Saleh Mohammadi, giovane promessa del wrestling iraniano con partecipazioni a competizioni internazionali, è stato giustiziato mediante impiccagione insieme ad altri due uomini, Mehdi Ghasemi e Saeed Davoudi, al termine di un processo contestato da organizzazioni per i diritti umani. Il ragazzo aveva compiuto 19 anni appena una settimana prima dell’esecuzione.
Secondo Amnesty International e Iran Human Rights, Mohammadi non avrebbe avuto accesso a un’adeguata assistenza legale e sarebbe stato costretto a confessare sotto tortura, in un procedimento giudiziario rapido e privo delle garanzie minime. Le accuse mosse contro i tre riguardavano il reato di “moharebeh”, ovvero “guerra contro Dio”, una delle imputazioni più gravi previste dall’ordinamento iraniano.
Le autorità sostengono che i condannati fossero responsabili dell’uccisione di due agenti di polizia e avessero agito con il sostegno di Stati Uniti e Israele. Una versione che le organizzazioni indipendenti mettono in dubbio, denunciando l’uso sistematico di confessioni estorte e l’assenza di prove verificabili.
Le esecuzioni segnano un passaggio significativo nella gestione della crisi interna da parte della Repubblica islamica: si tratta infatti delle prime condanne capitali ufficialmente collegate alle proteste esplose nei mesi scorsi, inizialmente contro il caro vita e poi evolute in manifestazioni più ampie contro il governo. Le ong temono che questo possa rappresentare l’inizio di una nuova ondata repressiva, con un possibile aumento delle esecuzioni tra manifestanti e prigionieri politici. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
