La Polizia di Stato di Torino ha sgominato una baby gang composta da tre giovani cittadini egiziani, ritenuti gravemente indiziati di una violenta rapina commessa il 29 novembre 2025 nei pressi del ponte Balbis, nel capoluogo piemontese. L’operazione, condotta dalla Sezione “Falchi” della Squadra Mobile della Questura di Torino — guidata dal dirigente Davide Corazzini — ha portato all’esecuzione di due ordinanze di custodia cautelare in carcere, mentre per il terzo componente del gruppo, risultato irregolare sul territorio nazionale, è scattata l’espulsione coattiva dall’Italia.
I fatti risalgono al pomeriggio del 29 novembre, quando due fratelli iscritti all’università a Torino stavano camminando nelle vicinanze del ponte Balbis. Intorno alle ore 14, i tre aggressori li hanno avvicinati improvvisamente, utilizzando dapprima uno spray al peperoncino per disorientarli, poi colpendoli fisicamente con calci e pugni e, secondo la ricostruzione investigativa, impiegando anche un’arma da taglio. L’obiettivo era quello di impossessarsi delle collanine d’oro che le vittime indossavano al collo, portino asportate con la forza al termine dell’aggressione. I due fratelli, soccorsi dal personale del 118, sono stati trasportati in ospedale e dimessi con una prognosi di trenta giorni.
L’elemento che ha caratterizzato in modo peculiare questa vicenda criminale è la prassi, sempre più diffusa tra i gruppi giovanili dediti alla criminalità predatoria, di filmare le proprie azioni e pubblicarle sui social network, quasi a rivendicare pubblicamente i reati commessi. Questo comportamento, oltre a rappresentare un segnale allarmante circa la percezione di impunità da parte degli autori, ha fornito agli investigatori un ulteriore strumento per la loro identificazione. Le immagini condivise in rete, unitamente alle riprese dei sistemi di videosorveglianza urbana e alle testimonianze raccolte sul posto, hanno consentito alla Sezione Falchi di ricostruire con precisione la dinamica dei fatti e di risalire all’identità dei responsabili.
Le indagini, condotte nei mesi successivi all’aggressione con metodologie investigative tecniche e tradizionali, hanno portato l’autorità giudiziaria a emettere un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di tutti e tre i giovani. Il provvedimento è stato eseguito per due di loro, che si trovano ora reclusi in attesa di giudizio con le accuse di rapina aggravata e lesioni personali. Il terzo componente del gruppo, privo di regolare permesso di soggiorno sul territorio italiano, è stato rintracciato e sottoposto a espulsione coattiva dall’Italia, secondo quanto previsto dalla normativa vigente in materia di immigrazione.
Durante le perquisizioni eseguite nell’ambito dell’operazione, gli agenti della Squadra Mobile hanno rinvenuto e sequestrato materiale di notevole rilevanza probatoria: pistole a salve prive del tappo rosso di sicurezza, ulteriori bombole di spray al peperoncino, coltelli e capi di abbigliamento recanti tracce di sangue, tutti elementi ritenuti dagli inquirenti riconducibili alla rapina del 29 novembre. Il sequestro di questi oggetti consolida il quadro indiziario a carico degli arrestati e testimonia la sistematicità con cui il gruppo si era organizzato per compiere azioni predatorie nel tessuto urbano torinese.
Il fenomeno delle baby gang a Torino non è un fatto isolato, bensì parte di una tendenza criminale che ha visto crescere negli ultimi anni la presenza di gruppi giovanili strutturati, spesso composti da minori o giovani adulti di varia provenienza, dediti a rapine, aggressioni e altri reati predatori in spazi pubblici. Secondo i dati raccolti dai carabinieri della Compagnia San Carlo già in anni precedenti, il numero dei membri censiti di queste bande nel solo hinterland torinese aveva superato le duecento unità, con un costante ricorso alla violenza fisica come strumento per impossessarsi di oggetti di valore quali collanine, giubbotti e dispositivi elettronici.
L’utilizzo dei social media da parte di questi gruppi assume una valenza criminologica specifica: la pubblicazione di video che ritraggono le rapine in tempo reale o in differita risponde a una logica di affermazione identitaria all’interno del gruppo, oltre che a una ricerca di visibilità e consenso nelle reti sociali digitali. Tale atteggiamento, tuttavia, si è rivelato controproducente sul piano investigativo, poiché ha lasciato tracce digitali rintracciabili e utilizzabili dagli inquirenti nell’ambito delle attività di analisi tecnica condotte dalla Polizia di Stato. È proprio l’incrocio tra le immagini autoprodotte e diffuse online e quelle acquisite dalla videosorveglianza pubblica ad aver accelerato il lavoro di identificazione dei tre giovani egiziani. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
