Fiorello contro Rai e Mediaset “Da vent’anni sempre gli stessi programmi”

Fiorello scuote Rai e Mediaset denunciando palinsesti ripetitivi e poca innovazione, tra nostalgia del grande varietà e consapevolezza di un pubblico ormai frammentato e sempre più distante dai riti collettivi della tv.
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Rosario Fiorello torna a far discutere e lo fa con la consueta schiettezza che ha contraddistinto tutta la sua carriera. Dal palco del Salone del Libro di Torino, lo showman siciliano ha puntato il dito contro Rai e Mediaset, accusandole di una sostanziale immobilità nella costruzione dei palinsesti. Un intervento che si inserisce in un momento già acceso per il conduttore, reduce da polemiche recenti che hanno coinvolto anche ambienti a lui vicini.

Fiorello non ha usato mezzi termini nel descrivere la situazione della televisione italiana, denunciando una ripetitività ormai cronica dell’offerta. “È da almeno vent’anni che in tv, tra Rai e Mediaset, ci stanno riproponendo sempre gli stessi programmi. Il palinsesto del prossimo anno è uguale a quello di quest’anno. Tutti gli anni gli stessi programmi: ‘Ballando con le Stelle’, gli ‘Amici’ di Maria, poi arriverà ‘Tale e Quale’ e poi quelli ‘tali e quali’ e infine ci salverà Sanremo”, ha dichiarato, sintetizzando con ironia una critica strutturale al sistema televisivo.

Parole che riflettono un tema ricorrente nel dibattito sull’intrattenimento generalista: la difficoltà di innovare in un contesto in cui i format consolidati continuano a garantire ascolti e pubblicità. Una dinamica che lo stesso Fiorello conosce bene, pur rivendicando il proprio tentativo di non restare ancorato ai successi del passato. “Mi dicono di fare qualcosa di nuovo! Io ci provo e infatti faccio cose per diversificare. Guarda caso ho fatto un programma alle sette del mattino. Cerco almeno di non fossilizzarmi sui miei successi”, ha spiegato, facendo riferimento alle sue esperienze più recenti, tra cui “Viva Rai2!” e “La Pennicanza”.

Il suo ritorno in televisione, dopo anni di assenza dalla prima serata — l’ultimo grande show resta “Il più grande spettacolo dopo il weekend” del 2011 — è stato infatti segnato da scelte non convenzionali, a partire dalla fascia oraria mattutina. Una strategia che conferma la volontà di sperimentare, pur in un contesto che, secondo lui, tende a premiare la continuità più che il rischio.

Nel suo intervento, Fiorello ha poi aperto una riflessione più ampia sul cambiamento del linguaggio televisivo e del pubblico, evocando con nostalgia la stagione dei grandi varietà Rai. “La Rai del grande varietà, della seconda serata sperimentale, dei programmi che rischiavano. La Rai di Renzo Arbore o di Piero Chiambretti, dei grandi autori capaci di trasformare il sabato sera in rito nazionale. Sono cresciuto con il grande varietà della Rai in bianco e nero, da Mina a Raffaella Carrà, dalle gemelle Kessler a Pippo Baudo. Quegli spettacoli erano curati forse anche all’esasperazione”, ha ricordato, sottolineando un’epoca in cui la televisione rappresentava un appuntamento collettivo e identitario.

Un modello che oggi appare difficilmente replicabile, anche per via della trasformazione delle abitudini di consumo. “Oggi siamo frammentati. Non esiste più il rito collettivo. Non puoi fare un monologo di dodici minuti: dopo un minuto cambiano canale o scorrono via su TikTok”, ha osservato, evidenziando l’impatto delle piattaforme digitali e della fruizione on demand.

Le parole di Fiorello riaccendono così il confronto su una televisione divisa tra tradizione e innovazione, dove il successo dei format storici convive con la necessità, sempre più urgente, di intercettare un pubblico in continua evoluzione. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!