Enrico Mentana ha aperto un dibattito destinato a lasciare il segno nel panorama dell’informazione televisiva italiana. Ospite di Tv Talk su Rai 3, il direttore del Tg La7 ha risposto senza esitazioni a uno spettatore che gli chiedeva se La7 non fosse diventata la nuova “rete bolscevica”, in un’eco della storica etichetta appiccicata per decenni a Rai 3: “Sì, lo ammetto. Non sono un ipocrita. La7 è diventata il punto di riferimento per la sinistra. Abbiamo concentrato tutto un certo modo di vedere la politica. Se si parla di TeleMeloni, noi siamo sicuramente una rete anti-Meloni ed è un problema“. Una dichiarazione che, nelle sue lapidarie ambizioni di trasparenza, ha riacceso il dibattito pluriennale sul ruolo dei media televisivi nel sistema politico italiano.
Le parole di Mentana non giungono in un contesto neutro, ma si inseriscono in una stagione di polarizzazione acuta tra l’emittente di Urbano Cairo e il governo guidato da Giorgia Meloni. Da mesi, esponenti di Fratelli d’Italia e del centrodestra denunciano quella che definiscono una linea editoriale sistematicamente orientata contro l’esecutivo: Raffaele Speranzon, senatore e vicepresidente vicario del gruppo FdI, ha accusato la conduttrice di Otto e Mezzo Lilli Gruber di “Faziosità al solo scopo di denigrare Giorgia Meloni“, arrivando a parlare di un “metodo da bulli“. Il tutto a margine di una puntata in cui Gianfranco Fini, ospite della trasmissione, aveva risposto punto su punto alle sollecitazioni della conduttrice, smontando secondo FdI la “narrazione anti-governativa” del format.
I dati elaborati dall’Agcom avevano già fotografato una situazione che corroborava, almeno in parte, la percezione politica: nei talk show di La7, il Partito Democratico di Elly Schlein avrebbe ottenuto circa il 31% del tempo di parola, una quota superiore a quella cumulativa dell’intero centrodestra, secondo quanto riportato da Il Giornale. Un dato che i critici della rete indicano come la prova empirica di uno squilibrio sistematico, mentre i fautori della linea editoriale di La7 replicano che un’emittente privata, in un sistema mediatico nel quale la Rai è percepita come sempre più vicina all’esecutivo, svolge una funzione di contrappeso fisiologica in una democrazia pluralistica.
Giorgia Meloni stessa si era già rivolta ai telespettatori di La7 con un videomessaggio ironico, esordendo: “Cari telespettatori de La7, è da un po’ che non ci si vede, e però spero di trovarvi rincuorati per lo scampato pericolo della deriva autoritaria, del collasso dell’economia, dell’isolamento dell’Italia a livello internazionale“. Un messaggio interpretato come una frecciata diretta ai conduttori dell’emittente, che la presidente del Consiglio ha poi ridimensionato in una successiva intervista allo stesso Mentana, definendola una semplice ironia nei confronti di alcuni volti del canale. Vale la pena ricordare che, il 20 marzo 2026, Meloni ha accettato di sedersi di fronte a Mentana per un’intervista sul referendum sulla giustizia, ribadendo la solidità del governo e la propria posizione sul voto referendario — circostanza che dimostra come il rapporto tra la premier e la rete non sia univocamente ostile, ma sia invece articolato e contraddittorio.
L’ammissione di Mentana, per quanto formulata con una leggerezza quasi disarmante, ha il merito della chiarezza: in un sistema mediatico dove la faziosità è spesso negata o camuffata, la dichiarazione esplicita di appartenenza editoriale almeno consente allo spettatore di orientarsi con consapevolezza. Ciò non equivale, tuttavia, a una legittimazione automatica del modello: un’informazione televisiva che si struttura su reti di parte contrapposte non serve il cittadino che cerca fatti e analisi, ma soltanto quello che cerca conferme. E in una stagione politica già segnata da una contrapposizione esasperata, l’effetto di amplificazione prodotto da questo schema rischia di essere tutt’altro che irrilevante. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
