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L’isola di Robinson Crusoe ha un tesoro nascosto da 40 miliardi, il Cile da via libera alla caccia

Il via libera della Corte Suprema cilena riapre una caccia leggendaria lunga trent’anni: tra mito, scetticismo e ambizione, il sogno di un tesoro da miliardi torna a sfidare storia e realtà.
AI Generated

La leggenda di uno dei più grandi tesori perduti della storia torna al centro della scena internazionale. La Corte Suprema del Cile ha autorizzato definitivamente il miliardario americano Bernard Keiser a riprendere gli scavi sull’isola di Robinson Crusoe, nell’arcipelago di Juan Fernández, riaccendendo i riflettori su un bottino del XVIII secolo che, secondo le stime, potrebbe valere tra i 20 e i 40 miliardi di dollari. Una decisione che ribalta anni di stop imposti per motivi ambientali e che restituisce nuova linfa a una ricerca che dura da oltre trent’anni.

Keiser, oggi 76enne, ha trasformato quella che inizialmente era una passione in una vera e propria missione esistenziale. Dal primo viaggio negli anni ’90, ha organizzato almeno 17 spedizioni sull’isola, investendo più di 5 milioni di dollari del proprio patrimonio personale. La sua determinazione, spesso al limite dell’ossessione, è stata raccontata da chi lo ha seguito da vicino: “c’è qualcosa di eccitante nell’osservare una persona ossessionata da qualcosa. Sicuramente è a tratti inquietante e, dopo un po’, inizi a chiederti quanto del suo tempo abbia sprecato e che tratti della personalità potresti condividere con lui, ma non puoi mai allontanarti troppo o smettere di guardare, perché c’è sempre la sensazione impellente che, prima o poi, potresti perderti qualcosa”.

Al centro della vicenda c’è la remota area di Puerto Inglés, un luogo tanto suggestivo quanto inaccessibile, dove la tradizione colloca quasi mille barili colmi di monete d’oro e d’argento, gioielli e pietre preziose. Secondo la ricostruzione storica più accreditata, il tesoro avrebbe origine nel 1714, quando il capitano spagnolo Juan Ubilla de Echeverría, al comando della Nuestra Señora del Monte Carmelo, sottrasse parte del carico destinato alla Spagna per nasconderlo sull’isola. Decenni dopo, nel 1760, il bottino sarebbe stato riscoperto dal navigatore britannico Cornelius Webb, che lo avrebbe nuovamente seppellito, lasciando indizi destinati ad alimentare secoli di ricerche.

Eppure, la storia della caccia al tesoro è costellata di fallimenti, illusioni e momenti grotteschi. Il più emblematico resta il caso del robot “Arturito”, una macchina a quattro ruote che nei primi anni 2000 scatenò un’ondata di entusiasmo nazionale in Cile. Presentato come un dispositivo rivoluzionario capace di individuare metalli preziosi grazie a tecnologie fantascientifiche, fu celebrato come la chiave per risolvere il mistero in pochi giorni. L’euforia fu tale che gli abitanti dell’isola iniziarono a immaginare una trasformazione radicale del territorio, mentre le autorità locali ipotizzavano una distribuzione milionaria dei proventi.

Nel frattempo, Keiser veniva ridicolizzato dai media, etichettato come il “Gringo Loco” o il “Grande Perdente”, mentre il piccolo robot diventava un fenomeno mediatico. La parabola si concluse bruscamente quando l’inventore, Manuel Salinas, non fu in grado di spiegare il funzionamento della macchina davanti a una platea universitaria, facendo crollare l’intero castello di illusioni. Per Keiser, quell’episodio rappresentò uno dei momenti più difficili della sua lunga ricerca, tanto da spingerlo a riprendere a fumare nonostante i problemi di salute.

Dietro l’ostinazione del cacciatore di tesori c’è una storia personale altrettanto singolare. Nato a Chicago da immigrati ebrei olandesi, Keiser costruì la propria fortuna nel settore tessile con la Architex International, azienda arrivata a collaborare persino con la NASA. Negli anni ’80 guidava un’impresa da oltre 200 dipendenti, simbolo del successo imprenditoriale americano. Ma nel 1996, dopo aver visto un documentario sul presunto tesoro di Ubilla, decise di cambiare radicalmente vita. Convinto dell’autenticità storica delle lettere che descrivevano il bottino, trascorse mesi negli archivi britannici prima di vendere tutto e trasferirsi sull’isola.

A rendere ancora più complessa la caccia è la conformazione stessa del territorio. Puerto Inglés è un ambiente ostile, fatto di pendii scoscesi e picchi rocciosi, che ha alimentato il dibattito tra gli studiosi. Molti ritengono improbabile che marinai del XVIII secolo potessero trasportare carichi così pesanti in un’area tanto impervia. Ma per Keiser proprio questa difficoltà rappresenta la prova più convincente: un luogo così inaccessibile sarebbe stato ideale per nascondere una fortuna destinata a rimanere segreta.

Ora, con il via libera della Corte Suprema e la ripresa degli scavi prevista entro giugno, la storia torna a vivere una nuova fase. Tra scetticismo scientifico e speranze milionarie, la ricerca del tesoro di Robinson Crusoe continua a incarnare una delle ossessioni più affascinanti e controverse dell’età contemporanea, sospesa tra mito, storia e ambizione personale. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!