Remigrazione, cos’è e perché se ne parla sempre di più in Europa

Il concetto di remigrazione, trasformato dall’estrema destra europea da termine neutro a progetto di espulsione di massa, guadagna consensi alimentando dibattiti su identità, democrazia e futuro del continente.
Credit © Remigrazione e Riconquista

La remigrazione rappresenta uno dei concetti centrali emersi negli ultimi anni all’interno dei movimenti e dei partiti di estrema destra in tutta Europa, diventando progressivamente un elemento ricorrente nel dibattito politico continentale. Il termine, che dal punto di vista etimologico deriva dal verbo latino “remigrare” e indica letteralmente un “ritorno al luogo di origine”, ha assunto negli ambienti della destra radicale europea un significato completamente diverso da quello utilizzato tradizionalmente nelle scienze sociali.

Nel linguaggio degli studi accademici sulle migrazioni, la remigrazione indica il ritorno volontario di persone emigrate nel proprio paese d’origine. Nell’uso politico contemporaneo, invece, il termine è stato progressivamente trasformato in un eufemismo per indicare espulsioni, rimpatri coatti e, nelle versioni più radicali, deportazioni di massa di persone immigrate o percepite come non appartenenti alla comunità nazionale. È questa ambiguità lessicale a renderlo uno dei vocaboli più controversi del dibattito europeo: un termine apparentemente tecnico, ma usato per rendere presentabile un progetto politico fondato sull’esclusione.

Le origini del concetto e l’influenza di Martin Sellner

Il teorico più influente della remigrazione nel suo significato politico contemporaneo è l’austriaco Martin Sellner, nato nel 1989 a Vienna e figura storica del Movimento identitario austriaco. Sellner ha contribuito a trasformare il termine in una proposta organica, diffusa attraverso conferenze, reti internazionali, attività sui social e pubblicazioni dedicate. Il suo libro “Remigration: ein Vorschlag”, pubblicato in Germania nel 2024, resta uno dei testi di riferimento della destra identitaria europea.

La teoria di Sellner è diventata nota a livello internazionale dopo l’inchiesta di Correctiv sull’incontro riservato organizzato nel novembre 2023 nei pressi di Potsdam, in Germania. A quell’incontro parteciparono esponenti dell’AfD, militanti neonazisti, imprenditori e figure della nuova destra tedesca. Secondo l’inchiesta, Sellner presentò un piano di “remigrazione” rivolto non solo agli immigrati irregolari, ma anche a richiedenti asilo, cittadini tedeschi naturalizzati e persone con cittadinanza tedesca considerate “non assimilate”. L’ipotesi più estrema prevedeva l’allontanamento di milioni di persone verso un paese del Nord Africa.

Le rivelazioni di Correctiv provocarono nel 2024 una delle più grandi mobilitazioni antifasciste della Germania recente. Il termine “remigrazione” fu scelto come “Unwort des Jahres”, la “parolaccia dell’anno” 2023, perché considerato una formula eufemistica usata dalla destra radicale per mascherare richieste di espulsione forzata e deportazione di massa. Da allora il concetto non è più rimasto confinato ai gruppi identitari: è entrato nel lessico dei partiti di estrema destra e, in alcuni paesi, anche nel dibattito parlamentare.

La diffusione nei partiti europei

In Germania, Alternative für Deutschland ha inserito il termine “remigrazione” nel proprio programma per le elezioni federali del febbraio 2025, nelle quali è arrivata seconda con il 20,8 per cento dei voti. Nel 2026 il partito resta una delle principali forze della politica tedesca, pur essendo al centro di uno scontro istituzionale: nel 2025 l’intelligence interna tedesca lo aveva classificato come organizzazione estremista di destra, ma nel febbraio 2026 un tribunale ha temporaneamente sospeso l’uso ufficiale di quella definizione in attesa di una decisione definitiva. L’AfD continua comunque a essere il principale punto di riferimento parlamentare europeo per la normalizzazione del concetto di remigrazione.

