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“No comunisti né gay, solo normali”: lo chef Cappuccio condannato per discriminazione

La condanna dello chef Cappuccio chiude una vicenda simbolo sul confine tra opinione e discriminazione, riaffermando il principio che anche nel lavoro il linguaggio deve rispettare diritti e dignità delle persone.

È stato condannato per discriminazione lo chef Paolo Cappuccio, autore di un annuncio di lavoro pubblicato su Facebook nel luglio 2025 che aveva suscitato un’ondata di polemiche per i suoi contenuti ritenuti omofobi e offensivi. Il tribunale ha stabilito che il cuoco dovrà risarcire la Cgil del Trentino con 6mila euro, oltre a farsi carico delle spese legali e a pubblicare la sentenza su un quotidiano nazionale.

Il caso nasce da un post diventato rapidamente virale, in cui Cappuccio cercava personale per un hotel a quattro stelle in Val di Fassa. Il testo dell’annuncio conteneva frasi che hanno attirato immediate critiche: “Seleziono chef con brigata per hotel 4 stelle in Trentino. Da dicembre a fine marzo”, scriveva lo chef, aggiungendo poi: “Evitate di farmi perdere tempo. Sono esclusi comunisti /fancazzisti. Master chef del c** ed affini. Persone con problematiche di alcol, droghe e di orientamento sessuale. Quindi se eventualmente resta qualche soggetto più o meno normale… Persone referenziate se rimangono ben volentieri”*.

Le parole utilizzate hanno sollevato un acceso dibattito pubblico, portando sindacati e associazioni a denunciare il carattere discriminatorio dell’annuncio. Nei giorni successivi, lo chef era intervenuto più volte per chiarire la propria posizione, senza però attenuare le polemiche. In interviste radiofoniche e su testate nazionali, Cappuccio aveva infatti sostenuto di non riferirsi agli omosessuali, ma a persone “attratte dai minori”. Tuttavia, aveva anche aggiunto che “atteggiamenti eccessivamente effeminati guastano l’ordine della brigata”, dichiarazioni che hanno contribuito ad aggravare la sua posizione.

Nel corso delle stesse interviste, il cuoco aveva ribadito opinioni controverse anche sul piano politico e personale, affermando: “Hanno sempre bisogno di qualcosa in più che gli altri non hanno, fanno i comizi, chiedono quante ore facciamo, la domenica vogliono essere pagati il doppio”, riferendosi ai comunisti. Aveva inoltre dichiarato di essersi tatuato la svastica e Benito Mussolini, elementi che hanno ulteriormente alimentato il dibattito mediatico attorno alla vicenda.

Non si tratta della prima uscita controversa dello chef. Già il 15 giugno 2020, Cappuccio aveva pubblicato un altro annuncio di lavoro per un hotel a Caorle, anch’esso finito al centro delle critiche. In quel caso, escludeva esplicitamente alcune categorie di persone, scrivendo: “vagabondi senza fissa dimora”, “gente con problemi”, “alcolizzati”, “drogati e affini”. Il post si concludeva con una frase ironica: “Mi scuso se non ho citato qualche altra forma di disagiati. Buona continuazione”.

La sentenza rappresenta un punto fermo in una vicenda che ha sollevato interrogativi sul linguaggio utilizzato nelle offerte di lavoro e sui limiti tra libertà di espressione e discriminazione. Il pronunciamento del giudice riconosce la natura lesiva delle dichiarazioni e stabilisce un precedente significativo sul piano giuridico e sociale. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!