L’ondata influenzale entra nella sua fase più critica e il sistema sanitario nazionale mostra tutte le sue fragilità. Da Palermo a Milano, da Napoli a Cosenza, i pronto soccorso registrano un aumento senza precedenti degli accessi, con punte di sovraffollamento che in alcuni ospedali siciliani superano il 350 per cento. Le barelle diventano letti improvvisati nei corridoi, le sale d’attesa straripano e il personale sanitario lavora a ritmi insostenibili per fronteggiare un’emergenza annunciata che si ripete, identica, ogni inverno.
I numeri parlano chiaro. Al Cardarelli di Napoli si registra un aumento del 25 per cento dei ricoveri per grave influenza rispetto agli ultimi giorni del 2025, con una media di 210 accessi al giorno. Circa il 30 per cento dei pazienti ricoverati presenta polmoniti virali che richiedono trattamento con ossigeno ad alti flussi. All’Ospedale del Mare, sempre nel capoluogo campano, tra il 29 dicembre e il primo gennaio sono stati registrati 25 ricoveri con supporto respiratorio, senza contare i numerosi casi di influenza accompagnata da dispnea. La situazione non migliora negli altri grandi ospedali della città. Al Santobono, la struttura pediatrica di riferimento, si sono toccati picchi di 350 accessi al giorno durante le festività, con sette-otto bambini su dieci che presentano sintomi influenzali e un otto per cento dei piccoli pazienti ricoverati con polmonite.
In Sicilia la situazione assume contorni ancora più drammatici. Negli ospedali palermitani l’indice di sovraffollamento ha raggiunto livelli record. Al Civico, alle dieci del mattino di una giornata qualunque della prima settimana di gennaio, si contavano 81 pazienti in pronto soccorso con un indice del 192 per cento, ma con 117 pazienti contemporaneamente in attesa di ricovero quando normalmente se ne registrano tra i 60 e i 70. All’ospedale Cervello l’indice toccava il 210 per cento, a Villa Sofia il 223 per cento. In alcuni nosocomi si sono registrate punte oltre il 350 per cento, con pazienti che attendono sulle barelle per 24, 48 ore e oltre prima di accedere ai reparti. La pressione è tale che la direttrice generale del Policlinico di Palermo ha istituito una task force dedicata, sospendendo tutti i ricoveri programmati ad eccezione di quelli oncologici e in classe A, convertendo dieci posti letto in un’unità medica dedicata alle complicanze respiratorie da influenza.
La Calabria non fa eccezione. Nei giorni a cavallo di Capodanno, i pronto soccorso della regione hanno registrato il picco di accessi. A Cosenza sono stati contati quasi 600 accessi in appena 48 ore con circa cinquanta ricoveri, a Reggio Calabria oltre 400 pazienti nello stesso arco temporale, mentre a Catanzaro l’afflusso è stato massiccio soprattutto negli ultimi giorni. I casi più gravi hanno riguardato pazienti con complicanze respiratorie, polmoniti e insufficienze respiratorie, con alcuni ricoveri in terapia intensiva. Il virus maggiormente circolante è l’influenza di tipo A, sottotipo H1N1, con una progressiva diffusione anche della variante H3, nota come variante K.
Anche il Nord non è risparmiato. In Lombardia, nell’ultima settimana di dicembre, i pronto soccorso hanno registrato 6.018 accessi per sindromi simil-influenzali su un totale di oltre 73.600 accessi complessivi. Il dato è in crescita rispetto alla settimana precedente quando gli accessi erano stati 5.336. Le fasce d’età più coinvolte sono quella da zero a nove anni e quella oltre i settanta anni. Preoccupa l’aumento degli accessi per polmoniti, passati da 2.082 a 2.244 nella settimana tra il 22 e il 28 dicembre, con 643 ricoveri. Gli accessi per sindromi respiratorie sono stati 11.697 nell’ultima settimana del 2025, con 1.433 ricoveri, in netto aumento rispetto ai 10.399 della settimana precedente.
