Quando un territorio cambia ciò che serve ai bambini nelle mense scolastiche, decide anche quale rapporto costruire con la propria storia, con le abitudini delle famiglie e con le culture che oggi convivono nelle aule. È per questo che la scomparsa della carne di maiale da diversi menù del Pordenonese merita una discussione che vada oltre le ricette: rispettare le esigenze alimentari di ciascuno è necessario, ma trasformare quel rispetto nella rinuncia collettiva a una parte della tradizione è una scelta discutibile.
Secondo la ricostruzione del Gazzettino, nei menù scolastici 2026/2027 il suino viene escluso a Pordenone, Sacile e San Vito al Tagliamento. A Spilimbergo, invece, prosciutto cotto e San Daniele Dop restano disponibili su richiesta, come integrazione rispettivamente della pizza e delle lasagne. In alcuni istituti entrano pollo al curry e cous cous, mentre sopravvivono specialità friulane come il frico. Il quotidiano collega il cambiamento anche alla composizione della popolazione scolastica e alla crescita degli alunni musulmani, affiancando questa lettura alle indicazioni nutrizionali regionali. Si tratta dunque di una ricostruzione giornalistica delle motivazioni, che non va confusa con la prova di un’imposizione religiosa o di una richiesta delle famiglie.
La critica riguarda la risposta delle istituzioni: perché, per garantire a un bambino un pasto compatibile con le sue convinzioni, dovrebbe essere necessario togliere quella possibilità anche agli altri? Una mensa pubblica dovrebbe saper organizzare la convivenza tra esigenze differenti, mantenendo un’offerta equilibrata e prevedendo alternative adeguate. La libertà di non consumare un alimento merita rispetto; altrettanto rispetto merita la possibilità di continuare a trovarlo, nelle frequenze e nelle preparazioni considerate appropriate dai professionisti della nutrizione.
Proprio le Linee di indirizzo per la ristorazione scolastica del Friuli Venezia Giulia, edizione 2025, contemplano diete per motivi etici, religiosi e culturali, da richiedere attraverso un’apposita modulistica. Il modulo allegato prevede espressamente l’esclusione della carne di maiale e dei suoi derivati. Esiste quindi già uno strumento per rispondere alle necessità individuali, senza assumere che debbano diventare automaticamente il criterio alimentare dell’intera comunità scolastica. Lo stesso documento riconosce al cibo un valore legato alla storia, alle tradizioni e all’appartenenza culturale: un principio che deve valere anche per il territorio che accoglie.
C’è naturalmente anche il tema della salute, che richiede criteri precisi. Le indicazioni regionali privilegiano un’alimentazione varia, prevalentemente vegetale, con un consumo moderato di carne, preferibilmente bianca. Questo orientamento va rispettato nella costruzione dei menù. Tuttavia, secondo la ricostruzione del quotidiano, nei menù della provincia rimangono hamburger e spezzatino bovino. È dunque ragionevole chiedere alle amministrazioni di spiegare con chiarezza quanto pesino le valutazioni nutrizionali, quanto l’organizzazione del servizio e quanto l’obiettivo di proporre un pasto comune. La parola “inclusione” non può sostituire questa spiegazione.
La presenza del frico impedisce di parlare correttamente di una cancellazione totale della cucina friulana. Resta però aperta una questione culturale: una comunità deve poter trasmettere il proprio patrimonio gastronomico senza considerarlo un ostacolo alla convivenza. Far conoscere una tradizione non significa obbligare tutti a praticarla, così come offrire un’alternativa non significa sminuire il piatto degli altri. È questa capacità di tenere insieme appartenenza e libertà che dovrebbe guidare una scuola pubblica.
Un popolo può integrare con autorevolezza quando rispetta se stesso e riconosce valore alla propria storia. Difendere una tradizione significa darle continuità, raccontarla ai bambini, conservarle uno spazio nella vita comune. Le amministrazioni dovrebbero partire da questa responsabilità, cercando soluzioni che consentano a ciascuno di partecipare senza chiedere agli altri una rinuncia preventiva. Una tavola condivisa acquista valore quando insegna il rispetto reciproco, compreso quello per le radici del luogo in cui si cresce. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
