Mentre l’autunno italiano alterna parentesi miti e ritorni delle perturbazioni, nel Pacifico equatoriale si rafforza un fenomeno capace di influenzare la circolazione atmosferica ben oltre i tropici, aprendo interrogativi sull’evoluzione dell’inverno 2026-2027. El Niño può infatti favorire un indebolimento del vortice polare stratosferico nella parte avanzata della stagione, aumentando le possibilità di configurazioni favorevoli alle irruzioni fredde, anche se il passaggio dall’oceano tropicale al tempo sull’Europa dipende da diversi meccanismi atmosferici. Il Met Office indica proprio questa successione: una maggiore propensione a condizioni miti e perturbate sul settore britannico nella prima fase, seguita da un possibile aumento del rischio di freddo dopo il picco del fenomeno.
El Niño si rafforza: che cosa indicano i dati di ottobre
Il bollettino della NOAA dell’8 ottobre 2026 riporta un’anomalia della temperatura superficiale del mare di +2,1°C nella regione Niño 3.4, l’area del Pacifico equatoriale utilizzata per monitorare il fenomeno. Nel Pacifico orientale si registrano inoltre settori con scarti superiori a +4°C: sono differenze rispetto ai valori normali dell’oceano, non aumenti previsti delle temperature italiane.
Le proiezioni assegnano una probabilità dell’83% al superamento della soglia di +2,5°C dell’indice trimestrale RONI tra ottobre e dicembre 2026, associata a un evento di intensità storica. Rimane superiore all’83% anche la probabilità di un El Niño forte o molto forte nel trimestre gennaio-marzo 2027, delineando quindi un’influenza tropicale destinata a proseguire durante l’inverno.
L’Organizzazione Meteorologica Mondiale colloca il picco intorno a dicembre 2026 e indica una persistenza del fenomeno pressoché certa fino a febbraio 2027. Nelle sue elaborazioni, l’anomalia media prevista per la regione Niño 3.4 nel trimestre ottobre-dicembre raggiunge circa +3,7°C. I valori dei diversi prodotti vanno letti considerando indici, periodi e riferimenti climatici utilizzati; il segnale comune resta quello di un forte riscaldamento del Pacifico tropicale, destinato a modificare la distribuzione delle piogge e della circolazione atmosferica su vasta scala.
Come il Pacifico può indebolire il vortice polare
Il collegamento passa attraverso le grandi onde atmosferiche che trasportano energia dalle basse latitudini verso quelle polari. Con El Niño cambiano la posizione delle precipitazioni tropicali e la circolazione sul Pacifico settentrionale, creando condizioni che possono favorire una maggiore propagazione delle onde verso la stratosfera. Quando queste interagiscono con il vortice polare, possono rallentarne i venti occidentali e favorire un riscaldamento dell’atmosfera sopra l’Artico.
Il vortice polare stratosferico è una circolazione di venti che si sviluppa durante la stagione fredda, a quote comprese indicativamente fra 10 e 50 chilometri. Nei disturbi più intensi, il riscaldamento può raggiungere circa 50°C in pochi giorni, accompagnandosi a un forte rallentamento o all’inversione dei venti: è il fenomeno conosciuto come stratwarming. Gli effetti sulla circolazione più vicina al suolo, quando si verificano, possono emergere nelle settimane successive.
Gli studi del Met Office hanno individuato un collegamento fra El Niño, stratosfera e clima europeo nella parte finale dell’inverno, ma con una distinzione geografica fondamentale: nelle simulazioni, la risposta associata ai riscaldamenti stratosferici favorisce condizioni fredde soprattutto nell’Europa settentrionale, mentre l’Europa meridionale può restare più mite. L’eventuale indebolimento del vortice, quindi, aumenta l’interesse per gli scambi di masse d’aria senza stabilire automaticamente che il gelo raggiungerà il Mediterraneo.
Anche i precedenti invitano a considerare l’intera evoluzione atmosferica: nel 1997-1998, nonostante un El Niño molto intenso, mancò un riscaldamento stratosferico maggiore durante l’inverno; nel 2015-2016, invece, il vortice rimase particolarmente robusto nella prima parte della stagione e il cedimento arrivò soltanto all’inizio di marzo.
Gennaio e febbraio sotto osservazione, ma conta anche la QBO
Per l’inverno 2026-2027, la finestra di maggiore interesse si colloca dunque nella seconda parte della stagione, con particolare attenzione a gennaio e febbraio 2027 e possibili sviluppi fino a marzo. Il quadro prospettato comprende una prima fase più favorevole alla circolazione occidentale e una successiva maggiore possibilità di disturbi del vortice e cambiamenti sull’Atlantico.
Un fattore capace di contrastare questa evoluzione è la QBO, l’oscillazione dei venti nella stratosfera equatoriale, indicata nell’analisi autunnale in fase occidentale. Questa configurazione tende a favorire una corrente a getto più intensa, mentre la fase orientale è generalmente associata a maggiori possibilità di indebolimento del getto e di riscaldamenti stratosferici. L’interazione con El Niño rende quindi meno lineare la risposta dell’atmosfera.
Per il tempo europeo sarà decisiva anche l’Oscillazione Nord Atlantica, o NAO: nella fase positiva prevalgono correnti occidentali più forti, mentre una fase negativa può favorire blocchi anticiclonici e una maggiore presenza di correnti settentrionali od orientali. La posizione concreta di anticicloni e depressioni determinerà quali territori verranno raggiunti dall’aria fredda.
Italia tra neve e piogge: le condizioni necessarie
Per l’Italia, lo scenario da seguire nella parte avanzata dell’inverno comprende un possibile maggiore coinvolgimento delle perturbazioni sul versante tirrenico e al Centro-Sud, con occasioni di neve sulle Alpi. Le irruzioni fredde estese a Nord, Centro, Sud e Isole maggiori restano invece subordinate a una disposizione favorevole della circolazione europea.
Per avere neve in pianura o lungo le coste servirà inoltre l’incontro fra aria sufficientemente fredda e precipitazioni: una depressione mediterranea potrà richiamare umidità, ma la quota neve dipenderà dalle temperature lungo la colonna atmosferica. Il precedente di fine febbraio 2018, quando dopo il disturbo del vortice arrivarono il Burian e la neve a Roma, illustra una combinazione possibile, senza rappresentare una previsione per il prossimo inverno.
Un’atmosfera più calda può contenere più vapore acqueo e fornire maggiore umidità alle precipitazioni; perché questa si trasformi in neve devono però conservarsi condizioni termiche adatte. In assenza di freddo sufficiente, il risultato sarà soprattutto pioggia, anche intensa, anziché nevicate abbondanti.
Alla data del 16 ottobre 2026, le indicazioni stagionali consentono di delineare questi scenari, senza individuare giornate di gelo, temperature minime o accumuli nevosi per singole città. I prodotti ECMWF esprimono infatti anomalie e probabilità su periodi lunghi, mentre un singolo riscaldamento stratosferico diventa prevedibile con affidabilità soltanto a distanza molto più ravvicinata. Sarà soprattutto la capacità dei disturbi in quota di influenzare la circolazione sottostante a determinare il volto dell’inverno europeo.
Le previsioni meteo vengono elaborate a partire dai dati forniti dai modelli internazionali ECMWF e GFS, successivamente verificati e interpretati dalla redazione di www.newsroomitalia.it
