L’Università di Bologna ha rifiutato di attivare un corso di laurea in Filosofia dedicato a un gruppo selezionato di giovani ufficiali dell’esercito italiano, generando una polemica istituzionale di ampia portata che ha coinvolto i vertici militari, il governo e la comunità accademica. La richiesta era stata avanzata dal capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Carmine Masiello, il quale aveva illustrato l’iniziativa nel corso degli Stati Generali della Ripartenza tenutisi a Bologna nei giorni scorsi, descrivendo una decisione che ha definito incoerente con i valori universali della formazione e della conoscenza.
Secondo la ricostruzione fornita dal generale Masiello, la proposta mirava a offrire agli ufficiali strumenti culturali innovativi e atti a sviluppare un pensiero laterale, liberandoli dagli stereotipi della vita militare e favorendo la capacità di interpretare i fenomeni geopolitici con prospettive critiche e articolate. Il percorso di studi, destinato a circa dieci-quindici giovani ufficiali provenienti dall’Accademia militare di Modena, era stato concepito come occasione di arricchimento intellettuale volto a comprendere più profondamente la complessità degli scenari internazionali e delle crisi che interessano quotidianamente la difesa nazionale. Il generale ha sottolineato come l’intento fosse proprio quello di avvicinare due mondi spesso percepiti come distanti e contrapposti nel dibattito pubblico, valorizzando la formazione filosofica quale strumento essenziale per interpretare la realtà contemporanea e ampliare gli orizzonti culturali dei militari.
Tuttavia, la richiesta ha incontrato un netto rifiuto motivato, secondo quanto riferito dal capo dell’Esercito, dal timore attribuito ai docenti del Dipartimento di Filosofia di una presunta militarizzazione dell’ambiente universitario. Masiello ha dichiarato di non potere sindacare le scelte che competono ad altre istituzioni, tuttavia ha voluto rappresentare come un’istituzione dello Stato quale l’Esercito non sia stata ammessa presso l’ateneo. Ha definito tale decisione come una cosa che lo ha deluso e sorpreso, ritenendola sintomatica dei tempi attuali e significativa della necessità di percorrere ancora molta strada affinché l’opinione pubblica e i giovani comprendano quale sia la reale funzione delle forze armate nel contesto geopolitico mondiale contemporaneo.
Il rettore dell’Alma Mater bolognese, Giovanni Molari, ha chiarito che la decisione di non attivare il corso è stata autonoma del Dipartimento di Filosofia, il quale ha preferito soprassedere e astenersi dal deliberare sulla proposta. Ha rimarcato come le scelte relative all’attivazione di curricula dedicati rientrino nelle prerogative proprie dei dipartimenti accademici, secondo l’ordinamento dell’università italiana. Tuttavia, Molari ha precisato che tale decisione non chiude definitivamente la strada a ulteriori interlocuzioni e sviluppi futuri, affermando che l’ateneo rimane costantemente aperto al dialogo con realtà esterne che riconoscono l’eccellenza formativa e scientifica della propria struttura.
La vicenda ha attirato immediata attenzione da parte del governo, in particolare del Ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, la quale ha contattato telefonicamente il rettore per esprimere la propria posizione critica nei confronti della scelta compiuta dal dipartimento accademico. Pur rispettando l’autonomia delle scelte didattiche demandate ai dipartimenti, Bernini ha condiviso la delusione del generale Masiello, affermando che la mancata attivazione del corso rappresenta non solo una scelta discutibile ma una rinuncia alla propria missione formativa. Secondo la ministra, un dipartimento che teme la presunta militarizzazione rischia di compromettere la funzione fondamentale del sapere, che dovrebbe caratterizzarsi come luogo di apertura e inclusione piuttosto che di chiusura e esclusione. Bernini ha inoltre sostenuto che non può esistere libertà senza sicurezza, e che non può esservi sicurezza senza una difesa preparata e capace di interpretare la complessità contemporanea. Ha concluso affermando che una società che manifesta diffidenza nei confronti dei propri servitori in uniforme dovrebbe interrogarsi sulle proprie fragilità piuttosto che sul ruolo delle forze armate.
