L’attacco congiunto lanciato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 2026 — ribattezzato dall’amministrazione Trump Operation Epic Fury — ha innescato in poche ore uno degli shock energetici più violenti degli ultimi anni, riportando con brutalità al centro del dibattito politico europeo una questione irrisolta da decenni: la totale dipendenza del continente dalle importazioni di idrocarburi e la sua vulnerabilità strutturale di fronte a qualsiasi instabilità geopolitica nelle aree produttrici.
I mercati hanno reagito con rapidità e violenza. All’apertura delle borse, il Brent del Mare del Nord ha toccato un rialzo massimo del 13%, attestandosi attorno agli 80 dollari al barile, mentre il WTI americano è balzato dai 66,5 dollari del 27 febbraio agli attuali 72,80 dollari, con un’impennata del 9,4%. Ma il dato più allarmante riguarda il gas naturale europeo: il contratto TTF, indice di riferimento per l’hub di Amsterdam, ha registrato aumenti compresi tra il 40 e il 50%, con i futures di marzo balzati a 46,255 euro per megawattora, quelli di maggio a 44,525 euro e quelli di giugno a 42,985 euro.
A determinare questi movimenti non è solo l’incertezza geopolitica in senso lato, ma un evento fisico di portata eccezionale: la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, uno dei corridoi marittimi più strategici del pianeta, attraverso il quale transita circa un quinto dell’export globale di idrocarburi. In parallelo, QatarEnergy ha sospeso la produzione di gas dopo che uno dei suoi impianti è stato colpito da un drone nell’ambito della rappresaglia missilistica di Teheran, che ha preso di mira anche basi militari statunitensi in Qatar, Bahrein, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti.
L’impatto di questa crisi sul sistema energetico europeo si annuncia particolarmente severo, anche alla luce di una situazione degli stoccaggi già precaria. Secondo le stime citate dagli analisti, alla fine di febbraio 2026 le riserve di gas in Europa ammontavano a 46 miliardi di metri cubi, contro i 60 del febbraio 2025 e i 77 del febbraio 2024, un dato che lascia il continente esposto a pressioni sui costi energetici industriali nelle prossime settimane, con effetti a cascata sui prezzi dell’elettricità. I carburanti alla pompa, pur non avendo ancora registrato l’intera trasmissione del rialzo del greggio, mostrano i primi segnali di rincaro: il gasolio è salito da 1,723 a 1,736 euro al litro, ma secondo il Codacons ulteriori aumenti sensibili sono attesi nei prossimi giorni qualora le quotazioni del petrolio non invertano la tendenza.
La tripla vulnerabilità europea
L’Unione Europea sconta quella che gli analisti definiscono una tripla vulnerabilità: assenza di autonomia energetica, dipendenza da fornitori esterni per i combustibili fossili e capacità di stoccaggio insufficiente rispetto ai consumi. La maggior parte dei Paesi membri dipende in larga misura dalle importazioni per soddisfare il proprio fabbisogno di energia elettrica, lasciando il continente esposto agli shock geopolitici e le sue imprese a prezzi dell’energia fino a tre o quattro volte superiori a quelli praticati negli Stati Uniti o in Cina, un differenziale competitivo che pesa strutturalmente sulla manifattura europea, inclusa quella italiana.
Questa crisi si inserisce in un contesto in cui il dibattito sull’autonomia energetica europea era già in corso da mesi. La Commissione europea, nell’ambito del programma REPowerEU varato in risposta alla guerra in Ucraina, ha lavorato alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento, alla riduzione della dipendenza dai combustibili fossili russi e all’accelerazione della transizione verso le energie pulite. Tuttavia, come dimostra la reazione dei mercati alle prime ore del conflitto in Iran, il percorso verso l’indipendenza energetica è ancora lungo e irto di ostacoli strutturali.
Il ritorno del nucleare
In questo scenario, il nucleare torna prepotentemente al centro della discussione politica ed economica. Attualmente il nucleare genera circa un quarto dell’energia elettrica totale dell’UE e quasi la metà dell’energia elettrica a zero emissioni di carbonio, confermandosi come pilastro imprescindibile per qualsiasi strategia di decarbonizzazione e indipendenza energetica. Nel 2023, l’Alleanza per il nucleare — costituita da un gruppo di Stati membri — ha fissato l’obiettivo ambizioso di 150 gigawatt di capacità nucleare installata nell’UE entro il 2050, un traguardo che richiede però investimenti massicci e procedure autorizzative più snelle di quelle attuali.
