Era il 2009 quando Mike Bongiorno, durante una trasmissione sulla Rai, lasciò trapelare la sua profonda amarezza per il trattamento ricevuto da Mediaset, l’azienda per cui aveva lavorato per trent’anni dopo il passaggio dalla Rai alla Fininvest. Il conduttore simbolo della televisione italiana, il volto che aveva fatto la storia del quiz e del prime time, confessò di essere stato messo da parte senza nemmeno una telefonata, senza un gesto, senza un saluto. «A Natale non è arrivato il rinnovo del contratto», disse con rammarico. E ancora più doloroso fu l’atteggiamento glaciale della dirigenza: «Un funzionario mi ha detto: ‘ha tutto in mano Piersilvio, non abbiamo soldi quindi non rinnoviamo il contratto’. Ma la cosa che mi ha ferito di più è che non si sono fatti sentire. Sono spariti tutti».
Le parole di Bongiorno, per quanto pronunciate con garbo e misura, avevano il peso di una denuncia. Una ferita che lui stesso raccontò di aver cercato di sanare con una telefonata diretta a Silvio Berlusconi, mai restituita. «L’ho chiamato a novembre, sono più di cinque mesi e non mi ha mai richiamato», raccontò. E nel suo sfogo c’era più tristezza che rabbia, più incomprensione che rancore. «Mi chiedo cosa ho fatto. Qualcosa di brutto? Lavori 30 anni con un gruppo e di colpo sei fuori». La frase, ancora oggi, risuona con una potenza amara, simbolo di un sistema televisivo che talvolta sembra avere memoria corta, persino con chi ne ha scritto le pagine più importanti.
A distanza di quasi quindici anni, la storia sembra ripetersi, con altre modalità ma lo stesso esito, anche per Barbara D’Urso. Un altro volto storico del Biscione, altro nome fortemente legato all’identità popolare e nazional-popolare dell’azienda, che nel 2023 si è vista chiudere le porte di Mediaset senza una vera spiegazione. Dopo anni di successi e ascolti spesso sopra la media, D’Urso ha appreso dai giornali di non essere più al timone di Pomeriggio Cinque. Anche lei, come Bongiorno, ha lamentato non tanto la scelta in sé, quanto la mancanza di comunicazione, di rispetto, di quella minima dose di eleganza che sarebbe dovuta a chi ha dato il volto e la voce a un’emittente per anni.
In entrambi i casi, al centro delle scelte — o almeno della loro esecuzione — c’è Pier Silvio Berlusconi. Non tanto come carnefice, ma come simbolo di un nuovo corso aziendale più freddo, manageriale, spersonalizzato, distante dalle dinamiche affettive che pure avevano fatto la forza e l’identità di Mediaset. Il passaggio dalla televisione dei rapporti umani a quella dei numeri, degli equilibri economici e delle strategie d’immagine sembra avere un prezzo alto: il silenzio, spesso, verso chi ha fatto la storia.
credo non serva aggiungere altro…
— S🤍 (@__hope0___) January 27, 2026
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Mike Bongiorno, simbolo di una tv che costruiva e custodiva, è stato il primo grande nome a subire questo tipo di epilogo. Barbara D’Urso, in tempi recenti, ne è diventata l’ennesima dimostrazione. E se oggi la televisione italiana si interroga sulla sua identità e sul suo futuro, non può ignorare il modo in cui tratta il suo passato. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