In Austria, il Partito della Libertà, guidato da Herbert Kickl, ha fatto della remigrazione uno dei pilastri della propria proposta politica. Dopo aver vinto le elezioni legislative del settembre 2024 con il 28,8 per cento dei voti, l’FPÖ ha provato a formare un governo con i conservatori dell’ÖVP, ma i negoziati sono falliti nel febbraio 2025. Dal marzo 2025 l’Austria è governata da una coalizione centrista guidata dal cancelliere Christian Stocker, mentre l’FPÖ è rimasto all’opposizione. Questo non ha ridimensionato il peso politico di Kickl, che continua a rivendicare una “Fortezza Austria”, un blocco dell’asilo e politiche di allontanamento degli stranieri definite esplicitamente come remigrazione.

In Francia, il concetto è stato rilanciato da Éric Zemmour e dal suo partito Reconquête. Già durante la campagna presidenziale del 2022 Zemmour aveva proposto la creazione di un “Ministero della remigrazione”, con l’obiettivo dichiarato di espellere 100mila persone l’anno. Nel 2026, dopo una fase di incertezza legata al ruolo di Sarah Knafo, Zemmour è tornato a proporsi come possibile candidato alle presidenziali del 2027, riprendendo i temi identitari che hanno fondato il suo movimento. Anche se Reconquête resta politicamente più debole del Rassemblement National, il suo lessico ha contribuito a spostare più a destra il dibattito sull’immigrazione.

In Spagna, Vox ha compiuto un salto ulteriore nel 2026 aderendo apertamente alle reti europee della remigrazione. La deputata Rocío de Meer ha partecipato al Remigration Summit 2026 in Portogallo, accanto a Martin Sellner, Eva Vlaardingerbroek e altri esponenti della destra identitaria internazionale. Santiago Abascal ha inoltre appoggiato una campagna europea che punta a raccogliere un milione di firme in almeno sette paesi dell’Unione per portare alla Commissione europea una proposta fondata sulla difesa della “continuità etnoculturale” dei popoli europei. Si tratta di un passaggio importante, perché sposta il concetto dalla propaganda nazionale alla dimensione di iniziativa politica transnazionale.

L’espansione del movimento in Italia

In Italia, il concetto di remigrazione ha fatto la sua prima apparizione pubblica già nel 2017 a Borgosesia, quando un gruppo dell’estrema destra fece irruzione durante una conferenza sull’integrazione dei ragazzi di origine musulmana sventolando uno striscione con la scritta “remigrazione”. Negli anni successivi il termine è stato ripreso da CasaPound, dalle reti identitarie, da esponenti della Lega e poi da Roberto Vannacci.

Il principale aggiornamento del 2026 riguarda proprio Vannacci. Il generale, eletto al Parlamento europeo nel 2024 nelle liste della Lega, non è più nella Lega. Nel febbraio 2026 ha lasciato il partito di Matteo Salvini e ha fondato Futuro Nazionale, un proprio movimento politico. Al Parlamento europeo è passato dal gruppo dei Patrioti per l’Europa a Europa delle Nazioni Sovrane, il gruppo dell’ultradestra europea fondato attorno all’AfD tedesca. La sua scheda ufficiale da eurodeputato lo indica oggi come membro di Futuro Nazionale e del gruppo Europa delle Nazioni Sovrane.

Nel giugno 2026 Futuro Nazionale ha tenuto la propria assemblea costituente a Roma. Vannacci ha presentato il movimento come una forza collocata più a destra della Lega e di Fratelli d’Italia, rivendicando una linea dura su immigrazione, sicurezza, Unione europea e identità nazionale. Durante il congresso inaugurale ha dichiarato che il suo partito non ha un programma per l’immigrazione, ma per la “remigrazione”, proponendo di ridurre drasticamente la presenza straniera in Italia, dal 12 per cento stimato al 4 per cento della popolazione. Secondo diverse cronache, il movimento ha già attratto parlamentari, amministratori locali e decine di migliaia di iscritti, diventando un potenziale concorrente diretto della Lega e un problema politico per Giorgia Meloni in vista delle elezioni del 2027.