L’aumento dei casi di polmonite rappresenta uno degli aspetti più preoccupanti di questa stagione influenzale. L’infettivologo Matteo Bassetti ha lanciato l’allarme invitando i cittadini a prestare attenzione ai segnali che possono indicare una complicanza: dolore al petto, tosse insistente che non recede con nessun trattamento, insufficienza respiratoria con saturazione che scende sotto il 90 o 88 per cento. Le broncopolmoniti da influenza stanno colpendo non solo le persone più fragili e gli anziani, ma anche i giovani, e in molti casi si verifica una sovrapposizione di forme batteriche su episodi virali che aggrava il quadro clinico.
Il sistema dell’emergenza-urgenza va in sofferenza anche per il sovraccarico del 118. Mario Balzanelli, presidente della Società italiana del sistema 118, denuncia un aumento rilevantissimo della richiesta di interventi da parte dei cittadini alle centrali operative. La crisi del filtro territoriale mette in serio distress i sistemi 118 che hanno l’obbligo di rispondere in tempi rapidissimi, soprattutto per le emergenze. Il problema è che almeno nel 60 per cento dei casi le chiamate al 118 arrivano per situazioni che potrebbero essere tranquillamente gestite dai medici di medicina generale e che non richiedono affatto l’intervento dell’emergenza.
Proprio la debolezza dell’assistenza territoriale rappresenta il nodo cruciale di questa crisi. In Italia circa quattro accessi su dieci ai pronto soccorso riguardano codici a bassa priorità, pazienti che non necessitano di cure urgenti ma che finiscono comunque nei reparti di emergenza perché il sistema territoriale non è in grado di offrire risposte rapide ed efficaci. La carenza di medici di medicina generale aggrava ulteriormente la situazione. A Torino, su 170 borse di studio disponibili per la formazione in medicina generale, si sono presentati appena 60 candidati. In Puglia la Federazione italiana medici di medicina generale denuncia che l’impegno di sottoscrivere nuovi accordi per il 118 e la continuità assistenziale entro la fine del 2025 non è stato mantenuto, lasciando il servizio in condizioni disastrose.
La fragilità del territorio emerge con evidenza anche nell’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. A un anno dalla scadenza del giugno 2026, solo una minima parte delle case della comunità e degli ospedali di comunità previsti risulta operativa. Al 31 marzo 2025, secondo i dati della Fondazione Gimbe, appena il 2,7 per cento delle case della comunità era completamente attivo. In Lombardia, dei 187 presidi previsti, ne erano stati attivati 117 definitivi e 13 provvisori, ma solo sette strutture rispettavano tutti i requisiti ministeriali. La carenza di personale, in particolare di infermieri e pediatri, rallenta l’effettiva operatività delle strutture. Il rischio concreto è che la grande riforma territoriale si traduca in una colossale opera di edilizia sanitaria senza una reale capacità di presa in carico dei pazienti.
Gli anziani e i pazienti più vulnerabili pagano il prezzo più alto di questa situazione. La popolazione over 65 rappresenta la fascia più a rischio per complicanze gravi, ricoveri e decessi da influenza. Secondo i dati del Ministero della Salute, dal 70 all’85 per cento dei decessi da influenza e dal 50 al 70 per cento dei ricoveri riguardano proprio questa fascia d’età. Eppure la copertura vaccinale negli anziani si attesta al 52,5 per cento nella stagione 2024-2025, in calo rispetto al 53,3 per cento della stagione precedente e lontanissima dall’obiettivo minimo del 75 per cento fissato dal Piano nazionale di prevenzione vaccinale. Quasi la metà della popolazione più anziana non si è sottoposta alla vaccinazione contro l’influenza, con marcate differenze regionali che vedono l’Umbria al 64,1 per cento e Bolzano al 33,4 per cento.
