La proposta di ridurre le aperture domenicali e festive dei supermercati e dei negozi, rilanciata dal presidente dell’Ancc-Coop, viene spesso archiviata come una mera operazione di razionalizzazione economica. In realtà, fermarsi a questa lettura significa ignorare la portata più profonda della questione. La chiusura domenicale non è soltanto una scelta gestionale volta a contenere costi e inefficienze, ma rappresenta un vero e proprio dovere morale in una società che da anni ha smarrito il senso del limite, sacrificando il tempo umano sull’altare di un consumismo senza freni.
Negli ultimi decenni l’estensione indiscriminata degli orari di apertura è stata giustificata come leva di crescita economica, come strumento per aumentare i consumi e quindi il Pil. Tuttavia, questa narrazione si scontra con la realtà dei fatti. L’apertura continuativa, soprattutto nei giorni festivi, ha prodotto un aumento marginale delle vendite, spesso concentrato in pochi settori e in poche fasce orarie, a fronte di costi strutturali elevatissimi. Energia, sicurezza, logistica, maggiorazioni salariali e turnazioni complesse incidono pesantemente sui bilanci, tanto che gli acquisti domenicali risultano, nella maggior parte dei casi, insufficienti a compensare le spese aggiuntive. Il risultato è un sistema che appare efficiente solo in superficie, ma che in profondità consuma risorse economiche e umane senza creare vero valore.
La dimensione morale emerge con forza quando si guarda alle condizioni di chi lavora nel commercio. Domeniche e festività sottratte alla vita privata non sono un dettaglio organizzativo, ma una ferita aperta nel tessuto sociale. Il tempo condiviso con la famiglia, il riposo, la partecipazione alla vita comunitaria sono elementi fondamentali della dignità della persona. Trasformare ogni giorno in un giorno lavorativo significa normalizzare l’idea che la disponibilità al consumo sia più importante del benessere di chi rende possibile quel consumo. Porre un freno a questa deriva non è un gesto nostalgico, ma un atto di responsabilità collettiva.
L’esperienza di altri contesti europei dimostra che un modello diverso non solo è possibile, ma funziona meglio. In paesi come la Germania, la chiusura domenicale delle attività commerciali, con limitate eccezioni, è una realtà consolidata da anni. L’economia tedesca non ne ha risentito; al contrario, ha continuato a crescere su basi solide, puntando su produttività, innovazione e qualità del lavoro piuttosto che sull’estensione infinita degli orari di vendita. La domenica senza negozi è diventata parte integrante di un equilibrio sociale che tutela il tempo libero come bene comune, senza compromettere la competitività del sistema.
Un discorso analogo vale per alcune aree italiane che hanno saputo preservare una visione più equilibrata del rapporto tra economia e vita sociale. Il Trentino-Alto Adige rappresenta un esempio emblematico. Qui la chiusura domenicale di molte attività commerciali è una pratica radicata, eppure i principali indicatori economici mostrano un territorio dinamico, con livelli di Pil e qualità della vita superiori alla media nazionale. Questo dimostra che l’idea secondo cui le aperture festive siano un incentivo indispensabile all’economia è, nella migliore delle ipotesi, un luogo comune e, nella peggiore, una giustificazione ideologica priva di fondamento empirico.
Il punto centrale, dunque, non è se l’economia possa permettersi di chiudere la domenica, ma se la società possa permettersi di restare aperta senza limiti. Continuare a incentivare il consumo in ogni momento significa alimentare un modello insostenibile, che logora i lavoratori e banalizza l’atto stesso dell’acquisto, riducendolo a gesto compulsivo. Restituire alla domenica il suo valore simbolico e sociale significa riaffermare che non tutto è merce, che non tutto deve essere disponibile sempre e comunque.
In questa prospettiva, la chiusura di supermercati e negozi nei giorni festivi diventa una scelta di civiltà. È il riconoscimento che l’economia deve essere al servizio della persona e non il contrario. È un atto che ridà dignità al lavoro, che ridimensiona il consumismo sfrenato e che invita a ripensare il tempo come risorsa preziosa, non come spazio da riempire di transazioni. Più che una rinuncia, è un investimento sul futuro sociale ed economico del Paese. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
