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Garlasco, Alberto Stasi querela la criminologa Anna Vagli

Alberto Stasi querela per diffamazione la criminologa Anna Vagli per un articolo del 2022 in cui ipotizzava come movente dell’omicidio di Chiara Poggi la scoperta di materiale pedopornografico, accusa da cui Stasi fu assolto dalla Cassazione nel 2014. Prima udienza a marzo 2026.
Credit © Mediaset

Nel lungo e tormentato capitolo giudiziario legato al delitto di Garlasco si apre un nuovo fronte processuale, questa volta non correlato direttamente all’omicidio di Chiara Poggi ma alle sue interpretazioni pubbliche. Alberto Stasi, condannato in via definitiva nel 2015 a sedici anni di reclusione per l’assassinio della fidanzata avvenuto il 13 agosto 2007, ha presentato querela per diffamazione aggravata nei confronti di Anna Vagli, trentaseienne criminologa forense originaria di Forte dei Marmi, nota al pubblico televisivo per le numerose partecipazioni a trasmissioni di approfondimento criminologico.

La vicenda giudiziaria trae origine da un articolo pubblicato nel maggio 2022 sulla testata online Fanpage, nel quale Vagli, esponente di lunga data del fronte colpevolista nel caso Garlasco, firmava un servizio dal titolo inequivocabile: “Perché Alberto Stasi è l’assassino di Chiara Poggi al di là di ogni ragionevole dubbio”. Nel testo la criminologa esaminava gli elementi probatori che hanno condotto alla condanna definitiva di Stasi, sviluppando però un’ipotesi di movente che si è rivelata il fulcro della contestazione legale. Vagli, infatti, indicava come possibile movente dell’omicidio la presunta scoperta da parte della vittima di materiale pedopornografico nel computer del fidanzato, ipotizzando che una lite degenerata su tale scoperta potesse aver scatenato l’aggressione mortale.

Proprio questa ricostruzione ha spinto Stasi, assistito dall’avvocata Giada Bocellari del foro di Milano, a presentare querela per diffamazione aggravata. La questione centrale della contestazione risiede in un dato giuridico incontrovertibile: nel 2014 la Corte di Cassazione, con sentenza definitiva, ha annullato la condanna di Stasi per detenzione di materiale pedopornografico, stabilendo che il fatto non sussiste. Gli accertamenti tecnici condotti sul computer dell’imputato avevano infatti confermato la presenza di una considerevole quantità di materiale pornografico, ma si trattava esclusivamente di contenuti con adulti, privi di qualsiasi rilievo penale. La Suprema Corte aveva chiarito che per l’integrazione del reato previsto dall’articolo 600-quater del codice penale, la condotta di detenzione deve avere ad oggetto file a contenuto pedopornografico completi e già interamente scaricati, e non singoli frammenti non coordinati e illeggibili. Nel caso di Stasi, tali elementi non furono riscontrati.

La difesa dell’imputato ha quindi ravvisato nelle affermazioni della criminologa un’attribuzione di fatti non corrispondenti al vero, potenzialmente lesivi della reputazione di Stasi, che pur scontando una condanna definitiva per omicidio volontario non è mai stato riconosciuto colpevole del reato di pedopornografia. Il procedimento a carico di Vagli, difesa dall’avvocata Federica Tartara, è del tutto autonomo rispetto alle recenti indagini della Procura di Pavia su Andrea Sempio, amico del fratello della vittima recentemente indagato per omicidio in concorso, e non ha alcun legame con le nuove risultanze investigative emerse nel corso del 2025.

Il fascicolo era stato inizialmente aperto presso il tribunale di Milano, seguendo il criterio per cui la diffamazione si consuma nel luogo in cui l’offesa viene percepita. Nel caso specifico, si era ritenuto che Stasi, detenuto nel carcere di Bollate alle porte del capoluogo lombardo, avesse subito il danno reputazionale proprio in quella giurisdizione. La difesa di Vagli ha tuttavia sollevato un’eccezione di competenza territoriale, sostenendo che in caso di diffamazione commessa attraverso internet, dove non è possibile individuare con certezza il luogo in cui le offese vengono percepite per la prima volta, debba applicarsi il criterio suppletivo previsto dall’articolo 9, comma 2, del codice di procedura penale. Tale norma stabilisce che la competenza spetta al giudice del luogo di residenza dell’imputato. Vagli, residente a Forte dei Marmi in provincia di Lucca, ha quindi chiesto e ottenuto che il processo si svolgesse presso quella giurisdizione.

La prima udienza predibattimentale del processo è stata fissata per marzo 2026, quando il tribunale competente entrerà nel merito delle accuse mosse dalla difesa di Stasi. In quella sede si discuterà non della colpevolezza o dell’innocenza di Alberto Stasi in relazione all’omicidio di Chiara Poggi, sentenza ormai definitiva e inattaccabile se non attraverso il complesso istituto della revisione, bensì della liceità delle interpretazioni pubbliche fornite dalla criminologa e del loro contenuto fattuale. Il procedimento si concentrerà sull’accertamento se le affermazioni contenute nell’articolo del 2022 possano configurare il reato di diffamazione aggravata, considerando che attribuivano a Stasi condotte per le quali la giustizia italiana lo ha formalmente prosciolto.

