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Li hanno cresciuti così: viziati, fragili e incapaci di affrontare la vita

Cresciuti senza no, allevati a colpi di like e giustificazioni: oggi troppi giovani crollano alla prima frustrazione e scambiano ogni limite per un’ingiustizia, ogni regola per un’offesa.
AI Generated

C’è una generazione che chiede tutto e regge pochissimo. Una generazione a cui è stato concesso quasi tutto prima ancora che imparasse il valore della conquista, dell’attesa, del sacrificio. Ragazzi e ragazze cresciuti in un clima di protezione continua, di indulgenza sistematica, di giustificazione permanente, dentro famiglie che troppo spesso hanno scambiato l’amore con la rinuncia educativa. È questo il punto che molti preferiscono aggirare con prudenza retorica, ma che oggi andrebbe detto con chiarezza: non abbiamo davanti giovani semplicemente “fragili”, ma il prodotto di un mondo adulto che ha smesso di educare davvero.

Per anni i genitori hanno inseguito l’illusione di poter risparmiare ai figli ogni contraddizione. Hanno evitato il conflitto, hanno addolcito ogni frustrazione, hanno corretto il mondo invece di correggere i comportamenti, si sono affannati a difendere i figli da insegnanti, regole, richieste, giudizi, responsabilità. In nome dell’ascolto hanno abolito l’autorevolezza. In nome dell’empatia hanno svuotato il concetto stesso di limite. In nome di una malintesa modernità educativa hanno smesso di fare i genitori per trasformarsi in alleati, tifosi, amici, complici. Ma un padre e una madre non sono chiamati a essere simpatici. Sono chiamati a essere credibili. Non a ottenere consenso, ma a costruire struttura interiore. Non a compiacere, ma a formare.

Paolo Crepet lo ripete da tempo con la brutalità necessaria di chi non teme di risultare impopolare: il genitore che vuole stare sullo stesso piano del figlio non lo libera, lo abbandona. Il genitore che non sa dire no, che riempie di concessioni, di denaro, di facilitazioni, che narcotizza il figlio con il benessere invece di accompagnarlo verso la realtà, non sta compiendo un gesto d’amore. Sta allevando una dipendenza. E una personalità dipendente, quando uscirà dal recinto familiare, sarà inevitabilmente più insicura, più rancorosa, più esposta all’angoscia e al risentimento.

Il punto è che nessun essere umano cresce bene senza una quota di frustrazione. Nessun ragazzo diventa adulto se non impara, gradualmente, che non tutto gli è dovuto, che desiderare non basta per ottenere, che il rispetto non è un optional, che esistono regole anteriori alla volontà individuale. Invece hanno costruito ambienti educativi in cui tutto sembra negoziabile, in cui ogni richiamo viene vissuto come abuso, ogni bocciatura come trauma, ogni valutazione negativa come ferita intollerabile all’autostima. E così hanno generato ragazzi che spesso non sopportano la minima sconfitta, non accettano la minima critica, non tollerano di essere contraddetti, non distinguono più tra un limite esterno e un’offesa personale.

Anche la scuola, che avrebbe dovuto rappresentare il luogo della responsabilità e dell’apprendimento del reale, ha progressivamente ceduto terreno. Troppo spesso intimorita dalle famiglie, appesantita da una pedagogia dell’iperprotezione, paralizzata dal timore del conflitto, la scuola contemporanea rischia di farsi sempre meno istituzione e sempre più spazio di compensazione emotiva. Si accoglie tutto, si comprende tutto, si media su tutto. Ma educare non significa soltanto capire. Significa anche pretendere, orientare, sanzionare, chiedere conto. Una scuola che rinuncia alla fermezza non è una scuola più umana. È una scuola più debole. E una scuola debole consegna alla società individui meno preparati a confrontarsi con il merito, con la gerarchia, con il dovere.

