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Nostradamus e la profezia sulla guerra Stati Uniti e Iran

Dopo gli attacchi USA-Israeliani contro l’Iran del 28 febbraio 2026, tornano virali le profezie di Nostradamus

Nel febbraio 2026, a seguito degli attacchi militari congiunti condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran il 28 febbraio, il dibattito pubblico internazionale ha ripescato con rinnovata intensità le profezie del veggente francese del Cinquecento, Michel de Nostredame, universalmente noto come Nostradamus. Sui social network e nei media di tutto il mondo, milioni di utenti hanno ricondiviso antichi versi attribuiti al medico e astrologo provenzale, sostenendo che egli avesse previsto con secoli di anticipo l’attuale conflitto mediorientale, la morte del leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei e persino il rischio di una Terza Guerra Mondiale. Un fenomeno che, al di là del suo contenuto esoterico, rivela dinamiche profonde legate alla percezione collettiva del pericolo e alla ricerca di senso nei momenti di crisi geopolitica acuta.

Nostradamus nacque nel 1503 e morì nel 1566, lasciando in eredità la sua opera principale, Les Propheties, un corpus di 942 quartine scritte in una miscela volutamente oscura di francese antico, latino, greco e italiano medievale, con l’ordine sintattico deliberatamente alterato per sfuggire alle censure ecclesiastiche dell’epoca. Questi versi enigmatici, mai datati con precisione, hanno alimentato per cinque secoli interpretazioni le più disparate, venendo associati — sempre retrospettivamente — a eventi come l’ascesa di Adolf Hitler, gli attentati dell’11 settembre 2001 e la pandemia di COVID-19. Oggi, nel marzo 2026, è la guerra tra Washington e Teheran a catalizzare nuove letture profetiche, con interpreti che individuano nelle quartine riferimenti precisi a flotte militari nel Golfo Persico, fuoco caduto dal cielo e un conflitto di sette mesi di durata.

Le quartine citate e la loro interpretazione

La quartina più frequentemente citata in relazione all’attuale conflitto è quella della cosiddetta “guerra di sette mesi”, il cui testo recita: “Sette mesi grande guerra, popolo morto per il male. Rouen, Evreux il re non fallirà.” Alcuni commentatori vi leggono una profezia sulla durata del conflitto tra Occidente e Iran, anche se storici e analisti sottolineano che i toponimi citati — Rouen ed Évreux — appartengono alla geografia francese del XVI secolo e non hanno alcun collegamento geografico o storico con l’Iran, gli Stati Uniti o Israele. Un’altra serie di quartine frequentemente evocata è quella in cui compare il termine “Persia”, utilizzato sei volte nel corpus nostradamico per indicare quella che oggi è l’area iraniana: in questi versi si parla di flotte affondate nel Golfo, fuoco e armi vicino al Mar Nero, e un potere che si frammenta sotto spinte interne ed esterne.

Particolare attenzione ha suscitato anche la Quartina 72 del Secolo X, resa celebre dal documentario americano del 1981 The Man Who Saw Tomorrow, in cui si parla di un “Re del Terrore” proveniente dal cielo nel luglio 1999 e di una guerra lunga “due e sette anni”. Quando il luglio 1999 trascorse senza eventi bellici di portata globale, gli esegeti spostarono il calcolo in avanti: sommando ventisette anni al 1999, si arrivava al 2026, anno che alcuni commentatori indicano oggi come il culmine del conflitto predetto. Si tratta, è bene precisarlo, di un’operazione ermeneutica del tutto arbitraria, priva di qualsiasi fondamento filologico o storico verificabile.

Il contesto geopolitico reale

Al di là delle speculazioni profetiche, la crisi militare scoppiata il 28 febbraio 2026 ha radici geopolitiche ben documentate. Il presidente Donald Trump, rieletto nel novembre 2024 e reinsediatosi nel gennaio 2025, aveva moltiplicato nelle settimane precedenti gli ultimatum a Teheran, intimando all’Iran di abbandonare il proprio programma nucleare entro dieci giorni, pena l’intervento militare. Dopo il fallimento dei negoziati a Muscat e la rottura del dialogo diplomatico, gli Stati Uniti hanno dispiegato due portaerei nel Golfo Persico e, in coordinamento con Israele, hanno avviato “grandi operazioni di combattimento” con l’obiettivo dichiarato di “distruggere l’industria missilistica iraniana” e impedire a Teheran di dotarsi di armi nucleari. L’Iran ha risposto con attacchi balistici contro Israele e basi militari americane in Bahrein, colpendo anche obiettivi civili in Qatar, Kuwait, Emirati Arabi e Giordania.

