La questione se l’arsenale missilistico e di droni iraniani possa raggiungere il territorio italiano è tornata al centro del dibattito strategico e della discussione pubblica nelle ultime settimane, in un contesto di escalation militare che ha visto Israele e gli Stati Uniti sferrare attacchi diretti contro l’Iran. La risposta non è univoca: dipende dal vettore considerato, dalla traiettoria di lancio e, soprattutto, dalla distinzione tra capacità teorica e operatività reale.
La distanza in linea d’aria tra Teheran e Roma è di circa 3.420 chilometri, mentre il confine orientale dell’Italia — vale a dire le coste adriatiche pugliesi e le isole siciliane più meridionali — dista dall’Iran tra i 2.500 e i 2.800 chilometri circa. È proprio questa variabile geografica a determinare quali sistemi d’arma iraniani siano teoricamente in grado di interessare il territorio nazionale e quali, invece, restino al di sotto della soglia di gittata necessaria.
Il confine più orientale dell’Italia — la Puglia, il Salento e la Sicilia orientale — si trova a una distanza di circa 2.000 chilometri dall’Iran nord-occidentale, come ha precisato l’analista della sicurezza Emmanuele Panero, responsabile del Desk Difesa e Sicurezza del Centro Studi Internazionale. Questo dato è tutt’altro che irrilevante nella valutazione del rischio reale.
I missili balistici: Sejjil, Shahab e Soumar
Il vettore missilistico più avanzato nelle mani di Teheran è il Sejjil, missile balistico a medio raggio a propellente solido con una gittata stimata tra i 2.000 e i 2.400 chilometri. Si tratta di un sistema lungo 25 metri, pesante circa 2,3 tonnellate, in grado di trasportare una testata fino a 700 chilogrammi e di raggiungere velocità ipersoniche nella fase terminale del volo, pari a Mach 13 circa, il che ne rende l’intercettazione particolarmente difficile per i sistemi di difesa aerea convenzionali. Con questa gittata, il Sejjil è in grado — almeno teoricamente — di raggiungere le regioni meridionali dell’Italia, compresa la Sicilia.
Lo Shahab-3 e le sue evoluzioni, tra cui il Kheibar Shekan e il Khorramshahr, coprono distanze variabili tra 1.280 e 2.000 chilometri, posizionandosi quindi su soglie tali da poter, nelle varianti più avanzate, avvicinarsi al Meridione italiano. Il Fattah-2, definito missile supersonico avanzato, ha invece una gittata inferiore, stimata attorno ai 1.400 chilometri, e risulta pertanto insufficiente a coprire la distanza con il territorio italiano anche nelle aree più prossime.
Il vettore più insidioso in questa prospettiva rimane il Soumar, missile da crociera con gittata teorica dichiarata fino a 3.000 chilometri. Se questa prestazione venisse confermata operativamente — cosa che non è mai avvenuta in test documentati — il Soumar sarebbe l’unico sistema iraniano in grado di raggiungere Roma e le regioni centro-settentrionali della Penisola. L’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled, ha fatto esplicitamente riferimento a questa capacità, sostenendo che Teheran disporrebbe dei mezzi per colpire diverse capitali europee, Roma inclusa. Tuttavia, la gittata massima del Soumar non è mai stata verificata in condizioni operative reali e resta oggetto di dibattito tra gli analisti.
I droni Shahed: autonomia elevata, velocità ridotta
I droni della famiglia Shahed rappresentano la componente più dibattuta dell’arsenale iraniano in relazione al rischio per l’Italia. Lo Shahed-136, il modello più diffuso e ampiamente utilizzato anche nel conflitto in Ucraina — dove viene impiegato con la denominazione russa Geran-2 — è un drone a delta con un’autonomia originaria di 2.500 chilometri, ridotta nelle versioni operative a circa 1.700 chilometri a causa del maggiore carico bellico adottato. Con queste caratteristiche, lo Shahed-136 sarebbe teoricamente in grado di avvicinarsi alle coste meridionali italiane partendo da posizioni avanzate nell’area mediorientale.