Un segnale positivo arriva dalla riduzione delle bronchioliti nei bambini più piccoli. Per la stagione epidemica 2025-2026 è stata attivata in diverse regioni la profilassi gratuita contro il virus respiratorio sinciziale con l’anticorpo monoclonale nirsevimab, somministrato ai neonati prima della dimissione ospedaliera. I risultati sono stati molto buoni, con una riduzione significativa del rischio di sviluppare forme gravi di bronchiolite e della necessità di ricoveri ospedalieri. L’immunizzazione con una singola dose offre protezione per l’intero periodo di circolazione del virus, circa cinque mesi. Tuttavia, nonostante questo successo, l’influenza nei bambini si presenta quest’anno particolarmente aggressiva, con febbre alta di durata anche superiore ai tre-cinque giorni abituali e nel sette-otto per cento dei casi con complicanze respiratorie.
Il personale sanitario si trova a fronteggiare questa emergenza con organici ridotti all’osso. Un’indagine della Società italiana di medicina d’emergenza-urgenza prevede che a partire da gennaio 2026 un pronto soccorso su quattro opererà con meno del 50 per cento dei medici necessari, con circa il quattro per cento delle strutture che scenderà addirittura sotto il 25 per cento dell’organico previsto. La scadenza di contratti stipulati in fase pandemica e gli accordi con società di servizi che forniscono professionisti a gettone, insieme alle continue dimissioni e alla mobilità verso specialità ritenute più sostenibili, stanno lasciando i pronto soccorso sguarniti proprio nel momento di massima pressione stagionale.
I direttori sanitari invitano i cittadini a un uso appropriato del pronto soccorso. Non tutte le sindromi influenzali richiedono infatti l’ospedalizzazione. Il primo passo deve essere rivolgersi al medico di medicina generale per una visita e una diagnosi. Il ricovero è consigliato quando la polmonite si verifica in soggetti non autosufficienti o quando compaiono complicanze come l’insufficienza respiratoria. Correre al pronto soccorso per una polmonite senza ulteriori deficit può rivelarsi più pericoloso che restare a casa in un ambiente protetto, perché negli ospedali circolano germi che è meglio evitare quando si è in condizioni di vulnerabilità. Il rischio è di esporsi a potenziali infezioni nosocomiali che possono aggravare ulteriormente il quadro clinico.
Il picco influenzale è atteso tra la terza e la quarta settimana di gennaio, con la riapertura delle scuole che potrebbe rappresentare un ulteriore fattore di diffusione del contagio. I dati dell’Istituto superiore di sanità mostrano che nella settimana dal 22 al 28 dicembre l’incidenza era pari a 14,5 casi per mille assistiti, in leggero calo rispetto ai 17,1 casi dei sette giorni precedenti, ma si tratta di una flessione tecnica riconducibile alla riduzione delle segnalazioni da parte dei medici di famiglia durante le festività e alla chiusura delle scuole. Dall’inizio della sorveglianza per la stagione influenzale 2025-2026 sono stati stimati circa 6,7 milioni di malati. Il segmento di popolazione più colpito è quello dei bambini tra zero e quattro anni, con un’incidenza attorno ai 39 casi ogni mille assistiti.
Quello che si sta consumando nei pronto soccorso italiani in questi giorni di gennaio non è un’emergenza imprevista ma il risultato di fragilità strutturali che si trascinano da anni. L’assistenza territoriale che dovrebbe fungere da filtro e da primo livello di risposta fatica a decollare nonostante gli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza. I medici di medicina generale sono sempre più pochi e oberati di lavoro, con carichi burocratici che sottraggono tempo all’attività clinica. Le case della comunità e gli ospedali di comunità che dovrebbero rappresentare la nuova sanità di prossimità sono in gran parte ancora sulla carta o privi del personale necessario per funzionare. Il risultato è che ogni inverno, puntuale come l’arrivo dell’influenza, il peso ricade interamente sui pronto soccorso e sul personale che vi lavora, lasciando i pazienti più vulnerabili, soprattutto gli anziani, a pagare il prezzo più alto in termini di attese, disagi e rischi per la salute. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
