Nel pieno della campagna referendaria sulla giustizia, Elly Schlein ha scelto una linea aggressiva: “Se vince il NO, mandiamo a casa il governo Meloni”. Parole forti, destinate a fare rumore. Ma anche parole che, a ben vedere, si scontrano con la realtà politica e istituzionale. Giorgia Meloni, infatti, ha ribadito più volte che l’esito del referendum non determinerà le sorti del suo governo. E ha ragione: si tratta di un referendum consultivo su una riforma costituzionale già incardinata in Parlamento, non di un voto di fiducia sull’esecutivo. Confondere i due piani non solo è scorretto, ma rischia di snaturare il senso stesso del confronto democratico.
La strategia della segretaria del Partito Democratico appare così sempre più orientata alla polarizzazione: trasformare il dibattito sulle riforme della giustizia in uno scontro frontale tra governo e opposizione. Ma in questa scelta si cela anche una fragilità politica. Evocare la caduta del governo per motivare il proprio elettorato sembra una mossa più dettata dalla necessità di ricompattare le fila interne e mobilitare un partito in affanno, che non da una reale convinzione sui contenuti referendari.
Eppure, quei contenuti meriterebbero ben altra attenzione. La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, per esempio, è un tema di vecchia data, che ha attraversato trasversalmente la politica italiana. Non è solo una bandiera del centrodestra: il Partito Democratico, fino a pochi anni fa, guardava con favore a un rafforzamento delle garanzie di terzietà nel processo penale. Nel programma elettorale del 2022 — quello del partito oggi guidato da Schlein — si leggeva testualmente la proposta di “istituire con legge costituzionale un’Alta Corte competente a giudicare le impugnazioni sugli addebiti disciplinari dei magistrati e sulle nomine contestate“. Una proposta che si muoveva chiaramente nella direzione di un sistema più bilanciato tra poteri e funzioni.
Oggi, però, quella coerenza sembra smarrita. La battaglia del NO si sta trasformando in una prova muscolare contro il governo, più che in una riflessione matura sulle storture della giustizia italiana. E se davvero la sinistra crede nel garantismo, nella trasparenza e nell’equilibrio tra le istituzioni, dovrebbe essere la prima a favorire un dibattito sereno e onesto, senza cadere nella trappola del populismo al contrario.
Il referendum non è un plebiscito su Giorgia Meloni. È un passaggio importante e delicato su un tema che riguarda la qualità della nostra democrazia. Farne solo un’occasione di scontro politico significa sottrarre ai cittadini il diritto a una scelta informata e consapevole. E questo, in una democrazia matura, non dovrebbe mai accadere. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