L’escalation ha provocato immediate ripercussioni diplomatiche e umanitarie a livello globale. Almeno 165 vittime civili, tra cui molti minori, sono state registrate dopo che un attacco ha colpito una scuola nella città iraniana di Minab, mentre il leader supremo Khamenei è stato confermato morto in seguito ai raid israeliani su Teheran. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato di aver dispiegato aerei militari nella regione a scopo difensivo, senza tuttavia partecipare direttamente ai bombardamenti offensivi, mentre Francia e Germania hanno congiuntamente invitato l’Iran a “rinunciare agli attacchi indiscriminati e al proprio programma di armamenti”. La Russia e la Cina, attraverso i propri canali diplomatici, hanno espresso preoccupazione per l’escalation e continuato a rifornire Teheran di materiale strategico.

L’elasticità ermeneutica delle profezie

L’analisi accademica del fenomeno è netta nel segnalarne i limiti epistemici. Ricercatori che hanno esaminato il rapporto tra le quartine di Nostradamus e la geopolitica contemporanea hanno concluso che il presunto allineamento tra i versi e gli eventi attuali riflette quella che definiscono “elasticità interpretativa” e “costruzione retrospettiva di schemi”, piuttosto che una reale capacità predittiva. Il meccanismo psicologico alla base è il cosiddetto confirmation bias, ossia la tendenza cognitiva a selezionare e valorizzare le informazioni che confermano una credenza preesistente, ignorando quelle che la contraddicono: si cerca e si trova nei versi oscuri di Nostradamus ciò che si è già deciso di volervi leggere, attribuendo significato a vaghezze linguistiche che si prestano a qualsiasi evento bellico di grande portata.

Le quartine del profeta di Salon-de-Provence non contengono mai date precise, nomi di nazioni moderne, riferimenti a tecnologie belliche contemporanee come missili balistici o droni da combattimento, né menzioni esplicite di figure politiche identificabili come Trump o Khamenei. Quando i commentatori sostengono di leggere nei versi “un grande sciame di api” come metafora degli attacchi con droni da combattimento, o “fuoco caduto dal cielo” come presagio dei bombardamenti aerei, si muovono sul terreno della libera associazione, non dell’esegesi rigorosa. Del resto, le stesse immagini — fuoco, guerra, morte, potenze in conflitto — sono ricorrenti in tutto il corpus nostradamico e sono state associate, nel corso dei secoli, a decine di conflitti diversi, dalla Guerra dei Trent’Anni alla Prima Guerra Mondiale, dalla Guerra Fredda al conflitto in Iraq del 2003.

Perché Nostradamus torna sempre

Il ritorno ciclico di Nostradamus nei momenti di crisi non è dunque un fenomeno nuovo né sorprendente: risponde a un bisogno antropologico profondo di ordine e significato di fronte all’imprevedibilità della storia. L’idea che gli eventi catastrofici fossero stati “previsti” e dunque in qualche modo inscritti in un disegno superiore offre una forma di consolazione e, paradossalmente, di controllo psicologico sul caos. Questo meccanismo si ripete in modo quasi identico ogni volta che il mondo si avvicina a una soglia percepita come epocale: la diffusione virale di post, video e articoli che collegano le quartine agli attacchi del 28 febbraio 2026 segue esattamente lo stesso schema osservato dopo l’11 settembre 2001, durante la pandemia da COVID-19 e all’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina.

Gli studiosi di relazioni internazionali sono concordi nel ritenere che le dinamiche del conflitto USA-Iran siano più convincentemente spiegate attraverso categorie analitiche consolidate come il calcolo strategico, la logica della deterrenza nucleare, la competizione regionale per il potere e il concetto storico di “imperial overstretch” — l’iperestensione militare che storicamente ha preceduto il declino delle grandi potenze — che non attraverso il ricorso a testi profetici del XVI secolo. La risonanza mediatica delle profezie di Nostradamus, in definitiva, dice molto di più sullo stato d’animo collettivo di un’epoca che sulla reale capacità di previsione di un medico provenzale morto 460 anni fa. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!