L’Italia, che ha abbandonato il nucleare con i referendum del 1987 e del 2011, è tornata a riaprire formalmente il dibattito sul tema, affiancandosi al Belgio e alla Francia nel sostenere un rilancio dell’atomo a livello comunitario. Il governo di Roma sta lavorando alla definizione di un piano per il ritorno al nucleare, mentre la Polonia ha già ottenuto il via libera della Commissione europea per sviluppare fino a 3,75 gigawatt di nuova capacità nucleare. Al contrario, la Germania — che ha completato il proprio phaseout nucleare — e la Spagna — che si avvia verso la stessa direzione — rimangono ferme su posizioni contrarie, perpetuando quella divisione interna all’UE che rallenta qualsiasi approccio comune e coordinato alla questione.
Per accelerare la transizione verso il nucleare, gli esperti del settore indicano la necessità di procedure semplificate in materia di aiuti di Stato, tempi più rapidi per la concessione delle licenze, accesso ai finanziamenti europei e un quadro normativo che garantisca la neutralità tecnologica, trattando il nucleare alla stregua delle fonti rinnovabili nell’accesso ai meccanismi di sostegno pubblico. Senza questi interventi strutturali, il principio di indipendenza energetica rischia di restare una dichiarazione d’intenti piuttosto che una realtà operativa.
Le rinnovabili e la complementarietà con il nucleare
Il nucleare da solo, tuttavia, non può costituire la risposta esaustiva alla dipendenza energetica europea. Gli analisti del settore sottolineano con crescente insistenza la necessità di una strategia integrata che combini il nucleare — in grado di garantire una produzione stabile e programmabile, fondamentale per la stabilizzazione della rete — con un’accelerazione decisa delle fonti rinnovabili: solare, eolico onshore e offshore, idroelettrico e geotermico. L’Italia, con la sua posizione geografica privilegiata nel Mediterraneo e con una tradizione consolidata nell’idroelettrico e nel geotermico, dispone di un potenziale significativo che tuttavia sconta ritardi burocratici e normativi nell’iter autorizzativo degli impianti.
Nonostante una lieve crescita della produzione nucleare nell’UE tra il 2023 e il 2024 — pari al 4,8%, trainata principalmente dalla ripresa della Francia con un incremento del 12,5% — la tendenza di lungo periodo dall’inizio del millennio registra una riduzione complessiva della quota nucleare nel mix energetico europeo, un andamento che stride con le ambizioni di autonomia dichiarate dai governi. Il paradosso è evidente: mentre i leader europei moltiplicano i vertici sull’indipendenza energetica, le scelte di alcuni Paesi membri continuano a muoversi in direzione opposta rispetto agli obiettivi comuni.
Le implicazioni per l’industria e i cittadini
Le conseguenze immediate della crisi iraniana si tradurranno in rincari tangibili per famiglie e imprese europee. Un aumento del prezzo del gas ha effetti diretti anche sulle quotazioni dell’energia elettrica, aggravando una situazione già critica per la manifattura ad alta intensità energetica, dalla chimica alla metallurgia, dall’automotive alla ceramica. Per l’Italia, che importa circa l’ottanta per cento del proprio fabbisogno energetico, ogni choc sui mercati internazionali degli idrocarburi si traduce in un aggravio strutturale della bilancia commerciale e in una perdita di competitività del sistema produttivo.
L’auspicio di analisti ed esperti è che la crisi in corso funga da catalizzatore politico per accelerare decisioni che i governi europei hanno finora rinviato: una strategia energetica comunitaria davvero coesa, che superi le divisioni nazionali e ponga le fondamenta di un’Europa energeticamente sovrana, capace di affrontare le turbolenze geopolitiche senza che ogni conflitto in una regione remota del pianeta si traduca automaticamente in un aumento delle bollette dei propri cittadini e in un freno alla crescita economica del continente. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
