamere cinematografiche da trentacinque millimetri montate su unità mobili con lenti da venti pollici, e una con lente da trentasei pollici posizionata ad Achnahannet, vicino al punto medio del lago. Con le unità mobili posizionate in piazzole di sosta, circa l’ottanta per cento della superficie del lago risultava coperta dall’osservazione. Il Bureau incoraggiava gruppi di volontari autofinanziati a sorvegliare il lago da punti panoramici con telecamere dotate di lenti telescopiche, creando una rete capillare di osservazione che secondo il rapporto annuale del 1969 contava milletrentatré membri, di cui cinquecentoottantotto provenienti dal Regno Unito.
Roy Mackal, che ricoprì la carica di direttore scientifico del Loch Ness Investigation Bureau dal 1965 fino alla chiusura dell’organizzazione, aveva raccolto cinquemila dollari in America per finanziare le attività del Bureau e portò un approccio più attivo alla ricerca, progettando persino un arpione per biopsia da fissare a un sottomarino per raccogliere campioni di tessuto della presunta creatura. Nonostante l’impegno profuso, il team non ebbe mai l’opportunità di utilizzare questi strumenti e non riuscì a fornire prove conclusive dell’esistenza del mostro. Mackal stesso tuttavia rimase convinto che qualcosa vivesse sotto le acque dopo aver registrato il proprio avvistamento personale della creatura nel 1970, suggerendo nel suo libro del 1976 intitolato The Monsters of Loch Ness che una popolazione di grandi anfibi sconosciuti potesse vivere nel lago, ipotesi che modificò successivamente proponendo che si trattasse di zeuglodoni, balene serpentiformi ritenute estinte da milioni di anni.
La fotocamera recuperata, insieme alla pellicola sviluppata e alla custodia protettiva, è stata consegnata dai ricercatori del National Oceanography Centre al Loch Ness Centre di Drumnadrochit, situato nelle vicinanze del punto di recupero, dove arricchisce la collezione di cimeli legati alla caccia alla leggendaria creatura acquatica. Nagina Ishaq, direttore generale del Loch Ness Centre, ha dichiarato che sono passati più di novant’anni dal primo avvistamento di Nessie e da allora sono state effettuate numerose spedizioni per trovare l’inafferrabile bestia. Il centro si impegna a essere custode di questa storia unica, investendo nella creazione di un’esperienza indimenticabile per i visitatori e aiutando a continuare la ricerca per svelare i misteri che si celano sotto le acque del famoso lago, ringraziando il National Oceanography Centre per aver consegnato la pellicola e la fotocamera nascoste per oltre cinquant’anni affinché tutti possano venire a scoprirle e lasciarsi ispirare da ciò che potrebbe essere nascosto nel misterioso lago.
Adrian Shine, che ha dedicato oltre cinquant’anni allo studio del Loch Ness e si definisce uno scettico comprensivo, ha recentemente attribuito molti degli avvistamenti di Nessie a fenomeni naturali, in particolare a uccelli acquatici come cigni, cormorani e smerghi che hanno il collo lungo e possono facilmente essere scambiati per la creatura leggendaria, oppure a scie di barche che creano effetti ottici sulla superficie dell’acqua. Nel suo lavoro scientifico, Shine ha sottolineato che il Loch Ness, nonostante la sua profondità e vastità, possiede una biomassa insufficiente a sostenere una creatura di grandi dimensioni, citando il fatto che persino le foche grigie che occasionalmente entrano nel lago non trovano cibo sufficiente per sostentarsi a lungo, rendendo biologicamente implausibile la sopravvivenza di un animale simile a un plesiosauro.
La comunità scientifica contemporanea, rappresentata da figure come Tim Coulson, professore di Zoologia presso l’Università di Oxford, considera l’esistenza del mostro di Loch Ness un’impossibilità biologica. L’assenza di resti scheletrici nella regione, il fatto che nessuno abbia mai catturato una simile creatura nelle reti da pesca, e l’assenza di fossili di plesiosauri risalenti a meno di sessantasei milioni di anni fa costituiscono prove convincenti che Nessie non esiste. Se una popolazione di grandi creature preistoriche vivesse nel lago, sarebbe necessaria la presenza di molte centinaia di individui per sostenere una popolazione riproduttiva vitale, e risulta semplicemente implausibile che molteplici esemplari di grandi dimensioni possano evitare ogni serio controllo scientifico in un corpo d’acqua confinato come il Loch Ness, per quanto profondo e vasto.
Nonostante le evidenze scientifiche che smentiscono l’esistenza della creatura, la leggenda del mostro di Loch Ness continua a prosperare, alimentando un’industria turistica significativa per questa regione delle Highlands scozzesi. Il mito di Nessie rappresenta ormai un elemento culturale imprescindibile dell’identità scozzese, attirando visitatori da tutto il mondo desiderosi di esplorare le acque scure del lago nella speranza di scorgere qualcosa di misterioso emergere dalla superficie. Il recupero della fototrappola perduta da cinquantacinque anni aggiunge un ulteriore capitolo affascinante a questa saga, rappresentando un pezzo tangibile di storia che testimonia l’ingegno, la dedizione e la passione di coloro che hanno dedicato anni della propria vita alla ricerca di una creatura che, con ogni probabilità, non è mai esistita al di fuori della fantasia umana e della necessità atavica di popolare gli spazi sconosciuti e misteriosi del mondo naturale con presenze straordinarie e meravigliose. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