Lo Shahed-129, drone multiruolo con autonomia di 24 ore e raggio operativo fino a 2.000 chilometri, dispone inoltre della capacità di trasportare fino a otto munizioni di precisione, configurandosi come piattaforma d’attacco a medio raggio. Il più recente Shahed-238 — presentato come evoluzione a reazione con velocità di crociera tra 500 e 600 km/h, capace di raggiungere gli 800 km/h in fase terminale e un’autonomia di circa 1.200 chilometri — introduce una dimensione ulteriore di minaccia, riducendo i tempi di risposta per i sistemi di difesa. Tuttavia, il limite strutturale dei droni Shahed rispetto ai missili balistici è la bassa quota di volo e la velocità di crociera relativamente contenuta, che li rende più vulnerabili ai sistemi di difesa aerea a lungo raggio.
Le regioni e le basi italiane nel mirino potenziale
Qualora si prendano per validi i dati di gittata massima dichiarati dall’Iran, le aree geograficamente più esposte del territorio italiano sarebbero quelle meridionali: in primo luogo la Sicilia, in secondo luogo la Sardegna, la Calabria e la Puglia. La valenza strategica di queste regioni non è casuale: su di esse insistono alcune delle installazioni militari più significative della Nato e degli Stati Uniti nel Mediterraneo.
La base aeronavale di Sigonella, in provincia di Catania, è considerata dagli esperti il sito più rilevante: hub della Sesta Flotta americana nel Mediterraneo, ospita sistemi di controllo per droni da ricognizione come i Triton e i Reaper ed è definita da molti analisti la base Nato più importante del bacino mediterraneo. A nord, nel Lazio e in Campania, si trovano il porto di Gaeta — punto d’appoggio della Marina statunitense — e Napoli, sede del Comando della Forza Congiunta della Nato. Più a nord ancora, Camp Darby, tra Pisa e Livorno, funge da polo logistico centrale per lo stoccaggio di armamenti e munizioni americane in Europa.
Il quadro si completa con le basi del Nord Italia: Aviano, in Friuli Venezia Giulia, è la più grande base aerea americana del Mediterraneo ed è sede del 31° Fighter Wing dell’aeronautica statunitense, con armamenti nucleari di tipo B61-4. Vicenza ospita invece le caserme Ederle e Del Din, quartier generale dell’US Army per l’Europa meridionale, con circa 4.000 militari e 9.000 tra familiari e civili americani. Ghedi, in provincia di Brescia, è sede di un deposito di bombe nucleari tattiche. Per queste installazioni, a differenza delle basi meridionali, la minaccia missilistica diretta dall’Iran risulta però assai più remota, tenuto conto delle gittate reali dei sistemi disponibili.
La valutazione degli esperti e la risposta del governo
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato che le capacità balistiche iraniane “sono certamente state ridotte dai recenti attacchi” e ha ammesso che non si conoscono con esattezza le attuali capacità operative di Teheran. Ha però colto l’occasione per sottolineare la necessità che l’Unione Europea si doti di una credibile capacità di difesa contro le minacce missilistiche, che potrebbero provenire non solo dall’Iran ma anche da altri attori ostili nel medio termine. Immediatamente dopo gli attacchi a Teheran, sono state adottate misure straordinarie di sicurezza attorno alle principali basi americane in Italia, a partire da Aviano, Vicenza e Sigonella.
Gli analisti del settore convergono su una valutazione comune: il rischio di un attacco missilistico diretto iraniano contro l’Italia è attualmente basso, ma non può essere escluso in uno scenario di escalation estrema. La minaccia più concreta e immediata per il territorio italiano, secondo gli esperti di sicurezza, rimane quella degli attacchi terroristici condotti da cellule dell’Asse della Resistenza già presenti in Europa, piuttosto che quella di un attacco missilistico convenzionale. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca ha tuttavia dichiarato con nettezza: “Hanno missili a raggio intermedio in grado di colpire l’Italia”, aggiungendo che l’Europa avrebbe dovuto prestare maggiore attenzione a questa prospettiva con largo anticipo.
In ogni caso, anche ipotizzando che un vettore iraniano disponesse della gittata sufficiente, dovrebbe attraversare indenni lo spazio aereo di numerosi Paesi dotati di sistemi di difesa antimissile avanzati — tra cui Grecia e paesi NATO del Mediterraneo orientale — prima di poter raggiungere il territorio italiano. La difesa aerea integrata della Nato costituisce pertanto un ulteriore livello di deterrenza che si aggiunge alle limitazioni fisiche dei missili iraniani. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