La Lega, pur avendo perso Vannacci, non ha abbandonato del tutto il termine. Matteo Salvini e alcuni esponenti leghisti hanno continuato a usare la remigrazione come parola d’ordine, presentandola come un irrigidimento dei rimpatri, dei permessi di soggiorno e delle regole di integrazione. La differenza, nel 2026, è che il tema non è più soltanto una provocazione da comizio: è diventato terreno di competizione tra la Lega, Vannacci e l’estrema destra extraparlamentare.

Il Comitato Remigrazione e Riconquista, promosso da CasaPound Italia, Rete dei Patrioti, Veneto Fronte Skinheads e Brescia ai Bresciani, ha trasformato la proposta in una campagna di legge di iniziativa popolare. Il testo è stato depositato in Cassazione nel gennaio 2026 e poi caricato sulla piattaforma del Ministero della Giustizia per la raccolta firme. La proposta prevede un “programma nazionale di remigrazione”, un “patto di remigrazione volontaria”, un fondo dedicato, l’abolizione del decreto flussi, norme più dure contro gli irregolari e nuove restrizioni su cittadinanza, ricongiungimenti familiari e accesso al welfare. A metà giugno 2026 i promotori rivendicavano di aver superato non solo le 50mila firme necessarie, ma anche quota 150mila.

Il 13 giugno 2026 Roma è stata attraversata da un corteo nazionale per la “Remigrazione e Riconquista”, promosso dalle reti dell’estrema destra. Alla manifestazione hanno partecipato migliaia di persone, con slogan contro gli immigrati, saluti romani e cori nostalgici. Nello stesso giorno si è svolta una contro-manifestazione antifascista e antirazzista, molto più ampia secondo diverse cronache, con decine di migliaia di partecipanti. La coincidenza tra il corteo, la costituente di Futuro Nazionale e l’entrata in applicazione del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo ha reso evidente come il tema della remigrazione sia ormai al centro dello scontro politico italiano.

Il Remigration Summit e la rete internazionale

La dimensione transnazionale del movimento si è consolidata con il Remigration Summit. La prima edizione si è svolta nel maggio 2025 in Italia, nell’area di Milano e Gallarate, con la partecipazione di attivisti identitari, esponenti dell’estrema destra europea, influencer nazionalisti e promotori di campagne contro l’immigrazione. L’evento aveva l’obiettivo di costruire una rete continentale per trasformare la remigrazione da slogan a programma politico.

La seconda edizione, il Remigration Summit 2026, si è svolta il 30 maggio in Portogallo, nell’area di Porto e Figueira da Foz. Vi hanno partecipato circa 500 attivisti e sostenitori dell’estrema destra europea e statunitense. Tra i nomi più rilevanti figuravano Martin Sellner, Andrea Ballarati, Eva Vlaardingerbroek, Rocío de Meer di Vox, Dries Van Langenhove, Jean-Yves Le Gallou e altri esponenti della galassia identitaria. La stampa internazionale ha descritto l’evento come un momento di coordinamento tra reti europee e americane favorevoli alle deportazioni di massa.

L’edizione 2026 ha segnato anche un salto nella dimensione transatlantica del movimento. Tra gli ospiti vi erano figure statunitensi legate alle politiche migratorie più dure dell’amministrazione Trump e alla destra bianca americana. Il messaggio politico del summit era chiaro: presentare le deportazioni di massa negli Stati Uniti come un modello replicabile in Europa. In questo modo, il concetto di remigrazione non è più soltanto una parola europea, ma diventa parte di una piattaforma internazionale che collega AfD, Vox, identitari, gruppi americani e nuovi movimenti nazionalisti.