Dentro questo scenario, i social media hanno aggravato una condizione già fragile. L’accesso precoce a piattaforme fondate sull’esibizione, sulla risposta immediata, sulla dipendenza dall’approvazione pubblica ha accelerato la deformazione narcisistica di un’intera fase evolutiva. Bambini e adolescenti vengono catapultati troppo presto in un universo in cui il valore coincide con la visibilità, il riconoscimento con il numero dei like, l’identità con la performance permanente. Se a monte è mancata un’educazione al limite, al pudore, alla pazienza, alla profondità, il risultato è inevitabile: soggetti sempre più sensibili allo sguardo altrui e sempre meno capaci di costruire una solida immagine di sé. Fragili nell’intimo, ma spesso arroganti in superficie. Bisognosi di conferma, ma insofferenti a ogni regola. Spettatori e vittime di una cultura in cui apparire conta più che diventare.

E quando l’Io cresce senza struttura, la relazione con l’altro si deteriora. È qui che il disagio privato si trasforma in problema pubblico. La mancanza di rispetto che oggi si respira in tanti contesti giovanili non è una semplice maleducazione di costume: è il segno di una carenza profonda di educazione emotiva, morale e civica. Il prossimo non è più percepito come limite, come presenza, come valore, ma come ostacolo, pubblico, bersaglio o strumento. Le istituzioni vengono vissute come ingombro, gli insegnanti come avversari, i coetanei come specchi crudeli o rivali da schiacciare. Perfino il rapporto con se stessi si inquina, perché chi non è stato educato alla disciplina e alla responsabilità finisce per non stimarsi davvero, pur rivendicando continuamente riconoscimento.

La cronaca, in questo senso, non racconta semplicemente episodi isolati. Racconta il clima di un’epoca. Ragazzi che reagiscono con violenza per motivi futili, adolescenti che trasformano l’aggressione in contenuto da condividere, studenti che colpiscono docenti, gruppi di pari che umiliano e filmano, vittime scelte per una parola, uno sguardo, un commento, un like. Sarebbe stupido dire che tutti i giovani sono così. Non è vero. Esistono migliaia di ragazzi seri, sensibili, laboriosi, capaci di responsabilità. Ma sarebbe ancora più grave far finta di non vedere che una parte crescente del mondo giovanile appare disabituata a ogni forma di contenimento, di rispetto, di autocontrollo. E questo non nasce dal nulla. Nasce da un deserto educativo coperto da un eccesso di rassicurazioni.

La verità è che hanno voluto figli felici e li stiamo consegnando al disagio. Hanno voluto proteggerli dalla delusione e li abbiamo resi incapaci di affrontarla. Hanno creduto che l’autostima si costruisse evitando la fatica, quando invece si costruisce attraversandola. Hanno pensato che amare significasse non far soffrire, quando invece educare significa anche preparare alla complessità, alla perdita, alla frustrazione, all’errore. Un figlio non cresce perché viene continuamente confermato. Cresce perché qualcuno gli insegna che la vita non si piega sempre ai suoi desideri.

La questione, allora, non è processare i giovani, ma smettere una volta per tutte di assolvere gli adulti. Perché la responsabilità educativa non è negoziabile. Una società che rinuncia a formare i propri figli nel nome di un benessere immediato prepara cittadini più deboli, relazioni più povere, istituzioni più fragili, comunità più violente. E soprattutto prepara individui meno liberi, perché non c’è libertà dove manca la capacità di governarsi.

Forse il tempo delle carezze senza confini è finito. Forse è il momento di restituire dignità alla parola disciplina, alla parola dovere, alla parola rispetto. Forse dovremmo ricordarci che un no può essere una forma altissima di amore, che l’autorevolezza non è autoritarismo, che la frustrazione non è un danno ma un passaggio, che crescere non è ricevere ma conquistare. Perché il futuro non appartiene a chi è stato protetto da tutto. Appartiene a chi è stato preparato ad affrontare qualcosa. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!