Donald Trump riapre il fronte con gli alleati europei e porta anche l’Italia dentro il perimetro della sua offensiva politica sulla Nato. Nello Studio Ovale, rispondendo a una domanda su una possibile riduzione del contingente americano in Italia e Spagna dopo le tensioni legate alla guerra contro l’Iran, il presidente degli Stati Uniti ha detto “probabilmente”. Poi ha alzato il livello dello scontro con parole destinate a pesare nei rapporti bilaterali: “L’Italia non è stata di alcun aiuto. E la Spagna è stata terribile”. Trump ha quindi rivendicato la chiave politica del messaggio, spiegando: “È la Nato. Non è nemmeno una questione di quanto siano cattivi. Sarebbe un conto se avessero detto le cose con garbo”. Le dichiarazioni arrivano dopo analoghe minacce rivolte alla Germania e si inseriscono in una fase di forte attrito tra Washington e diversi partner europei sulla gestione del conflitto con Teheran e sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz.
La replica italiana è stata immediata ed è affidata al ministro della Difesa Guido Crosetto, che all’ANSA ha respinto l’impostazione della Casa Bianca. “Non ne capirei le ragioni. Come è evidente a chiunque, non abbiamo usato Hormuz. E ci siamo anche resi disponibili ad una missione per proteggere la navigazione. Cosa che peraltro è stata molto apprezzata dai militari americani”, ha detto il ministro, segnando una linea netta: Roma nega di essersi sottratta ai propri obblighi e rivendica invece una disponibilità operativa già manifestata sul dossier della sicurezza marittima. La distanza tra le due capitali, quindi, non riguarda soltanto il tono politico, ma anche la lettura dei fatti e del contributo italiano nella crisi medio-orientale.
Sul piano concreto, la minaccia di Trump tocca una presenza militare che in Italia ha un peso strategico di primo livello per l’architettura americana nel Mediterraneo. Secondo i dati richiamati da Reuters sulla base del Defense Manpower Data Center, a fine 2025 l’Italia ospitava 12.662 militari americani in servizio attivo, un numero che nella comunicazione pubblica viene spesso arrotondato a circa 13 mila. Il contingente è distribuito soprattutto tra Vicenza, Aviano, Napoli e la Sicilia, snodi essenziali per le operazioni statunitensi verso l’Europa meridionale, il Nord Africa e il Medio Oriente. Nello stesso quadro, Reuters segnala che in Europa erano schierati oltre 68 mila militari Usa, con la Germania che resta il principale hub continentale.
Aviano, in Friuli-Venezia Giulia, è uno dei cardini della presenza americana: il sito ufficiale dell’Aviano Air Base lo presenta come la base del 31st Fighter Wing dell’US Air Force, cioè una delle piattaforme aeree più rilevanti del dispositivo Usa in Europa. Vicenza è invece il centro della presenza dell’esercito americano in Italia: il portale ufficiale di USAG Italy collega il presidio di Caserma Ederle e Del Din alla struttura della guarnigione statunitense nel Paese, mentre il sito della 173rd Airborne Brigade ricorda che la brigata è schierata in avanti tra Italia e Germania come forza di risposta rapida per i comandi Usa in Europa, Africa e area centrale. A Napoli ha sede Naval Support Activity Naples, che secondo i canali ufficiali della Marina funge da quartier generale per le forze navali Usa in Europa e in Africa e per la Sesta Flotta, confermando il valore politico-militare del capoluogo campano ben oltre la sola dimensione logistica.
In Sicilia, infine, Sigonella resta un altro punto decisivo. Il sito ufficiale della base la definisce “The Hub of the Med” e spiega che la Naval Air Station Sigonella, installata su base dell’Aeronautica militare italiana, ospita oltre 39 comandi e attività statunitensi e alleate. La sua collocazione geografica, a ridosso del Mediterraneo centrale, la rende cruciale per sorveglianza, mobilità, supporto aeronavale e collegamento con i teatri più sensibili che vanno dal Levante al Nord Africa. È proprio questa geografia operativa a rendere l’ipotesi di un ridimensionamento più complessa di quanto suggerisca la polemica politica del momento: colpire l’Italia significherebbe intervenire su una delle infrastrutture chiave della proiezione americana nell’area euro-mediterranea.
Resta da capire se quella di Trump sia una minaccia negoziale o l’avvio di una revisione reale del dispositivo militare statunitense in Europa. Per ora, dalle sue parole emerge soprattutto una logica punitiva verso gli alleati considerati insufficientemente allineati sulla crisi iraniana, più che un piano dettagliato di riallocazione delle forze. Ma l’effetto politico è già evidente: l’Italia, finora rimasta più defilata rispetto al braccio di ferro tra Washington e Berlino, entra ufficialmente nel mirino della Casa Bianca. E quando nel lessico trumpiano le basi diventano uno strumento di pressione diplomatica, il confine tra avvertimento e decisione operativa può assottigliarsi molto rapidamente. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