Le proposte concrete e le implicazioni

La remigrazione, come viene teorizzata dai movimenti di estrema destra, non coincide con il rimpatrio amministrativo degli immigrati irregolari già previsto dagli ordinamenti democratici. Nella sua versione più radicale, si estende a persone con permesso di soggiorno, rifugiati, cittadini naturalizzati, seconde generazioni e individui considerati culturalmente o religiosamente incompatibili con una presunta identità nazionale o europea. È questo allargamento del perimetro a rendere il concetto particolarmente problematico dal punto di vista costituzionale e dei diritti fondamentali.

La strategia non si limita sempre alla deportazione diretta. Alcuni teorici parlano di “volontarietà” indotta: riduzione dei benefici sociali, limitazioni all’accesso alla casa, restrizioni al ricongiungimento familiare, perdita di diritti acquisiti, incentivi economici e pressione amministrativa dovrebbero rendere la permanenza sempre più difficile, fino a trasformare l’abbandono del paese in una scelta solo formalmente volontaria. In questa prospettiva, la remigrazione diventa un sistema di esclusione progressiva, più che una singola misura di espulsione.

Alcuni paesi europei hanno introdotto o rafforzato strumenti di rimpatrio volontario che, pur non coincidendo con i progetti più estremi dell’identitarismo, vengono spesso citati da quei movimenti come precedenti politici. Dal 1° gennaio 2026 la Svezia ha aumentato il contributo per il rimpatrio volontario fino a 350mila corone svedesi per adulto, con tetti massimi per coppie e nuclei familiari. La misura riguarda persone con determinati permessi di soggiorno e status di protezione, non l’intera popolazione immigrata. La Danimarca, già da anni, mantiene una delle politiche migratorie più restrittive d’Europa e programmi di sostegno economico al rientro volontario. La differenza fondamentale resta però tra politiche individuali e volontarie di ritorno assistito e progetti politici di allontanamento di massa fondati su criteri culturali o etnici.

Il contesto europeo e le politiche istituzionali

Il successo crescente della parola remigrazione si inserisce in un contesto europeo di forte irrigidimento delle politiche migratorie. Il 12 giugno 2026 è entrato pienamente in applicazione il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, adottato nel 2024 dopo anni di negoziati. Il Patto introduce controlli più rapidi alle frontiere esterne, procedure accelerate per alcune domande d’asilo, un nuovo meccanismo di solidarietà tra Stati membri e strumenti digitali rafforzati, tra cui Eurodac. Proprio nel giorno dell’avvio, il sistema Eurodac ha registrato malfunzionamenti, confermando le difficoltà tecniche e politiche dell’attuazione.

Ancora più rilevante, per il tema della remigrazione, è il nuovo regolamento europeo sui rimpatri. Il 1° giugno 2026 Parlamento europeo e Consiglio hanno raggiunto un accordo politico sulla creazione di un sistema comune europeo per i rimpatri dei cittadini di paesi terzi il cui soggiorno nell’Unione è irregolare. Il regolamento introduce il riconoscimento reciproco delle decisioni di rimpatrio, un ordine europeo di rimpatrio e la possibilità di istituire “return hubs” in paesi terzi, cioè centri fuori dall’Unione europea destinati a persone senza diritto di soggiorno.

Le istituzioni europee presentano queste misure come strumenti per rendere più efficaci i rimpatri degli irregolari, visto che negli ultimi anni solo una parte delle persone destinatarie di un ordine di rimpatrio ha effettivamente lasciato il territorio dell’Unione. Le organizzazioni per i diritti umani, invece, temono un aumento della detenzione, una compressione delle garanzie procedurali e il rischio di trasferimenti verso paesi non sicuri o con legami insufficienti con le persone coinvolte. È in questa zona grigia che l’estrema destra prova a inserirsi: confondendo il piano giuridico dei rimpatri degli irregolari con il progetto politico della remigrazione di massa.

Le teorie cospirazioniste e la “grande sostituzione”

Il concetto di remigrazione è strettamente collegato alla teoria della “grande sostituzione”, una narrazione complottista secondo cui l’immigrazione in Europa non sarebbe il risultato di guerre, disuguaglianze economiche, crisi climatiche, domanda di lavoro e dinamiche demografiche, ma parte di un piano deliberato per sostituire le popolazioni europee bianche e cristiane con popolazioni provenienti da Africa, Asia e Medio Oriente, spesso descritte come musulmane.

