Un mal di gola, il naso chiuso, una stanchezza che sembra quella di un comune malanno autunnale. Il Covid continua a circolare e torna a richiamare l’attenzione nel Regno Unito, dove a settembre sono aumentati positività e ricoveri. Al centro della sorveglianza c’è XFG, la variante soprannominata Stratus: i dati, tuttavia, non indicano una maggiore gravità della malattia rispetto alle altre varianti in circolazione.
Secondo il quadro pubblicato l’8 ottobre dalla UK Health Security Agency, l’agenzia britannica per la sicurezza sanitaria, a settembre la quota di test positivi è arrivata intorno al 7%, mentre il tasso di ricovero è cresciuto di circa il 50%. Le due percentuali descrivono fenomeni diversi: la prima riguarda i test effettuati, la seconda l’incremento delle ospedalizzazioni. Non significano, quindi, che il 7% della popolazione fosse infetto o che metà dei contagiati abbia avuto bisogno dell’ospedale.
Un successivo rapporto della stessa agenzia, pubblicato il 15 ottobre e riferito all’Inghilterra nella settimana dal 5 all’11 ottobre, offre un riferimento più preciso sull’andamento ospedaliero: il tasso settimanale di ricovero per Covid è passato da 2,13 a 2,46 ogni 100.000 abitanti. Il valore più elevato si registrava tra gli ultraottantacinquenni, con 26,69 ricoveri ogni 100.000 persone. Gli ingressi in terapia intensiva o nei reparti ad alta dipendenza assistenziale rimanevano invece bassi e stabili, a 0,06 ogni 100.000 abitanti. Si tratta di dati provvisori, soggetti ad aggiornamenti, e relativi all’Inghilterra, non all’intero Regno Unito.
Anche l’espressione “Covid americano” richiede una precisazione. È un soprannome mediatico, non una denominazione scientifica né la prova dell’origine geografica del virus. L’UKHSA lo collega al luogo della prima identificazione e del sequenziamento, sottolineando che XFG circola da tempo anche in altri Paesi. L’aumento dei ricoveri, secondo l’agenzia, accompagna la maggiore circolazione delle infezioni e non dimostra, da solo, una maggiore aggressività della variante.
L’Organizzazione mondiale della sanità include XFG tra le varianti sotto monitoraggio, con primi campioni documentati risalenti al 27 gennaio 2025 e classificazione del 25 giugno 2025. Questa categoria serve a indirizzare la sorveglianza e a verificare eventuali rischi aggiuntivi. Nella valutazione iniziale dell’OMS non emergevano segnalazioni di maggiore gravità, ma veniva evidenziata anche la scarsità di studi sugli esiti clinici: un limite che invita a distinguere l’assenza di segnali preoccupanti da una certezza definitiva.
Quanto ai sintomi, il servizio sanitario britannico, l’NHS, indica tra le manifestazioni possibili del Covid mal di gola, tosse, febbre, naso chiuso o che cola, mal di testa, stanchezza e dolori muscolari. Possono comparire anche alterazioni o perdita del gusto e dell’olfatto, affanno, nausea e diarrea. Il quadro può assomigliare a quello di un raffreddore o dell’influenza: questi disturbi non consentono, da soli, di riconoscere Stratus né di attribuire l’infezione a una specifica variante. Anche un mal di gola molto doloroso non costituisce una diagnosi.
Va interpretata con cautela anche la lacrimazione eccessiva citata tra le segnalazioni associate alle infezioni. L’NHS ricorda che gli occhi possono lacrimare per numerose ragioni, comprese allergie, congiuntiviti, secchezza oculare, freddo e vento. Presentare questo disturbo come un segno caratteristico di Stratus rischia dunque di creare confusione: la lacrimazione isolata non permette di diagnosticare il Covid o identificarne la variante.
Sul piano pratico, le indicazioni britanniche restano concentrate sulla protezione delle persone vulnerabili: in presenza di sintomi respiratori accompagnati da febbre o da un malessere che impedisce le normali attività, l’NHS raccomanda di restare a casa e limitare i contatti. Per chi può accedere a trattamenti contro il Covid, invita inoltre a effettuare tempestivamente un test alla comparsa dei sintomi. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
