Una scelta organizzativa presentata dalla dirigenza come atto di pluralismo si è trasformata in un caso politico nazionale: l’istituto superiore Sassetti-Peruzzi di Firenze ha allestito due aule separate per consentire agli studenti di fede musulmana di pregare durante il periodo del Ramadan, una destinata ai ragazzi e una alle ragazze, in osservanza del precetto islamico che prevede la separazione tra i sessi durante la preghiera. La decisione ha scatenato reazioni trasversali nel mondo politico, con Fratelli d’Italia in prima linea nell’attacco all’istituzione scolastica fiorentina.
Secondo quanto ricostruito, la vicenda ha preso avvio nelle prime settimane di febbraio 2026, quando il dirigente scolastico Osvaldo Di Cuffa aveva individuato un unico locale da destinare alla preghiera degli studenti musulmani iscritti all’istituto, accogliendo una richiesta avanzata dagli stessi alunni. In un comunicato pubblicato sui canali social della scuola, Di Cuffa aveva spiegato che «la scelta di rispondere positivamente alla richiesta degli studenti di poter usufruire di uno spazio quotidiano per il momento di preghiera nel periodo di Ramadan non è stata ideologica né tantomeno politica», definendola «solo una risposta concreta a una esigenza di una parte degli studenti» e precisando che un eventuale rifiuto «avrebbe potuto portare molti ragazzi ad assentarsi per parecchi giorni».
L’escalation si è verificata quando lo spazio inizialmente previsto è diventato insufficiente a soddisfare le pratiche religiose islamiche: poiché il rito islamico prescrive che uomini e donne preghino in luoghi distinti, l’istituto ha deciso di allestire una seconda aula, una per i maschi e una per le femmine, riservando in tal modo due locali scolastici all’esercizio del culto durante l’orario di lezione. A rendere ancora più controversa la questione, secondo quanto riferito dai consiglieri regionali di Fratelli d’Italia Jacopo Cellai e Matteo Zoppini, lo sdoppiamento degli spazi non sarebbe stato frutto di una richiesta esplicita da parte degli studenti, bensì un’iniziativa autonoma della dirigenza scolastica, adottata preventivamente per evitare eventuali polemiche legate a possibili discriminazioni di genere.
La reazione di Fratelli d’Italia non si è fatta attendere. I consiglieri regionali toscani del partito hanno parlato apertamente di «totale genuflessione alla cultura islamica da parte di chi dovrebbe invece rappresentare tutti», interrogandosi pubblicamente sul perché alle altre religioni non venga riservato il medesimo trattamento. «Una decisione che fa capire a che punto si sia arrivati pur di compiacere certi ambienti», hanno dichiarato Cellai e Zoppini in una nota congiunta, inserendo il caso nel più ampio dibattito sulla cosiddetta cultura woke nelle istituzioni scolastiche italiane.
Particolarmente pungente l’intervento dell’europarlamentare di FdI Francesco Torselli, che ha sottolineato la contraddizione tra l’accettazione delle stanze separate per il Ramadan — definite «sessiste» — e la sensibilità progressista abitualmente professata da una parte del mondo della scuola pubblica. «Prima si indignano se non vengono usati termini cacofonici come avvocata o dottora, ma pur di rinnegare la propria cultura e genuflettersi a quella altrui, accettano perfino le stanze sessiste dove celebrare il Ramadan a scuola», ha affermato Torselli, proponendo ironicamente la realizzazione di «una bella stanza arcobaleno per il prossimo Ramadan».
Le critiche non sono arrivate soltanto da FdI. Già nella fase iniziale della vicenda, le europarlamentari leghiste Susanna Ceccardi e Silvia Sardone, insieme al capogruppo comunale fiorentino della Lega Guglielmo Mossuto, avevano denunciato quello che hanno definito un caso di «due pesi e due misure»: la sinistra, secondo le parlamentari leghiste, combatte per la laicità quando si tratta di rimuovere crocifissi e presepi dagli edifici pubblici, salvo poi plaudire alla trasformazione di un’aula pubblica in spazio confessionale islamico. Anche il consigliere comunale di Noi Moderati Luca Santarelli aveva già sollevato la questione, ricordando come la maggioranza di centrosinistra avesse respinto una sua proposta di reintrodurre il crocifisso nelle aule delle scuole comunali fiorentine.
Il contesto politico locale ha contribuito ad amplificare ulteriormente le polemiche: a pochi giorni dall’esplosione del caso, il Consiglio comunale di Firenze aveva già bocciato una mozione che chiedeva il ritorno del presepe e del crocifisso nelle scuole cittadine, fornendo così ai partiti di centrodestra una ulteriore argomentazione a sostegno dell’accusa di «doppiopesismo» nei confronti delle istituzioni fiorentine. La sequenza degli eventi ha reso il caso Sassetti-Peruzzi emblematico di un dibattito molto più ampio, che investe non soltanto la città di Firenze ma l’intero sistema scolastico italiano e il modo in cui quest’ultimo gestisce la crescente diversità religiosa della propria popolazione studentesca.
Il dirigente scolastico Di Cuffa ha difeso la propria posizione facendo appello ai principi costituzionali, affermando che la decisione è stata adottata «nel rispetto del pluralismo e della laicità della scuola e di tutti i culti presenti, come dice la Costituzione» e richiamando la parità di trattamento tra le confessioni religiose: «come garantiamo ai cristiani l’insegnamento della religione e le festività, garantiamo alle altre confessioni pari diritti e il confronto tra culture». Una posizione che non ha tuttavia convinto le opposizioni, le quali hanno rilevato come nessun’altra religione disponga di spazi fisici dedicati al culto all’interno degli istituti scolastici statali italiani.
Al di là della polemica politica, il caso solleva interrogativi strutturali sul ruolo della scuola pubblica italiana in una società sempre più multireligiosa, e su dove si tracci il confine tra accoglienza delle diversità e mantenimento di una rigorosa neutralità confessionale degli spazi statali. Mentre la dirigenza del Sassetti-Peruzzi rivendica la propria scelta come espressione di laicità inclusiva, le forze politiche di centrodestra la interpretano come una deroga a quel principio, denunciando l’assenza di criteri uniformi nell’applicazione della separazione tra Stato e religione all’interno delle scuole pubbliche italiane. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