Il caso si inserisce in un contesto mediatico particolarmente acceso intorno alla vicenda di Garlasco. Anna Vagli, dopo aver acquisito notorietà per le sue analisi criminologiche in numerosi programmi televisivi e radiofonici, ha recentemente assunto un ruolo di primo piano nella trasmissione “Ore 14” su Rai 2, sostituendo la collega Roberta Bruzzone. Quest’ultima, anch’essa schierata sul fronte colpevolista, ha tuttavia sempre fatto riferimento correttamente a “pornografia adulta” quando ha commentato il contenuto del materiale rinvenuto nel computer di Stasi, distinguendo chiaramente tale elemento da quello della pedopornografia. La stessa Bruzzone ha sostenuto in diverse occasioni che gli interessi sessuali di Stasi, caratterizzati dalla selezione e catalogazione di quasi sedicimila contenuti definiti dagli esperti del carcere come violenti e raccapriccianti, potessero costituire una “miccia” per l’omicidio, alimentando in Stasi la paura di essere smascherato.

Alberto Stasi, quarantaduenne, si trova attualmente in regime di semilibertà presso il carcere di Bollate. Dal gennaio 2023 gli è stato concesso il permesso di lavoro esterno, che gli consente di svolgere mansioni contabili e amministrative in un ufficio di Milano durante il giorno, con obbligo di rientro serale in istituto. Nell’aprile 2025 il tribunale di sorveglianza di Milano ha accolto la richiesta di semilibertà presentata dai suoi legali, nonostante il parere contrario della Procura Generale, che aveva contestato un’intervista rilasciata da Stasi al programma “Le Iene” durante un permesso premio senza autorizzazione specifica. La Cassazione ha successivamente confermato il beneficio nel giugno 2025, respingendo il ricorso della Procura. Il fine pena di Stasi è fissato al 2030, ma considerando la buona condotta e gli sconti di pena previsti dalla legge, la sua liberazione potrebbe avvenire già nel 2028.

Parallelamente alla querela presentata da Stasi, le indagini sul delitto di Garlasco hanno conosciuto una clamorosa riapertura nel marzo 2025, quando la Procura di Pavia ha iscritto nel registro degli indagati Andrea Sempio per omicidio in concorso con ignoti o con lo stesso Stasi. Le nuove indagini si fondano su analisi genetiche che hanno individuato sotto le unghie di Chiara Poggi un profilo compatibile con l’aplotipo Y della famiglia Sempio, elemento che aveva già portato a una prima iscrizione dell’uomo nel registro degli indagati nel dicembre 2016, poi archiviata dall’allora procuratore aggiunto Mario Venditti. Quest’ultimo è attualmente indagato dalla Procura di Brescia per corruzione in atti giudiziari, con l’ipotesi che abbia ricevuto denaro per archiviare la posizione di Sempio. Oltre al DNA, gli inquirenti ritengono significativa la cosiddetta “impronta 33”, una traccia palmare repertata sul muro della scala che conduce alla cantina dove fu rinvenuto il corpo della vittima, che secondo la Procura sarebbe attribuibile a Sempio per la corrispondenza di quindici minuzie dattiloscopiche.

Il diciotto dicembre 2025 si è tenuta l’udienza conclusiva dell’incidente probatorio disposto dal giudice per le indagini preliminari di Pavia, nel corso del quale la genetista Denise Albani ha depositato le perizie sulle tracce biologiche. I risultati confermano la compatibilità del DNA con la linea genetica maschile della famiglia Sempio, ma non è stato possibile addivenire a un’identificazione di un singolo soggetto. La difesa di Sempio ha contestato l’utilizzabilità giuridica di tale dato, sostenendo che non essendo stato replicato con uguale risultato nelle analisi successive non costituirebbe né indizio né prova. A sorpresa, nell’udienza è comparso anche Alberto Stasi, accompagnato dal suo legale Antonio De Rensis, scelta che ha suscitato polemiche e discussioni tra commentatori e osservatori del caso.

La querela per diffamazione si configura quindi come un ulteriore tassello di una vicenda giudiziaria che continua a produrre sviluppi processuali e dibattiti pubblici a diciotto anni di distanza dal tragico evento che costò la vita a Chiara Poggi. Mentre il processo a carico di Anna Vagli dovrà stabilire se le sue affermazioni pubbliche abbiano oltrepassato i limiti della libertà di espressione e del diritto di cronaca, configurando un reato di diffamazione, le indagini su Andrea Sempio proseguono verso una possibile richiesta di rinvio a giudizio prevista per la primavera del 2026. Due binari processuali paralleli che testimoniano come il caso di Garlasco rimanga uno dei più controversi e dibattuti nella storia giudiziaria italiana recente, alimentando contrapposte posizioni tra innocentisti e colpevolisti, tra chi ritiene granitica la condanna di Stasi e chi invece intravede la possibilità di un clamoroso errore giudiziario ancora da correggere. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!