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Guerra Iran, L’eterna incoerenza di Conte: paladino del diritto internazionale a corrente alternata

Il leader M5S condanna con forza l’attacco Usa-Israele all’Iran invocando il diritto internazionale, ma mantiene da anni una posizione contraria agli aiuti militari all’Ucraina.
Credit © Rai

Esiste una costante nella parabola politica di Giuseppe Conte che attraversa indenne governi, alleanze e scenari geopolitici in continua trasformazione: la selettività con cui il leader del Movimento 5 Stelle applica i principi del diritto internazionale. Una selettività che, con il trascorrere degli anni e l’accumularsi degli eventi, ha assunto i contorni di una contraddizione strutturale, difficilmente riconducibile a semplici sfumature di posizione o a legittime evoluzioni del pensiero politico.

Fin dai primi mesi successivi all’invasione russa dell’Ucraina, avviata il 24 febbraio 2022, la posizione di Conte si è distinta per una progressiva e sempre più marcata resistenza all’invio di armi a Kiev. Una resistenza che, con il passare del tempo, si è trasformata in una vera e propria battaglia politica condotta sia in Parlamento sia nel dibattito pubblico. Il Movimento 5 Stelle ha sistematicamente votato contro ogni nuova autorizzazione all’invio di forniture militari all’Ucraina, collocandosi su una posizione che converge, non senza imbarazzo per entrambe le parti, con quella della Lega di Matteo Salvini, storicamente avversario dell’area politica che Conte pretende di rappresentare.

La logica sottesa a questa posizione è quella della trattativa e del dialogo come unica via percorribile per porre fine al conflitto, con la conseguenza implicita — mai esplicitata apertamente, ma evidente nelle sue conseguenze pratiche — che sospendere i rifornimenti militari a un paese aggredito equivale a ridurne la capacità di resistenza e, nella sostanza, a favorire l’obiettivo dell’aggressore. Contro il decreto che prorogava gli aiuti militari all’Ucraina nel dicembre 2025, il Movimento 5 Stelle si è schierato con nettezza, alimentando ulteriori tensioni all’interno del panorama politico italiano, dove la maggioranza di governo si trovava già divisa sulla questione.

Ciò che colpisce, tuttavia, non è tanto la posizione in sé, per quanto controversa, quanto il metro con cui Conte ha deciso di misurarla a seconda del contesto geopolitico. In occasione dei bombardamenti condotti da Stati Uniti e Israele contro i siti nucleari iraniani, avvenuti nel dicembre 2025, la reazione del leader pentastellato è stata immediata e durissima. L’attacco in Iran di Trump, a fianco del criminale Netanyahu, è un atto grave e pericoloso“, ha scritto Conte sui social, aggiungendo che l’attacco “stava riportando indietro le lancette della storia” e che si stava “rit ornando alla legge del più forte”. La violazione della Convenzione di Ginevra è stata invocata esplicitamente.

Eppure, in nessun passaggio delle sue dichiarazioni sull’Iran, Conte ha ritenuto opportuno rivolgere all’Iran la medesima sollecitazione alla resa o alla capitolazione che, implicitamente, rivolge all’Ucraina ogni volta che ne chiede la cessazione degli aiuti militari. Il regime teocratico di Teheran non è stato invitato a deporre le armi né a rinunciare al proprio programma nucleare in cambio della pace. Nessun invito alla trattativa rivolto alla parte aggredita, nessuna pressione sull’aggressore affinché si ritiri: solo una condanna dell’intervento armato occidentale, formulata con un vigore che non trova riscontro nelle ben più tiepide prese di posizione sull’invasione russa di un paese sovrano europeo.