Ancora più aspro l’intervento del ministro della Difesa, Guido Crosetto, il quale ha pubblicato un messaggio sui social media per stigmatizzare la decisione dei professori bolognesi. Crosetto ha rivolto un’ironica “rassicurazione” ai docenti dell’ateneo, affermando che gli ufficiali che oggi vengono rifiutati sdegnati saranno ugualmente pronti a difenderli in caso di necessità, così come hanno sempre fatto, oggi, domani e sempre. Il ministro ha aggiunto l’auspicio che, qualora eventuali circostanze lo rendessero necessario, questi professori saranno almeno moralmente al fianco delle forze armate che hanno giurato di difendere sulla Costituzione ogni cittadino italiano, come già fanno quotidianamente.
La polemica ha trovato eco anche nell’ambito della comunità accademica e studentesca. Il movimento studentesco Azione Universitaria Bologna ha depositato un’interrogazione al Senato accademico per ottenere chiarimenti sulla decisione del dipartimento, dichiarando che il blocco del corso sarebbe frutto di pregiudizio antimilitarista alimentato da ambienti estremisti che eserciterebbero pressioni sul dipartimento stesso. L’organizzazione ha sostenuto che l’articolo 52 della Costituzione ricorda e afferma lo spirito democratico delle forze armate, mentre ha criticato coloro che si oppongono alla loro partecipazione alla vita universitaria quale atteggiamento antidemocratico e totalitario.
L’iniziativa ha attirato anche l’attenzione di autorevoli esponenti del panorama politico nazionale. Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati e deputato bolognese, Galeazzo Bignami, ha dichiarato che la scelta del dipartimento amareggia e rappresenta l’ennesimo schiaffo rivolto alle donne e agli uomini in divisa che mettono a rischio la propria vita per difendere gli italiani, sia in patria che all’estero. Bignami ha sottolineato come sia sorprendente che in un luogo di cultura quale l’università, che dovrebbe incarnare i principi di inclusione e apertura, si manifesti un esempio così negativo di esclusione. Ha inoltre auspicato che il dipartimento riconsideri la propria decisione tenendo conto dell’alta missione svolta dall’esercito italiano.
Altre voci provenienti dalla coalizione di governo hanno espresso solidarietà ai vertici militari. Alessandro Cattaneo, deputato di Forza Italia e responsabile dei Dipartimenti del partito, ha affermato di apprendere con stupore dal racconto mediatico il rifiuto dell’ateneo bolognese di collaborare con l’esercito italiano per la formazione dei propri ufficiali. Ha manifestato solidarietà sia alla forza armata che al capo di Stato Maggiore Masiello, sottolineando come le forze armate costituiscano uno strumento prezioso della Repubblica, a disposizione della comunità nazionale per i compiti affidati dalla Costituzione, dalle missioni all’estero alle attività di sicurezza interna e agli impegni Nato, fino alle operazioni di supporto alla popolazione civile.
Surprendentemente, anche da parte dell’opposizione giunge una critica alla decisione dell’ateneo emiliano. Piero Fassino, deputato del Partito Democratico e vicepresidente della commissione Difesa della Camera, ha auspicato che le autorità accademiche di una delle più antiche e prestigiose università del mondo riconsiderino il loro rifiuto. Fassino ha inoltre definito la decisione come “triste e desolante” conferma della deriva del mondo accademico, sempre più incline secondo il suo giudizio a battaglie ideologiche e scelte manichee, piuttosto che a svolgere la propria missione fondamentale di formazione e creazione di sapere.
La vicenda rimane aperta, con il dipartimento dell’Università di Bologna ancora senza aver fornito dichiarazioni pubbliche dirette sulle motivazioni specifiche della decisione. Il caso evidenzia tensioni più ampie riguardanti il rapporto tra istituzioni militari e mondo accademico, sollevando interrogativi sulla permeabilità e l’inclusività del sistema universitario italiano nei confronti di figure istituzionali rappresentative della sovranità dello Stato. La questione investe anche riflessioni più generali sulla funzione civica dell’università e sulla sua capacità di dialogare con diverse articolazioni della società contemporanea, superando pregiudizi ideologici e favorendo il reciproco arricchimento culturale. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
