Nigel Farage: “Belfast è solo un avviso, i bianchi sono discriminati”

A dieci anni dalla Brexit, Farage rilancia la sfida all’establishment britannico, rivendica il passato e guarda a Downing Street, in un contesto politico segnato da tensioni sociali e leadership incerte.

Nigel Farage torna al centro della scena politica britannica con un’intervista che segna un passaggio chiave nella sua traiettoria personale e in quella del movimento che guida. Dal suo ufficio nell’Essex, dove ha recentemente conquistato un seggio a Westminster con Reform UK, il leader euroscettico traccia un bilancio della Brexit, rivendica il proprio ruolo storico e rilancia con chiarezza l’ambizione di guidare il Regno Unito.

Il racconto parte da una data simbolica, il 23 giugno 2016, quando il referendum sancì l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Farage ripercorre con precisione le ore decisive di quella giornata, alternando memoria personale e orgoglio politico. “Alle 4 di notte capisco che noi brexiter avremmo vinto. Vado a fare colazione con lo champagne all’Hotel Ritz. Mi sono sentito una meraviglia. Che orgoglio. Aspettavo questo momento da quando avevo 20 anni… senza di me, senza le mie campagne da europarlamentare a Bruxelles, senza YouTube che ha iniziato a propagare i miei video scavalcando i media tradizionali, la Brexit non sarebbe mai esistita!”. Un passaggio che sintetizza la visione che Farage ha di sé stesso: protagonista imprescindibile di una svolta storica.

Eppure, a dieci anni di distanza, il giudizio sull’attuazione della Brexit è tutt’altro che indulgente. Il leader di Reform UK non arretra nella difesa della scelta, ma punta il dito contro i governi conservatori che si sono succeduti. Theresa May e Boris Johnson, secondo la sua lettura, avrebbero tradito il mandato popolare, lasciando irrisolte questioni centrali come il controllo dei confini e l’indipendenza normativa. La Brexit, sostiene, non è stata realizzata fino in fondo, pur riconoscendo che il Regno Unito ha oggi maggiore autonomia e un ruolo internazionale rafforzato, come dimostrato dal sostegno all’Ucraina.

Sul piano interno, Farage affronta uno dei temi più divisivi del dibattito britannico: l’immigrazione e le tensioni sociali. La sua analisi distingue tra i lavoratori provenienti dall’Europa orientale e i flussi più recenti da Africa e Asia, ritenuti causa di criticità economiche e culturali. Non manca una lettura polemica del clima sociale e istituzionale: “Senza dubbio. Vada a parlare con i poliziotti inglesi: sono terrorizzati di essere considerati razzisti e dunque sospesi”. In questo contesto inserisce anche i disordini di Belfast, ridimensionandone la specificità: “È un peccato che questi teppisti mascherati abbiano dato la scusa ai politici di evitare di affrontare il problema. Gli stessi che dichiaravano di provare ‘rabbia’ dopo l’omicidio di George Floyd a Minneapolis e poi Black Lives Matter. Ho scelto le parole accuratamente: rabbia pura e fredda, quella che ti bolle dentro di fronte a simili ingiustizie. Se non provi rabbia per il video della morte di Henry Nowak, non sei normale”.

L’intervista tocca anche i rapporti con figure influenti della galassia conservatrice e sovranista internazionale. Farage respinge con decisione qualsiasi ipotesi di subordinazione o dipendenza, anche rispetto a Elon Musk, e chiarisce la propria posizione con toni netti: “Perché io non sono uno scendiletto. Lowe imploderà. Nessuno mi bullizza. Nessuno può comprarmi”. Un’affermazione che rivela la volontà di marcare una linea autonoma, anche all’interno di un fronte politico spesso frammentato.

Infine, il passaggio più significativo riguarda il futuro. Farage non si nasconde e, pur mantenendo una retorica apparentemente disinteressata al potere personale, esplicita l’obiettivo politico: “Sì, voglio diventare primo ministro”. Una dichiarazione che conferma la trasformazione da leader di protesta a candidato credibile alla guida del Paese, accompagnata da una cautela formale — la disponibilità a farsi da parte in favore di figure più adatte — che non ne attenua la portata.

Quando gli viene fatto notare che alcuni lo considerano più un predicatore che un politico tradizionale, la risposta è emblematica: “Forse hanno ragione”. In questa auto-definizione si condensa il tratto distintivo di Farage: un leader che continua a interpretare il proprio ruolo come voce anti-establishment, ma che ora mira apertamente a trasformare quella voce in governo. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!