Stipendi dei magistrati, Meloni: “Non firmo decreto per dare ora un miliardo di euro ai magistrati. La mia priorità sono le fasce deboli”

La premier all’Adnkronos rifiuta la firma sugli adeguamenti e apre al confronto. L’Anm contesta le cifre: sullo sfondo le sentenze e la possibile nomina di un commissario.

Mentre il governo cerca risorse per sostenere le categorie colpite dal caro carburanti e dall’inflazione, Giorgia Meloni annuncia che non firmerà il decreto per il ricalcolo degli stipendi dei magistrati, aprendo un nuovo confronto sull’esecuzione delle sentenze amministrative che hanno riconosciuto gli adeguamenti. La presidente del Consiglio, raggiunta telefonicamente dall’Adnkronos, motiva la decisione richiamando le priorità economiche del momento e si dice disponibile a discutere una soluzione con le associazioni rappresentative della magistratura.

“Direttore non firmerò. Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario”, dichiara Meloni all’Adnkronos, affrontando anche la possibilità che venga nominato un commissario ad acta per dare attuazione alle decisioni dei giudici. La premier aggiunge: “Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità. Ma in coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati”. Il provvedimento al centro del confronto riguarda un contenzioso sul metodo utilizzato per aggiornare le retribuzioni, dal quale derivano anche somme arretrate.

Per spiegare la propria posizione, la presidente del Consiglio mette a confronto l’impegno finanziario richiesto dal ricalcolo con quello necessario per aiutare l’autotrasporto, un settore sul quale pesano i rincari dei carburanti. “È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia”, afferma ancora all’Adnkronos. Secondo la ricostruzione dell’agenzia, per sostenere il comparto servirebbero almeno 100 milioni di euro, mentre il governo è impegnato nella ricerca di risorse anche per agricoltori, pescatori e famiglie. Le dichiarazioni arrivano dopo un Consiglio europeo a Bruxelles dedicato in larga parte al costo dell’energia e all’inflazione.

All’origine della controversia c’è il meccanismo di adeguamento delle retribuzioni dei magistrati, che non passa attraverso una contrattazione come avviene per altre categorie. Gli stipendi vengono aggiornati ogni tre anni prendendo a riferimento gli incrementi degli altri dipendenti pubblici, sulla base di parametri Istat, e il risultato viene recepito con un decreto del presidente del Consiglio. Secondo i dati riportati dall’Adnkronos, il metodo precedentemente applicato aveva determinato aumenti del 4,85% per il triennio 2018-2020 e del 6,69% per il 2021-2023; il ricalcolo conseguente al contenzioso porterebbe invece le percentuali rispettivamente al 6,22% e al 12,32%.

L’Associazione nazionale magistrati e altre associazioni rappresentative hanno contestato il sistema di calcolo davanti alla giustizia amministrativa, ottenendo decisioni favorevoli dal Tar e dal Consiglio di Stato. La ricostruzione dell’Adnkronos riferisce che le iniziative del governo, rappresentato dall’Avvocatura dello Stato, non hanno ribaltato l’esito del contenzioso. L’onere complessivo indicato è di 979 milioni di euro, con stime che arrivano a circa 100mila euro per magistrato, arretrati compresi, e a incrementi di circa 20mila euro annui per gli anni successivi: importi sui quali, tuttavia, l’Anm contesta la rappresentazione circolata sulla stampa.

“Gli importi effettivi sono di gran lunga inferiori a quelli riportati dai giornali”, ha spiegato infatti l’Associazione nazionale magistrati all’Adnkronos. L’associazione rivendica inoltre la natura delle somme richieste: “Si tratta, peraltro, di componenti stipendiali dovute per legge, che l’amministrazione ha omesso per anni di corrispondere”. Quanto agli arretrati, precisa che “Il loro ammontare è la diretta conseguenza dei ritardi accumulati nel pagamento”. Il confronto riguarda dunque sia la quantificazione della spesa sia l’attuazione delle pronunce che hanno riconosciuto il diritto al ricalcolo.

Meloni mantiene il rifiuto della firma, ma lascia aperto uno spazio di confronto. “Dopodiché se le associazioni rappresentative vorranno cercare insieme una soluzione sono come sempre pronta ad ascoltarle, anche perché sono convinta che la gran parte dei magistrati comprenda la situazione e le priorità di questo momento”, dichiara all’Adnkronos. Resta sullo sfondo la possibile nomina di un commissario ad acta, incaricato di provvedere all’esecuzione delle decisioni in caso di mancato adempimento dell’amministrazione. La presidente del Consiglio ribadisce infine la propria posizione: “Non voglio fare polemica, ma ora in coscienza non me la sento di mettere la mia firma su questo provvedimento”. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!