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Genova, Salis nomina un’esperta per la tutela dei diritti Lgbtqia+. Stipendio? 156mila euro

Una consulenza da 156 mila euro per la tutela Lgbtqia+ divide Genova: tra turismo arcobaleno, identità alias e tavoli permanenti, si riaccende il dibattito sull’uso delle risorse pubbliche.

Il Comune di Genova ha affidato all’Avvocato Ilaria Gibelli un incarico triennale di consulenza per la tutela dei diritti delle persone Lgbtqia+, per un compenso complessivo di 156 mila euro. Il bando, chiuso ufficialmente oggi, prevede un’attività articolata su diversi fronti, che va dalla consulenza giuridica alla promozione turistica, passando per progetti di sensibilizzazione e regolamenti comunali. Ma la scelta, ampiamente annunciata e accompagnata da prevedibili consensi in area progressista, sta suscitando non poche perplessità per ragioni economiche, politiche e di opportunità.

Il profilo selezionato dal Comune richiedeva una laurea magistrale in giurisprudenza, abilitazione professionale con almeno 36 mesi d’iscrizione all’albo, ed esperienza – anche non continuativa – in materia di diritti Lgbtqia+. Requisiti che rispecchiano perfettamente il curriculum dell’Avvocato Gibelli, da anni attiva nel settore e già candidata alle elezioni regionali nella lista civica “Orlando Presidente”, a sostegno del centrosinistra. Una coincidenza che ha alimentato, fin da novembre, dubbi sull’imparzialità della selezione, tanto più considerando che il suo nome circolava da settimane come favorito.

Ma al centro del dibattito non c’è solo la procedura: a far discutere è anche l’ampiezza e il tenore dell’incarico. Secondo il bando, l’Avvocato dovrà occuparsi di:

  • Studio e analisi per la creazione di servizi pubblici inclusivi rivolti alla comunità Lgbtqia+;
  • Redazione di un regolamento per il riconoscimento dell’identità alias, volto a garantire accesso ai servizi senza discriminazioni di genere;
  • Supporto legale alle politiche contro la discriminazione per orientamento sessuale, identità ed espressione di genere;
  • Progettazione e realizzazione di attività di sensibilizzazione sul territorio in collaborazione con associazioni locali;
  • Promozione dell’inclusione Lgbtqia+ come leva per lo sviluppo territoriale e del turismo, con relativa formazione degli operatori, destagionalizzazione dei flussi e internazionalizzazione dell’immagine di Genova come meta turistica Lgbtqia+;
  • Attuazione degli obiettivi previsti nelle Linee Programmatiche 2025–2030 del Comune;
  • Attivazione di un Tavolo permanente sui diritti, con finalità di ascolto, progettazione, contrasto ai crimini d’odio, promozione della conoscenza delle tematiche e formazione;
  • Valutazione tecnico-scientifica delle proposte socioculturali avanzate dagli stakeholder locali;
  • Riattivazione della rete nazionale R.E.A.D.Y.;
  • Istituzione di programmi formativi sui diritti Lgbtqia+.

Un insieme di compiti ambizioso, ma che solleva interrogativi sul ruolo che dovrebbe avere un’amministrazione comunale: è davvero questa una priorità per una città che affronta quotidianamente problemi legati alla sicurezza, alla sanità, al lavoro e alla tenuta del tessuto sociale? È legittimo che si destini una cifra considerevole – oltre 50 mila euro all’anno – a una consulenza così specifica, in un momento in cui molte famiglie e piccole imprese lottano con l’aumento dei costi e la riduzione dei servizi?

Non si tratta di negare i diritti di alcuna categoria, ma di interrogarsi sull’equilibrio delle risorse pubbliche e sulla neutralità delle istituzioni. L’idea che l’inclusione Lgbtqia+ possa essere promossa come “driver di sviluppo territoriale e turistico”, come si legge nel bando, rischia di apparire più come una costruzione ideologica che una strategia concreta. L’impegno per il rispetto e contro ogni forma di discriminazione è sacrosanto, ma dovrebbe essere perseguito con strumenti equilibrati, trasparenti e proporzionati.

A fronte di una città che chiede attenzione su infrastrutture, case popolari, trasporti e servizi essenziali, l’investimento politico e finanziario su un progetto così mirato può apparire più come una scelta identitaria che una risposta alle necessità generali della collettività. Il rischio, in questi casi, è che l’azione amministrativa venga percepita come settoriale e ideologizzata, alimentando divisioni invece che promuovere vera coesione.romessi da questo investimento saranno visibili e tangibili per la collettività. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!