Il cortocircuito è stato reso ancora più evidente dallo scontro parlamentare tra Conte e il ministro degli Esteri Antonio Tajani, andato in scena nei primissimi giorni di marzo 2026. In quell’occasione, Tajani ha ricordato pubblicamente all’ex premier un dettaglio scomodo della sua biografia politica: Trump non mi chiama Tony, a lei la chiamava Giuseppi“. Un riferimento puntuale alla celebre dinamica che si era sviluppata a partire dal G7 canadese del 2018, quando Trump aveva iniziato a storpiare affettuosamente il nome di Conte, ribattezzandolo con quel soprannome che sarebbe poi diventato un marchio identitario.

La storia di “Giuseppi” merita di essere raccontata nella sua completezza, perché è rivelatrice di quanto il rapporto tra Conte e Trump fosse non soltanto cordiale, ma attivamente coltivato e persino ostentato. Il 27 agosto 2019, nel pieno delle consultazioni tra il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico per la formazione del governo Conte 2, Trump scrisse un tweet in cui lodava “l’altamente rispettato primo ministro della Repubblica Italiana, Giuseppi Conte”, un endorsement pubblico e tempestivo che non passò inosservato. Secondo quanto ricostruito dall’ex portavoce di Palazzo Chigi Rocco Casalino, il soprannome era nato informalmente al G7 in Canada ed era diventato “una cosa molto divertente” all’interno dell’entourage governativo.

La simpatia era reciproca e documentata. Tre anni più tardi, nel settembre 2022, quando l’Italia si avviava verso le elezioni politiche, Trump si era informato sull’amico italiano tramite un corrispondente di Repubblica intercettato nel New Jersey: «Come sta andando il mio amico? Giuseppe, sì. Ho lavorato bene con lui, spero faccia bene». Un endorsement che aveva imbarazzato non poco Conte, nel frattempo riposizionatosi politicamente verso sinistra, al punto che lo stesso leader pentastellato era stato costretto a minimizzare e a tagliare corto: “Da presidente del Consiglio ho lavorato con Trump, abbiamo lavorato anche con Putin, ma sempre tutelando l’interesse nazionale”.

Eppure, nel 2020, la simpatia di Conte per Trump era già nota negli ambienti della maggioranza giallorossa. Fonti interne al governo, citate dal Corriere della Sera, avevano descritto un premier che, “in cuor suo tifa per The Donald”, in netta controtendenza rispetto alla sinistra italiana che lo sosteneva a Roma ma guardava con favore a Biden oltreoceano. Quella vicinanza, oggi accuratamente rimossa dalla narrazione che Conte costruisce di se stesso, è tornata prepotentemente alla luce nel momento in cui l’ex premier ha scelto di attaccare il governo Meloni accusandolo di essere “servile” nei confronti dell’amministrazione americana.

La questione, sul piano della coerenza politica, si fa quindi ancora più stringente. Conte accusa Meloni di subordinare la politica estera italiana agli interessi di Washington, ma lo fa sulla base di un percorso personale che lo aveva visto costruire e valorizzare, in prima persona, un rapporto privilegiato con quel medesimo Donald Trump che oggi indica come il principale responsabile della destabilizzazione dell’ordine internazionale. La stessa persona che “Giuseppi” considerava un interlocutore prezioso, tanto da lavorarci “bene” — parole sue — durante i propri governi.

Il quadro che emerge è quello di una linea politica che non risponde a un sistema di valori coerentemente applicato, bensì a una logica di posizionamento tattico che varia a seconda dell’avversario da colpire e del contesto elettorale in cui ci si trova. Quando l’aggressore è la Russia, il diritto internazionale lascia spazio alla realpolitik e alla “prospettiva di pace”; quando l’intervento è americano e israeliano, la stessa realpolitik sparisce e il diritto internazionale torna a occupare il centro del discorso. Una selettività che, indipendentemente da qualsiasi valutazione di merito sulle singole crisi geopolitiche, rappresenta il limite più evidente di una leadership che aspira a incarnare una visione del mondo alternativa, ma che fatica a renderla riconoscibile e uniforme nei suoi fondamenti. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!