Otto medici del reparto di Malattie Infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna sono indagati per falso ideologico continuato in concorso in atti pubblici. L’ipotesi accusatoria, avanzata dai pubblici ministeri Daniele Barberini e Angela Scorza della Procura di Ravenna, è che i sanitari abbiano emesso certificati di inidoneità falsi o incompleti per almeno 64 cittadini extracomunitari destinati ai Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR), ostacolando così le procedure di espulsione. I fatti contestati si sarebbero verificati tra maggio 2024 e gennaio 2026.
Il giudice per le indagini preliminari Federica Lipovscek ha disposto la misura cautelare dell’interdizione dalla professione per dieci mesi per tre dei medici indagati. Per altri cinque, sempre per lo stesso periodo, è scattato il divieto di occuparsi dei certificati di idoneità al trasferimento nei CPR. La Procura aveva chiesto l’interdizione per tutti e otto i sanitari.
Nelle motivazioni del provvedimento, il GIP Lipovscek ha descritto la condotta degli indagati come “un’aperta contestazione del sistema di gestione dell’immigrazione clandestina”, sottolineando il forte coinvolgimento ideologico ed emotivo e la ripetitività delle azioni. Il giudice ha rilevato che i medici, pur di affermare le proprie convinzioni, avrebbero disatteso il parere di colleghi specializzati, tra cui psichiatri.
Al centro della vicenda vi è un elemento che ha sollevato allarme tra gli inquirenti: secondo le verifiche della Procura, diversi migranti sarebbero stati certificati come portatori di patologie infettive trasmissibili — tra cui tubercolosi e scabbia — per giustificarne l’inidoneità ai CPR. Tuttavia, stando all’accusa, per molti di questi pazienti non sarebbe stato avviato alcun percorso terapeutico. I soggetti così classificati sarebbero stati lasciati liberi sul territorio, con un potenziale rischio di contagio per la popolazione. Il GIP ha chiarito che l’omessa acquisizione di dati clinici non giustifica in alcun modo il rilascio di un certificato di inidoneità: “il compito del medico è proprio quello di accertare l’esistenza di patologie incompatibili con la vita in comunità ristretta”, si legge nelle motivazioni.
Dalle chat estrapolate dagli smartphone dei medici durante le perquisizioni dell’11 e 12 febbraio, coordinate dalla Squadra Mobile, sono emersi messaggi significativi. Uno dei sanitari aveva scritto a un collega: “finora abbiamo fatto così, solo che adesso bisogna giustificare in modo più credibile altrimenti potrebbero contestarcela”. Un infettivologo esterno al reparto — non indagato — aveva invece scritto a una dottoressa ravennate: “Gli facciamo il c… a questi maledetti sbirri”, messaggio che l’autore ha poi definito decontestualizzato.
Stando alle elaborazioni della Procura, dei 44 migranti tornati liberi invece di essere trasferiti in un CPR, dieci avrebbero in seguito commesso complessivamente una ventina di reati. L’indagine era stata avviata nel luglio 2025 su impulso del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato.
La vicenda ha suscitato reazioni politiche contrastanti. Il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini ha definito la condotta contestata ai medici come meritevole di “licenziamento, radiazione e arresto”, mentre il Partito Democratico ha mostrato solidarietà agli indagati, depositando un’interrogazione parlamentare. Il 16 febbraio 2026, oltre 300 persone si erano radunate davanti all’ospedale di Ravenna per un flash mob al grido di “La cura non è un reato”. Il 14 marzo, la solidarietà ai medici ravennati è confluita anche in una manifestazione regionale a Bologna, con oltre 60 realtà associative partecipanti. La Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) e l’Ordine Nazionale dei Medici si sono espressi in difesa dell’autonomia clinica dei professionisti coinvolti. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
