Il corridoio verde dell’aeroporto di Milano Linate, quella corsia apparentemente innocua riservata ai viaggiatori che non hanno nulla da dichiarare, si è trasformata in una trappola costosa per un passeggero proveniente da Tokyo. In una delle operazioni di controllo doganale più singolari degli ultimi mesi, i funzionari dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM), in stretta collaborazione con i militari della Guardia di Finanza, hanno intercettato un carico eccezionale: ventimila carte collezionabili, tra Pokémon e One Piece, stipate nei bagagli da stiva. Un tesoro di carta e olografie dal valore stimato di oltre 90mila euro, che l’uomo tentava di introdurre in Italia eludendo il fisco.
Tutto si è svolto in pochi minuti, ma è il frutto di un’attenta attività di analisi dei rischi che le Fiamme Gialle conducono quotidianamente sui flussi passeggeri. L’uomo, atterrato a Linate dopo uno scalo tecnico a Parigi, camminava con disinvoltura verso l’uscita, spingendo il carrello con le proprie valigie lungo il percorso “Nothing to declare”. Una scelta che, agli occhi della legge, equivale a un’autocertificazione: il passeggero sta dichiarando di non trasportare merci soggette a dazi, o comunque di rimanere entro le franchigie previste per i viaggiatori extra-UE. Tuttavia, l’atteggiamento o forse la mole dei bagagli ha insospettito i militari del Gruppo di Linate, che hanno deciso di procedere a un controllo più approfondito. L’apertura delle valigie ha rivelato non semplici souvenir o effetti personali, ma una vera e propria importazione commerciale mascherata: pile ordinate di box sigillati, bustine rare e card singole protette da custodie rigide, pronte per essere immesse sul fiorente mercato secondario europeo.
La stima effettuata dai funzionari parla chiaro: il valore commerciale della merce supera i 90.000 euro. Non si tratta di giocattoli comuni acquistabili nell’edicola sotto casa, ma di pezzi pregiati, molti dei quali esclusive assolute del mercato giapponese. Il Giappone, infatti, mantiene una politica distributiva molto rigida per i suoi Trading Card Game (TCG). Le espansioni di Pokémon e One Piece Card Game escono nel Sol Levante con mesi di anticipo rispetto all’Occidente, e spesso contengono carte con artwork alternativi, finiture olografiche superiori o promozionali che non vedranno mai la luce in Europa o negli Stati Uniti. Questo differenziale crea un’enorme domanda tra i collezionisti italiani, disposti a pagare cifre esorbitanti per avere la carta “waifu” del momento o il drago olografico in prima edizione giapponese. Il passeggero, evidentemente ben informato sulle dinamiche di questo mercato, aveva puntato proprio su questo: acquistare alla fonte, dove i prezzi sono in yen (e quindi vantaggiosi dato il cambio attuale), per rivendere in euro con margini di profitto potenzialmente altissimi.
L’intento commerciale, tuttavia, si è scontrato con la normativa doganale. L’importazione di beni da paesi extra-UE è soggetta al pagamento dell’IVA (22% in Italia) e dei dazi doganali se il valore supera la franchigia passeggeri, fissata a 430 euro per chi viaggia in aereo. Con 90.000 euro di merce, il passeggero avrebbe dovuto dirigersi verso il corridoio rosso e compilare la dichiarazione doganale, versando contestualmente le imposte dovute. Il mancato adempimento ha fatto scattare l’accusa di contrabbando. Secondo i calcoli dell’Ufficio delle Dogane, i “diritti di confine” evasi (ovvero la somma di dazi e IVA che lo Stato non ha incassato) ammontano a oltre 22.000 euro. La legge in questi casi è severa ma, per importi di questa natura, prevede spesso sanzioni amministrative pecuniarie estremamente onerose piuttosto che la detenzione, a meno che non si ravvisino aggravanti specifiche. La multa comminata al passeggero oscillerà tra il 100% e il 200% dei diritti evasi. In termini pratici, oltre al sequestro della merce (che viene confiscata), il viaggiatore dovrà pagare una somma che potrebbe variare dai 22.000 ai 44.000 euro. Un’operazione commerciale fallimentare su tutta la linea: ha perso il capitale investito per l’acquisto, ha perso la merce e ora deve fronteggiare un debito con l’Erario italiano.
Questo episodio non è isolato, ma rappresenta la punta dell’iceberg di un fenomeno in rapida ascesa: l’arbitraggio sui beni collezionabili. Negli ultimi cinque anni, le carte Pokémon e, più recentemente, quelle di One Piece, hanno smesso di essere semplici passatempi per adolescenti per diventare asset finanziari non regolamentati. Piattaforme come Cardmarket o eBay registrano transazioni da capogiro, con singole carte che passano di mano per migliaia di euro. Il Giappone è diventato la meta di pellegrinaggio per migliaia di “reseller” occidentali che svuotano i Pokémon Center di Tokyo o i negozi di Akihabara (il quartiere dell’elettronica e dei manga) per riempire le valigie e tornare in patria. Spesso, questi viaggiatori sottovalutano la portata dei controlli doganali, convinti che trattandosi di “figurine” le autorità chiuderanno un occhio. Il sequestro di Linate dimostra l’esatto contrario: l’Agenzia delle Dogane è perfettamente consapevole del valore di questi beni. Per i funzionari, ventimila carte non sono un gioco, ma merce non dichiarata pari a gioielli o elettronica di consumo.
Solo pochi mesi fa, nell’aprile 2025, un’operazione simile, seppur di entità minore, aveva interessato il valico doganale di Ponte Tresa, al confine con la Svizzera, dove erano state confiscate carte per un valore di circa 3.000 euro. Tuttavia, il caso di Linate alza l’asticella per la quantità impressionante di materiale rinvenuto. La scelta di non dichiarare nulla appare ancora più azzardata se si considera che molti di questi box sigillati hanno dimensioni voluminose e sono facilmente individuabili ai controlli a raggi X. La normativa europea è chiara: la franchigia è personale e non cumulabile, e l’uso personale deve essere giustificato dalla quantità. Ventimila pezzi non possono, in alcun modo, essere considerati una scorta personale o un regalo per i nipoti; la quantità stessa è prova della destinazione commerciale.
Oltre alla sanzione immediata, il passeggero rischia di entrare in una spirale burocratica complessa. La merce sequestrata potrebbe essere distrutta o, in rari casi, messa all’asta dall’Istituto Vendite Giudiziarie, anche se per beni coperti da copyright e licenze specifiche la procedura di rivendita statale è farraginosa. Resta il monito per tutti i viaggiatori che vedono nel Giappone una miniera d’oro: il confine tra il collezionismo e il contrabbando è tracciato da una linea rossa sul pavimento dell’aeroporto. Ignorarla, pensando di essere più furbi dei controlli, può costare molto più di quanto si sperava di guadagnare con la vendita di un Charizard o di un Luffy Gear 5. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
