Nelle comunità della Repubblica Democratica del Congo, dove gli operatori sanitari devono raggiungere i malati attraversando territori segnati dai conflitti e dagli spostamenti della popolazione, l’emergenza Ebola continua ad allargarsi, mentre una parte delle persone infette sfugge alla diagnosi e numerose vittime muoiono prima di arrivare nei centri di trattamento.
Il bilancio diffuso dalle autorità sanitarie congolesi martedì 13 ottobre 2026 ha raggiunto 9.066 casi confermati e 4.381 decessi, con altri 88 contagi nell’ultimo aggiornamento. Le zone sanitarie interessate dall’inizio dell’epidemia sono salite a 65, distribuite in sette province. Secondo le stime delle autorità, riferite dall’Associated Press, le infezioni confermate rappresenterebbero soltanto circa un terzo di quelle effettive: un’indicazione della possibile sottostima, che non equivale però a un conteggio verificato dei casi ancora sconosciuti.
L’epidemia, dichiarata a maggio, è la più estesa mai registrata nel Paese. La distribuzione dei contagi resta tuttavia disomogenea: l’Ituri è l’epicentro, mentre il Nord-Kivu costituisce un altro fronte particolarmente critico. Le altre province coinvolte sono Bas-Uélé, Haut-Uélé, Sud-Kivu, Sud-Ubangi e Tshopo. Nel rapporto dell’8 ottobre, l’Organizzazione mondiale della sanità segnalava tra le zone più colpite Beni e Katwa, nel Nord-Kivu, e Rwampara, Bunia e Mandima, nell’Ituri. La presenza del virus in sette province descrive l’estensione raggiunta dall’emergenza, ma non significa che la trasmissione proceda ovunque con la stessa intensità.
A rendere più difficile il contenimento sono gli scontri armati, le carenze delle strutture sanitarie e i continui movimenti della popolazione, che ostacolano l’assistenza e il tracciamento delle persone esposte. Il numero elevato di morti nelle comunità, sottolinea l’OMS, segnala persistenti ritardi nell’individuazione della malattia e nell’accesso alle cure. Il rapporto tra decessi e casi confermati si avvicina al 48,3%, ma questo valore grezzo va interpretato tenendo conto delle infezioni non diagnosticate e degli esiti ancora in evoluzione. Riuscire a identificare prima i malati resta quindi decisivo sia per assisterli sia per interrompere nuove catene di contagio.
Il virus responsabile è Bundibugyo, una delle specie che possono causare la malattia da Ebola, per la quale non sono attualmente disponibili vaccini o terapie specifiche approvati. Questo non significa che i pazienti non possano essere curati: l’OMS evidenzia che l’assistenza tempestiva, la reidratazione e il trattamento delle complicazioni possono migliorare la sopravvivenza. La trasmissione avviene attraverso il contatto diretto con sangue e altri fluidi corporei delle persone malate o decedute, oppure con materiali contaminati. Per questo la protezione degli operatori, l’isolamento dei casi e le sepolture sicure hanno un ruolo centrale nella risposta sanitaria.
Sul fronte della ricerca, il 13 ottobre la CEPI, la Coalizione per le innovazioni nella preparazione alle epidemie, ha annunciato gli ultimi preparativi dello studio clinico Tumaini, guidato dall’Istituto nazionale di ricerca biomedica congolese e dall’Università di Anversa. La sperimentazione dovrebbe iniziare nelle prossime settimane, subordinatamente alle autorizzazioni etiche e regolatorie, e valutare sicurezza ed efficacia di candidati vaccinali contro Bundibugyo. Tra questi figura Ervebo, già autorizzato contro un’altra specie di ebolavirus: la sua efficacia contro il virus dell’epidemia attuale deve ancora essere dimostrata. Sono inoltre in fase iniziale di sperimentazione due vaccini specifici sviluppati da Moderna e dall’Università di Oxford con il Serum Institute of India.
La diffusione oltreconfine ha aggiunto un ulteriore fronte all’emergenza. Dopo i casi registrati in Uganda, il Kenya ha confermato un caso importato in un paziente arrivato dalla Repubblica Democratica del Congo passando attraverso il territorio ugandese. L’uomo è deceduto il 5 ottobre e sono state avviate le attività di ricerca dei contatti. La gravità della situazione locale va comunque distinta dal rischio per il resto del mondo: il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie valuta come molto basso il rischio di importazione nell’Unione europea e nello Spazio economico europeo, pur senza escludere casi sporadici. Le evacuazioni mediche di persone contagiate, effettuate con procedure di isolamento, non indicano da sole una circolazione del virus nelle comunità europee. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
