Il tanto atteso remake live action di Biancaneve si sta rivelando un disastro economico per la Disney. Con un budget stratosferico di 270 milioni di dollari, esclusi i costi di marketing, il film diretto da Marc Webb ha raccolto appena 43 milioni di dollari nel weekend di apertura negli Stati Uniti, ben al di sotto delle aspettative minime di 50 milioni. A livello mondiale, il totale sale a 87,3 milioni, cifra che rappresenta un fallimento se paragonata ai 100 milioni previsti dagli analisti. Una performance che rischia di trasformare questa produzione in uno dei più clamorosi insuccessi commerciali nella storia recente della casa di Topolino.
L’unico mercato in controtendenza è l’Italia, dove il film ha debuttato al primo posto del botteghino con 3,7 milioni di euro raccolti in 577 cinema, spodestando dopo mesi di dominio la commedia FolleMente di Paolo Genovese. Un risultato sorprendente che dimostra come il pubblico italiano sia stato meno influenzato dalle polemiche che hanno letteralmente affossato il film oltreoceano.
I numeri sono impietosi soprattutto se confrontati con gli altri remake live action Disney degli ultimi anni. La Sirenetta nel 2023 aveva incassato 95 milioni nel primo weekend, mentre Cenerentola del 2015 e Maleficent del 2014 hanno esordito rispettivamente con 67,9 e 69,4 milioni di dollari al botteghino americano. Persino Dumbo, considerato uno dei remake meno fortunati, nel 2019 aveva debuttato con 137 milioni a livello globale, chiudendo la sua corsa cinematografica con 353 milioni complessivi.
Per raggiungere il punto di pareggio, Biancaneve dovrebbe incassare tra i 500 e i 550 milioni di dollari, un traguardo che appare ormai irraggiungibile a meno di un miracoloso recupero nelle prossime settimane, eventualità in cui la Disney ripone le ultime speranze, sognando una parabola simile a quella di Mufasa, partito lentamente ma cresciuto nel tempo.
Le cause di questo disastro sono molteplici e affondano le radici in anni di polemiche che hanno accompagnato il progetto sin dal suo annuncio. Al centro delle controversie si colloca la protagonista Rachel Zegler, attrice di origini colombiane, la cui scelta per interpretare una principessa descritta nella fiaba originale come “dalla pelle bianca come la neve” ha scatenato feroci critiche sui social media. La situazione è ulteriormente precipitata quando la Zegler ha definito pubblicamente il classico Disney del 1937 “datato” e “sessista”, descrivendo il principe come uno “stalker” e dichiarando la necessità di una rivisitazione in chiave moderna.
Ad aggravare la situazione sono state le posizioni politiche delle due protagoniste: Zegler ha espresso pubblicamente il suo sostegno alla Palestina, mentre Gal Gadot, che interpreta la Regina Cattiva, ha difeso Israele, creando tensioni evidenti sul set. Il colpo di grazia è arrivato dopo le elezioni presidenziali americane del 2024, quando Zegler ha scritto sui social di essere “affranta” e che sperava che “gli elettori di Trump e Trump stesso non conoscessero mai la pace”, dichiarazioni per cui ha dovuto successivamente scusarsi.
Anche le scelte artistiche hanno contribuito a innervosire i fan della fiaba originale: i sette nani sono stati sostituiti con creature magiche realizzate in computer grafica, il Principe Azzurro è stato ridimensionato a favore di un personaggio secondario chiamato Jonathan, e la trama è stata rimaneggiata in chiave femminista per dare maggiore indipendenza alla protagonista.
Consapevole delle potenziali ripercussioni negative, la Disney ha adottato una strategia difensiva, riducendo drasticamente la promozione del film. La premiere, inizialmente programmata come un evento sfarzoso a Los Angeles, è stata spostata in un castello a Segovia, in Spagna, con un formato ridotto e senza tappeto rosso. La stampa è stata tenuta a distanza e le interviste con i protagonisti sono state limitate al minimo indispensabile, scelta che ha fatto infuriare persino membri del cast come Martin Klebba, l’attore che doppia Brontolo, che si è detto “veramente deluso” da questa decisione.
I segnali di allarme erano già evidenti mesi fa, quando la Disney aveva posticipato l’uscita al 2025, ufficialmente a causa degli scioperi di Hollywood, ma secondo fonti interne citate dal Daily Mail, per timore che il film potesse rivelarsi “un disastro finanziario al botteghino” tale da “paralizzare da solo i futuri remake e i potenziali sequel già pianificati”. I dirigenti speravano di “raddrizzare il tiro” e “fare fronte alle critiche arrivate online”, ma evidentemente non sono riusciti nell’intento.
L’analisi demografica del pubblico statunitense rivela che il 70% degli spettatori era di sesso femminile, ma solo il 14% aveva meno di 17 anni, un dato preoccupante per un film teoricamente indirizzato a famiglie e bambini. La maggior parte del pubblico (38%) aveva più di 35 anni, suggerendo che il film ha fallito nel suo intento di conquistare una nuova generazione di spettatori.
Il caso italiano rappresenta un’eccezione interessante. Nel nostro paese, dove le polemiche politiche americane hanno avuto meno risonanza, il pubblico ha premiato il film portandolo al primo posto del botteghino con 3,7 milioni di euro in quattro giorni. Un risultato che potrebbe essere spiegato sia dalla minore esposizione alle controversie sia dalla mancanza di concorrenza significativa nelle sale, con l’unico rivale rappresentato da FolleMente, già in programmazione da diverse settimane.
Lunedì la Disney tirerà le somme di questo weekend disastroso, ma le prospettive rimangono fosche. Il fallimento di Biancaneve potrebbe segnare un punto di svolta nella strategia dei remake live action, finora considerati una gallina dalle uova d’oro per lo studio. Inoltre, potrebbe rappresentare l’ultimo atto di una stagione caratterizzata dall’approccio “woke” di Hollywood, che sembra aver stancato una parte significativa del pubblico, specialmente in un clima politico sempre più polarizzato.