Il mattino del 21 luglio 365 d.C. il Mar Mediterraneo si ritirò improvvisamente dalle coste di Alessandria, della Grecia e della Libia, lasciando il fondale scoperto per circa quaranta minuti. Navi rimaste incagliate nel fango, pesci che guizzavano tra le alghe e relitti di antichi naufragi affiorati alla luce del sole: quello che i testimoni dell’epoca osservarono era il preludio di una delle catastrofi più devastanti della storia antica.
Quando l’acqua tornò, lo fece sotto forma di uno tsunami che secondo le ricostruzioni scientifiche moderne raggiunse i 30 metri di altezza. Il muro d’acqua si abbatté con una violenza straordinaria sulle coste del Mediterraneo orientale, cancellando interi quartieri di Alessandria e distruggendo i suoi porti. Il bilancio delle vittime stimato dagli storici supera le cinquantamila persone nella sola regione egiziana.
Le onde percorsero quasi mille chilometri, colpendo non solo l’Egitto ma anche l’Italia meridionale, la Dalmazia e la Spagna. Ad Alessandria, la forza dell’impatto fu tale da strappare blocchi di pietra del peso superiore a due tonnellate dalle fondamenta, depositandoli sopra le mura della città.
Lo storico romano Ammiano Marcellino descrisse l’evento nelle sue Res Gestae con un linguaggio ancora oggi carico di terrore. Annotò che il mare sembrava “fuggito in preda al terrore”, per poi tornare con una “furia divina” che non lasciava scampo. In assenza di qualsiasi quadro scientifico in grado di spiegare il fenomeno, i cronisti cristiani dell’epoca, tra cui Giovanni Crisostomo, interpretarono il disastro come un giudizio divino, proclamando digiuni collettivi e giorni di penitenza.
Le ricerche condotte dall’Università di Cambridge hanno fatto luce sulla dinamica geologica dell’evento. L’epicentro fu localizzato sotto il fondale marino a sud di Creta, lungo l’Arco Ellenico, una zona di subduzione dove la placca africana scivola sotto quella egea. La faglia si spezzò per una lunghezza di oltre cento chilometri, rilasciando un’energia stimata equivalente a quella di migliaia di bombe atomiche. La magnitudo del terremoto fu superiore a 8.5, rendendolo uno degli eventi sismici più potenti mai documentati nel bacino mediterraneo.
L’isola di Creta, epicentro del cataclisma, subì un sollevamento tettonico di circa 9 metri in alcuni punti della costa occidentale, segni ancora oggi visibili sulla roccia come traccia silenziosa di quel lunedì di sangue.
Il disastro inflisse un colpo durissimo anche alla stabilità dell’Impero Romano. In un periodo già segnato dalle pressioni alle frontiere, dover gestire la ricostruzione di intere province rappresentò un onere economico e politico difficilmente sostenibile. La distruzione dei porti significava meno commerci, meno entrate fiscali e meno rifornimenti per le legioni. Sul piano psicologico, la catastrofe incrinò l’idea stessa di invulnerabilità imperiale: se nemmeno le mura di una metropoli come Alessandria potevano resistere all’acqua, l’illusione di un ordine eterno cominciava a sgretolarsi.
La questione se un evento simile possa ripetersi ha una risposta inequivocabile: sì. L’Arco Ellenico continua ad accumulare energia e le coste del Mediterraneo sono oggi densamente abitate e infrastrutturate. I sistemi di monitoraggio satellitare e le boe di rilevamento rappresentano strumenti preziosi, ma la velocità con cui uno tsunami può propagarsi in un bacino chiuso come il Mediterraneo lascia margini di allerta estremamente ridotti. Studiare ciò che accadde nel 365 d.C. resta, per gli esperti, una necessità concreta per la sicurezza delle popolazioni costiere future. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