Questa teoria, resa celebre dallo scrittore francese Renaud Camus nel libro “Le grand remplacement” del 2011, è diventata una delle principali matrici ideologiche della destra identitaria globale. La narrazione individua di volta in volta i responsabili nelle élite europee, nel capitale finanziario, nelle istituzioni internazionali, nelle organizzazioni umanitarie o in figure simboliche come George Soros. Non descrive un fenomeno sociale, ma costruisce l’idea di un complotto contro i “nativi”.

Le conseguenze non sono solo linguistiche o politiche. La teoria della grande sostituzione ha ispirato attentati terroristici di matrice razzista, tra cui la strage di Christchurch del 15 marzo 2019 in Nuova Zelanda. La remigrazione viene proposta come risposta pratica a quella teoria: se l’immigrazione è descritta come sostituzione pianificata, l’espulsione di massa viene presentata come “riconquista”. È questo nesso tra complottismo, identità razziale e programma politico a rendere il concetto particolarmente pericoloso.

Dal punto di vista demografico, la realtà europea racconta tutt’altro. Le proiezioni Eurostat pubblicate nel 2026 indicano che la popolazione dell’Unione europea, stimata a 451,8 milioni nel 2025, dovrebbe crescere leggermente fino al 2029 e poi diminuire progressivamente fino a 398,8 milioni nel 2100. L’Europa non sta affrontando una sostituzione pianificata, ma un declino demografico strutturale, legato a bassa natalità, invecchiamento e riduzione della popolazione in età lavorativa.

La crisi demografica europea

Il problema demografico europeo è determinato principalmente dal crollo della natalità. L’ultimo dato Eurostat disponibile nel 2026, riferito al 2024, indica un tasso medio di fecondità nell’Unione europea pari a 1,34 figli per donna, in calo rispetto all’1,38 del 2023 e al livello più basso dall’inizio della serie europea. Nessun grande paese dell’Unione si avvicina alla soglia di sostituzione demografica di circa 2,1 figli per donna.

In Italia la situazione è ancora più grave. Secondo Istat, nel 2025 sono nati circa 355mila bambini, mentre i decessi sono stati circa 652mila. Il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna. Al 1° gennaio 2026 la popolazione residente straniera era pari a 5 milioni e 560mila persone, il 9,4 per cento del totale, in aumento rispetto all’anno precedente. I primi dati provvisori del 2026 confermano il trend: nei primi tre mesi dell’anno le nascite sono diminuite ancora rispetto allo stesso periodo del 2025.

In questo quadro, l’immigrazione non elimina da sola il problema demografico, ma rappresenta uno degli strumenti principali per attenuarne gli effetti. Senza ingressi regolari, molti paesi europei vedrebbero ridursi più rapidamente la forza lavoro, aumentare il peso relativo degli anziani e crescere la pressione sui sistemi pensionistici e sanitari. Lo stesso governo italiano, pur usando un linguaggio politico spesso restrittivo sull’immigrazione, ha approvato per il triennio 2026-2028 un decreto flussi da 497.550 ingressi per lavoro, con 164.850 quote previste per il solo 2026.

Anche la Spagna mostra il contrasto tra retorica anti-immigrazione e realtà economica. Nel 2026 il governo spagnolo ha avviato una regolarizzazione straordinaria dei migranti già presenti nel paese, ricevendo circa 900mila domande entro metà giugno. Madrid difende la misura anche con argomenti economici: alla fine del 2025 i lavoratori stranieri iscritti alla Seguridad Social erano oltre tre milioni, pari al 14,2 per cento dei contribuenti, e diversi studi attribuiscono agli stranieri una quota rilevante della crescita dell’occupazione e del PIL spagnolo negli ultimi anni.

