La vittoria di Sal Da Vinci al 76° Festival di Sanremo con Per sempre sì ha scatenato, com’è tradizione, la consueta domanda: il vincitore rappresenterà l’Italia all’Eurovision Song Contest 2026, in programma a Vienna il 12, 14 e 16 maggio? Per ora non c’è una risposta definitiva. Come ha spiegato Claudio Fasulo, responsabile RAI dell’evento, la partecipazione è su base volontaria e si fonda su una comunicazione diretta delle case discografiche: “Al momento stiamo sondando in maniera informale i feedback”. Come in passato — con gli Stadio nel 2016 e con Olly nel 2025 — il vincitore potrebbe scegliere di non partecipare, aprendo la strada a un altro rappresentante scelto da RAI tra i partecipanti al festival.
Ma al di là della decisione personale dell’artista napoletano, il caso solleva una questione di fondo molto più rilevante: ha ancora senso, nel 2026, affidare automaticamente la rappresentanza italiana all’Eurovision al vincitore di Sanremo? La risposta, se si analizza con attenzione il panorama del concorso europeo e la natura di Per sempre sì, tende verso il negativo. E non per colpa di Sal Da Vinci.
Un meccanismo automatico in un contesto che cambia
Il legame tra Sanremo ed Eurovision nasce da una logica istituzionale consolidata: il festival è la vetrina principale della canzone italiana e il suo vincitore, in teoria, dovrebbe incarnare il meglio della produzione musicale nazionale. Eppure questa equazione è sempre più fragile. Sanremo risponde a logiche di mercato interno, di televoto nazionalpopolare, di tradizione e di identità culturale profondamente italiana. L’Eurovision, invece, è una competizione sovranazionale dove si misura la capacità di un brano di attraversare confini linguistici, stilistici e culturali, conquistando il pubblico di quaranta e più paesi contemporaneamente. Sono due logiche diverse, spesso incompatibili, e la storia recente lo dimostra con sufficiente chiarezza.
La gestione della selezione italiana per l’Eurovision è stata a lungo oggetto di critiche da parte degli appassionati e degli esperti del settore. Paesi come la Svezia, la Norvegia o il Portogallo investono in processi selettivi dedicati, costruiti appositamente per il palco europeo, con format come il Melodifestivalen pensati per massimizzare la competitività del brano. L’Italia, in quanto “Big Five”, ha l’accesso diretto alla finale e questo privilegio ha storicamente ridotto la pressione a costruire una strategia competitiva seria. Il risultato è che il Paese si presenta spesso con una canzone nata per un contesto radicalmente diverso da quello in cui dovrà esibirsi.
Per sempre sì: una canzone per l’Italia, non per Vienna
Per sempre sì è un brano costruito con mestiere innegabile. Sal Da Vinci, artista con oltre quarant’anni di carriera e un radicamento profondo nella tradizione neomelodica napoletana, ha confezionato un tormentone che ha funzionato perfettamente nel contesto dell’Ariston: immediato, emotivo, capace di coinvolgere tutti i settori del voto — giuria radiofonica, sala stampa e televoto — in una sintesi rara. Il brano celebra la fedeltà e la promessa matrimoniale con immagini dirette e un ritornello costruito per colpire al cuore. Come ha scritto la critica musicale, il testo “funziona come dichiarazione d’amore, da cerimonia”, ma rimane “tutto dentro il recinto del già sentito, senza una sola immagine davvero nuova”.
Ed è esattamente questo il problema in chiave Eurovision. Il palco di Vienna, nel maggio 2026, ospiterà una competizione dove le tendenze dominanti — emerse già dalle selezioni nazionali — puntano su sonorità EDM con breakdown strutturali (il cosiddetto “effetto Wasted Love”, eredità della vittoria austriaca di JJ nel 2025), brani con una forte identità visiva e scenografica, e proposte capaci di dialogare con un pubblico giovane e internazionale. La scenografia dell’edizione 2026, ispirata alla Secessione viennese di Klimt e costruita attorno a un’estetica di rottura delle convenzioni e creatività radicale, suggerisce un contesto che mal si sposa con un brano d’amore neomelodico in italiano, per quanto ben prodotto.
L’identità nazionale come limite
La questione linguistica non è più necessariamente determinante: l’Eurovision degli ultimi anni ha anzi valorizzato le lingue nazionali come segno di autenticità, e la vittoria di Mahmood e Blanco nel 2022 con Brividi — o il secondo posto di Lucio Corsi nel 2025 con Voglio vivi — ha dimostrato che l’italiano può conquistare il pubblico europeo. Ma la differenza sta nell’universalità emotiva e concettuale del brano. Brividi parlava di fragilità e conflitto interiore con un arrangiamento contemporaneo. Per sempre sì, con il suo impianto neomelodico e i suoi riferimenti a una ritualità matrimoniale quasi liturgica (“Con la mano sul petto io te lo prometto davanti a Dio”), è un brano profondamente radicato in un immaginario culturale specifico, quello partenopeo e più in generale italo-meridionale, che difficilmente riesce a generare la stessa empatia immediata in un ascoltatore svedese, polacco o finlandese.
Il neomelodico napoletano è un genere con una dignità artistica indiscutibile, ma la sua forza sta proprio nella specificità culturale che lo rende intraducibile al di fuori di un perimetro geografico e sentimentale preciso. Portarlo sul palco dell’Eurovision senza una mediazione stilistica che ne amplifichi il potenziale di comunicazione internazionale significherebbe fare della folklore nazionale in un contesto che richiede, per usare le parole degli stessi organizzatori, “il coraggio di rinnovarsi e una nuova libertà di progettazione”.
Il nodo strutturale: chi sceglie e come
Il vero problema non è Sal Da Vinci, che ha vinto Sanremo con pieno merito e in modo largamente condiviso da televoto e giurie. Il problema è che l’Italia non ha ancora risolto la contraddizione strutturale di affidare la propria rappresentanza europea a un meccanismo pensato per tutt’altri scopi. Sanremo è un festival nazionalpopolare, e il suo vincitore riflette i gusti del pubblico italiano in quel preciso momento storico. L’Eurovision è una gara dove, al contrario, serve una visione strategica: sapere cosa funzionerà su quel palco, in quel contesto, con quel pubblico. Sono competenze diverse, che richiedono processi diversi.
La RAI ha modificato il regolamento nel tempo, introducendo la possibilità per il vincitore di rinunciare, e il precedente di Olly nel 2025 dimostra che il sistema prevede una valvola di sicurezza. Ma non basta. Ciò che manca è una riflessione organica su cosa deve essere la partecipazione italiana all’Eurovision nel 2026 e negli anni a venire: un’appendice di Sanremo o una missione culturale autonoma, costruita con obiettivi e risorse specifiche? Finché questa domanda non troverà una risposta istituzionale chiara, il paese continuerà ad arrivare a Vienna con ottimi cantanti italiani e canzoni bellissime per il pubblico italiano, ma non necessariamente adatte al palco europeo più importante del mondo.
La questione, in fondo, è semplice da formulare anche se complessa da risolvere: l’Eurovision non è Sanremo, e continuare a trattarlo come tale è un errore che l’Italia si permette solo grazie al privilegio del Big Five. Un privilegio che, però, non garantisce buoni risultati, e che prima o poi presenterà il conto. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
