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Aldo Cazzullo contro Sal Da Vinci: “Per sempre sì colonna sonora di un matrimonio della camorra”

Aldo Cazzullo, vicedirettore del Corriere della Sera, definisce «Per sempre sì di Sal Da Vinci la canzone più brutta della storia di Sanremo, paragonandola alla colonna sonora di un matrimonio di camorra. La polemica scatena una bufera social con accuse di pregiudizio anti-meridionale.

La vittoria di Sal Da Vinci al Festival di Sanremo 2026 con il brano Per sempre sì continua a generare dibattito ben oltre i confini del teatro Ariston, con una polemica che nelle ultime ore ha investito le pagine del Corriere della Sera e i social network, rilanciando lo scontro tra due visioni profondamente divergenti della musica popolare italiana e del suo rapporto con il gusto collettivo.

Ad accendere la miccia è stato Aldo Cazzullo, vicedirettore del Corriere della Sera, che nella sua rubrica delle lettere ha risposto ad alcuni lettori che lo interrogavano sulla sua già nota posizione critica nei confronti del brano vincitore. Cazzullo non ha attenuato i toni: «Se al festival di Sanremo di settant’anni fa qualcuno avesse portato una canzone banale e scontata come quella di Sal Da Vinci, l’avrebbero bocciata sonoramente», ha scritto il giornalista, ribadendo la propria valutazione del pezzo come la canzone più brutta della storia del Festival“. Un giudizio netto, formulato senza particolari concessioni diplomatiche, che ha immediatamente suscitato reazioni accese, tanto nell’ambiente musicale quanto tra il pubblico del web.

Il passaggio più controverso della risposta di Cazzullo è senza dubbio quello in cui il giornalista piemontese si spinge a paragonare Per sempre sì a un repertorio tutt’altro che lusinghiero: “Per sempre sì potrebbe essere la colonna sonora di un matrimonio della camorra, o a essere generosi una canzone di Checco Zalone; che però le scrive per burla, per fare il verso a un certo Sud più melenso che melodico“. Una formulazione che ha travalicato rapidamente la pagina del quotidiano, diventando virale sui social e alimentando un dibattito che intreccia critica musicale, sensibilità identitarie meridionali e percezione del pregiudizio geografico.

Per rafforzare la propria tesi, Cazzullo ha richiamato la storia del Festival, ricordando come canzoni “popolarissime” abbiano potuto essere al contempo artisticamente significative. Il riferimento è a Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno, brano che Cazzullo definisce «una canzone meravigliosa, che esprimeva quel preciso momento storico, l’inizio del miracolo economico, e quindi la fiducia nella vita e nel futuro». Secondo il giornalista, dunque, la popolarità di un brano non costituisce di per sé una garanzia di qualità, e la distinzione tra successo di massa e valore artistico rimane un discrimine fondamentale nella valutazione critica della musica.

Cazzullo ha inoltre ricordato come anche in passato Sanremo abbia ospitato brani “nazionalpopolari o popolaresche”, citando L’italiano di Toto Cutugno, che pure non vinse il Festival, e il brano di Pupo e del principe Emanuele Filiberto, collocando Per sempre sì persino al di sotto di queste soglie qualitative nella sua personale gerarchia critica. A contraltare, ha indicato tra gli artisti meridionali di valore presenti a Sanremo 2026 Samurai Jay e Serena Brancale, a suo avviso portatori di proposte musicalmente più interessanti e originali.

La critica di Cazzullo non si è limitata al piano strettamente musicale, ma si è allargata a una riflessione più ampia sulla deriva qualitativa della vita pubblica italiana. “Resta l’impressione che l’Italia dei primi anni 2000 sia un Paese in cui chiunque possa fare qualsiasi cosa“, ha scritto il giornalista, tracciando un parallelo tra la vittoria di Sal Da Vinci e altri fenomeni della sfera politica e sportiva nazionale, come la facilità con cui ci si improvvisa commissario tecnico della Nazionale o presidente del Consiglio. Una provocazione retorica che ha ulteriormente infiammato la discussione, venendo letta da molti come un attacco al merito e alla legittimità del successo popolare in quanto tale.

Il giornalista ha tenuto a precisare di non nutrire alcuna antipatia personale nei confronti di Sal Da Vinci, definendolo “pure una persona simpatica“, segnalando in tal modo che la sua stroncatura è diretta esclusivamente al brano e non all’artista. Tuttavia, la distinzione non è bastata a placare le reazioni, poiché il riferimento alla camorra è stato percepito da larga parte del pubblico partenopeo come un insulto indiretto all’intera tradizione musicale napoletana e, più in generale, al Meridione d’Italia.

La bufera social e la risposta napoletana

Le stazioni radio di Napoli, che avevano accolto la vittoria di Sal Da Vinci come un autentico trionfo identitario, hanno rilanciato le parole di Cazzullo con toni di aperta indignazione, trasformando il commento del giornalista in un caso mediatico di prima grandezza nell’arco di poche ore. Sui social, i commenti critici nei confronti di Cazzullo si sono moltiplicati rapidamente, con utenti che hanno rimarcato le origini piemontesi del vicedirettore del Corriere e attribuito la sua posizione a pregiudizi nei confronti del Sud Italia, in un dibattito in cui le questioni di critica musicale si sono intrecciate con quelle identitarie e meridionaliste.

Alcuni commenti apparsi sui social hanno definito le parole di Cazzullo «semplicistiche, razziste e piene di pregiudizi», mentre altri utenti hanno ironizzato sulla competenza del giornalista in materia di musica napoletana o sulle modalità con cui avrebbe acquisito conoscenza diretta delle colonne sonore dei matrimoni camorristici. Su X, la polemica ha assunto toni accesi, con interventi che oscillano tra la difesa della libertà di critica culturale e la denuncia di un presunto pregiudizio anti-meridionale radicato in certi ambienti dell’informazione nazionale.

Una polemica che riflette fratture più profonde

Al di là delle posizioni individuali, la vicenda mette in luce una tensione ricorrente nella cultura italiana, quella tra critica d’élite e gusto popolare, tra la legittimità del successo di massa e la valutazione qualitativa che ne danno gli ambienti intellettuali e giornalistici. Sal Da Vinci ha vinto il Festival con un brano che ha evidentemente intercettato il consenso del pubblico in modo massiccio, e la reazione di una parte consistente dell’opinione pubblica alle parole di Cazzullo segnala quanto profonda sia la frattura tra questi due universi di senso nella percezione collettiva della musica italiana.

La polemica richiama, per certi versi, dinamiche già viste in occasione di altre edizioni del Festival, quando brani di impronta più tradizionale o melodica hanno diviso la critica professionale dall’apprezzamento del pubblico generalista. Ciò che distingue questo caso è la durezza delle parole usate da Cazzullo e, soprattutto, il richiamo alla camorra, un’immagine che in Italia porta con sé un carico simbolico e storico tale da rendere inevitabile una reazione emotiva intensa, indipendentemente dalle intenzioni retoriche con cui era stata formulata. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!