Le reazioni istituzionali e della società civile

Le proposte di remigrazione hanno suscitato reazioni crescenti da parte delle istituzioni democratiche, delle associazioni antirazziste, dei sindacati e della società civile. In Germania, dopo le rivelazioni sul vertice di Potsdam, milioni di persone hanno manifestato nel 2024 contro l’estremismo di destra. Il dibattito sull’AfD è proseguito nel 2025 e nel 2026, tra richieste di messa al bando, decisioni dell’intelligence e ricorsi giudiziari del partito.

In Italia, il 2026 ha segnato un salto di livello nella mobilitazione. Il 13 giugno, a Roma, il corteo per la remigrazione ha trovato una risposta immediata in una contro-manifestazione antifascista e antirazzista, che ha riunito associazioni, studenti, reti sociali, sindacati e forze politiche di opposizione. La presenza di saluti romani e cori nostalgici nel corteo di estrema destra ha riaperto il dibattito sulla tolleranza verso le organizzazioni neofasciste e sul rapporto tra propaganda anti-immigrazione e apologia del fascismo.

A livello europeo, le organizzazioni per i diritti umani hanno concentrato le critiche soprattutto sul rischio che il nuovo Patto migrazione e asilo e il regolamento sui rimpatri creino un clima favorevole alla normalizzazione delle espulsioni. Human Rights Watch, ECRE e altre reti hanno denunciato il rischio di procedure accelerate, detenzione più estesa, minori garanzie e trasferimenti verso paesi terzi. Il punto centrale è che l’inasprimento delle politiche istituzionali, pur restando formalmente distinto dalla remigrazione, può rendere più accettabile nel discorso pubblico l’idea che l’allontanamento sia la risposta principale alla questione migratoria.

Sul piano linguistico, il dibattito è altrettanto importante. In Italia, Treccani ha inserito il termine tra i neologismi nel 2025, definendolo come eufemismo per il ritorno forzato di persone immigrate nel paese d’origine. Nel 2026 il dibattito linguistico si è ulteriormente intensificato: linguisti, giornalisti e studiosi hanno sottolineato come il prefisso “re-” produca un effetto di apparente neutralità, mentre l’uso politico del termine serve spesso a mascherare progetti di esclusione e deportazione.

Le prospettive future

Al 15 giugno 2026, la remigrazione non è più un concetto marginale della destra extraparlamentare. È diventata una parola d’ordine che attraversa partiti, movimenti, influencer, reti internazionali e campagne legislative. In Germania è nel lessico dell’AfD; in Austria è parte dell’identità politica dell’FPÖ; in Francia resta uno dei marchi ideologici di Zemmour; in Spagna Vox partecipa ormai alle reti europee della remigrazione; in Italia il tema è portato insieme da CasaPound, dal Comitato Remigrazione e Riconquista, da settori della Lega e soprattutto da Futuro Nazionale di Roberto Vannacci.

La novità del 2026 è la convergenza tra tre livelli: il livello istituzionale europeo, con il Patto migrazione e asilo e il nuovo regolamento sui rimpatri; il livello politico nazionale, con partiti che competono sul terreno dell’espulsione e della chiusura; e il livello transnazionale, con summit, campagne europee e collegamenti con la destra statunitense. Questo intreccio rende la remigrazione una questione centrale per il futuro delle democrazie europee.

Nei prossimi anni il tema continuerà probabilmente a crescere, soprattutto in vista delle elezioni nazionali in diversi paesi e delle presidenziali francesi del 2027. La forza della remigrazione sta nella sua apparente semplicità: promette una soluzione drastica a problemi complessi come insicurezza sociale, crisi demografica, precarietà del lavoro, difficoltà abitative e trasformazioni culturali. La sua debolezza sta invece nella distanza tra slogan e realtà: i rimpatri dipendono da accordi internazionali, costi elevati, identificazioni difficili, garanzie giuridiche e limiti costituzionali. Ma proprio per questo il concetto resta politicamente efficace: più che una politica concretamente realizzabile, è una narrazione identitaria capace di organizzare consenso, paura e risentimento. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!