A Londra il mercato degli affitti finisce di nuovo sotto accusa dopo l’emersione di una serie di annunci che indicavano come requisito essenziale, e in alcuni casi non negoziabile, l’appartenenza religiosa dell’inquilino. L’inchiesta rilanciata dal Telegraph e ripresa il 22 e 23 aprile 2026 da più testate internazionali ha documentato inserzioni pubblicate su Facebook, Telegram e Gumtree per stanze singole, doppie e alloggi nell’area est della capitale e nel Sud-Est inglese, con formule come “only for Muslims”, “Muslims preferred” e, in altri casi, richieste rivolte esclusivamente a inquilini induisti o a specifici gruppi linguistici ed etnici. Tra le zone citate compaiono Ilford, Newham, Barking, Dagenham, East Ham, Redbridge, Walthamstow, Upton Park, Harrow e Newbury Park.
Il punto che ha fatto esplodere la polemica non è tanto la preferenza per uomini o donne, frequente negli annunci per stanze in condivisione, quanto il carattere apertamente selettivo sul piano religioso. In uno dei casi segnalati veniva richiesta una “Gujarati Muslim Student”, cioè una studentessa musulmana originaria del Gujarat, mentre altri annunci sottolineavano la vicinanza dell’immobile a una moschea come elemento attrattivo e identitario dell’offerta. Secondo quanto riferito dalle ricostruzioni giornalistiche, ad alcune richieste di chiarimento sulla possibilità di affittare a persone non musulmane la risposta sarebbe stata negativa.
Il nodo, però, non è soltanto sociale o politico: è anche giuridico. In Inghilterra l’Equality Act 2010 vieta ai proprietari e agli agenti immobiliari di discriminare, nella locazione, sulla base di caratteristiche protette come religione o credo, razza e sesso. Shelter ricorda in modo esplicito che un locatore non può rifiutare un affitto o trattare peggio un aspirante inquilino per motivi legati alla religione; anche la guida governativa sul diritto all’affitto richiama i proprietari a evitare condotte discriminatorie contrarie all’Equality Act.
Esiste però una zona grigia, ed è su questa che si gioca parte della difesa di chi ospita. Alcune eccezioni possono infatti riguardare i cosiddetti “small premises”, cioè situazioni in cui l’inquilino condivide spazi come cucina o bagno con il proprietario residente o con un suo familiare. Citizens Advice segnala che, in questi casi specifici, alcune tutele contro la discriminazione possono non applicarsi nello stesso modo previsto per la locazione ordinaria. È questa la distinzione richiamata anche da Gumtree, che dopo il caso ha sostenuto che gli annunci contestati sembravano riferirsi soprattutto a stanze in abitazioni condivise, una fattispecie diversa dall’affitto di un intero immobile, soggetta a regole più severe. La piattaforma ha inoltre dichiarato di prendere seriamente le segnalazioni di inserzioni inappropriate.
Resta tuttavia il dato politico e culturale di una vicenda che tocca un nervo scoperto della capitale britannica: la crescente frammentazione del mercato abitativo lungo linee religiose, etniche e comunitarie. In una città già segnata dalla crisi degli affitti, dai prezzi elevati e dalla scarsità di offerta, l’idea che una stanza possa essere riservata soltanto a chi professa una determinata fede alimenta il sospetto di una segregazione informale sempre più normalizzata. Dopo le richieste di chiarimento dei media, diversi annunci risultano essere stati rimossi, ma il caso ha già acceso il dibattito su controlli, responsabilità delle piattaforme e capacità delle norme esistenti di prevenire filtri identitari che, anche quando si presentano come preferenze “culturali” o di “stile di vita”, rischiano di restringere in modo illecito l’accesso alla casa. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
