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Referendum, Gratteri: “Il governo vada avanti. No alle esultanze dei pm”

Il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, commenta la vittoria del No al referendum sulla riforma Nordio: il governo ha diritto di proseguire, i magistrati devono restare sobri e la giustizia ha bisogno di una riforma strutturale.

All’indomani della vittoria del No al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia – la cosiddetta riforma Nordio – il procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, rompe il silenzio post-referendario con un’intervista rilasciata a Il Giornale, in cui traccia una linea netta tra il risultato delle urne e le sue implicazioni politiche, istituzionali e deontologiche, con toni misurati e distaccati rispetto al clamore suscitato dall’esito del voto.

Gratteri, che nelle settimane della campagna referendaria aveva assunto un profilo pubblicamente critico nei confronti della riforma, senza tuttavia aderire formalmente ad alcun comitato del No, respinge con decisione l’interpretazione secondo cui il risultato delle urne rappresenterebbe un voto di sfiducia nei confronti dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni: «Non è un voto contro il governo, che ha il diritto di proseguire il suo cammino fino alla fine della legislatura», ha dichiarato, aggiungendo che è «doveroso non sindacare le prerogative di altri poteri dello Stato».

Una posizione, quella del procuratore di Napoli, che riflette una concezione rigorosa della separazione dei poteri: lo stesso principio che, a suo dire, era stato messo a rischio dalla riforma bocciata, e che ora impone, per coerenza, di non strumentalizzare il risultato referendario per attaccare l’esecutivo. Sul fronte delle dimissioni di alcuni esponenti del governo – tra cui quelle di Bartolozzi, Delmastro e Santanchè – Gratteri ha scelto di non esprimere valutazioni di merito: «Le questioni politiche non mi competono», ha tagliato corto, ribadendo il medesimo orientamento anche quando è stata evocata l’ipotesi di dimissioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio.

Le celebrazioni in procura e il richiamo alla sobrietà

Uno degli episodi più dibattuti all’indomani del voto referendario ha riguardato un gruppo di magistrati partenopei che, nel tardo pomeriggio di lunedì, avrebbe festeggiato l’esito del voto all’interno del Palazzo di Giustizia di Napoli, deridendo una collega – la dottoressa Imparato – che si era pubblicamente dichiarata favorevole al Sì, con cori del tipo «chi non salta Imparato è». Una scena che ha sollevato immediate polemiche e che Gratteri ha commentato con distanza critica, pur senza condannare apertamente i protagonisti.

«Non condivido queste forme di manifestazione», ha detto il procuratore, precisando di aver trascorso il lunedì sera a casa, a seguire i risultati dello spoglio in privato, dopo una giornata di regolare lavoro in ufficio. Ha tuttavia offerto una lettura contestualizzante dell’accaduto: «Comprendo che questo eccesso di entusiasmo possa essere stato provocato da mesi di attacchi che i magistrati hanno subito e sia stata una reazione istintiva». Il principio, però, rimane inderogabile: «Ritengo che un magistrato si debba comportare sempre con sobrietà», ha concluso su questo punto, lasciando ai competenti organi disciplinari – il Csm in prima istanza – il compito di valutare se le condotte tenute configurino o meno illeciti ai sensi della normativa vigente.

Il richiamo alla sobrietà, nel linguaggio di Gratteri, non è un invito alla neutralità o all’indifferenza, ma alla consapevolezza istituzionale del ruolo. Il magistrato, nel suo ragionamento, deve essere in grado di schierarsi sulla base della coscienza – come lui stesso ha fatto opponendosi alla riforma – ma senza trasformare il confronto democratico in uno scontro tra fazioni, senza eccessi celebrativi che mortifichino l’immagine della magistratura agli occhi dei cittadini.

L’accusa di minaccia e la questione delle querele

L’intervista affronta anche un passaggio controverso della campagna referendaria: la frase pronunciata da Gratteri a un giornalista de Il Foglio, «dopo il referendum faremo i conti», interpretata da più parti come una velata minaccia nei confronti di chi si era espresso a favore del Sì. Il procuratore respinge questa lettura con fermezza: «Intendevo semplicemente dire che avrei valutato l’esercizio di un diritto previsto per tutti i cittadini, dunque anche per i magistrati: querelare o intentare una causa civile per condotte da me percepite come diffamatorie». Non una minaccia politica, dunque, ma la prospettiva di un’azione legale in risposta a quella che Gratteri definisce una campagna di delegittimazione personale, che nelle settimane precedenti al voto aveva investito anche le pagine dello stesso Il Giornale, come lo stesso magistrato ricorda nell’incipit dell’intervista.

Sul fronte della polemica relativa alla sua affermazione secondo cui «massoni e imputati avrebbero votato Sì», Gratteri non arretra di un millimetro: «Assolutamente no, perché ne è stato distorto il senso. Ho detto che massoni e imputati avrebbero votato Sì, perché questa riforma sarebbe convenuta a loro. Ma non ho detto né mai pensato che tutti gli elettori del Sì fossero imputati o massoni». Una distinzione che il procuratore considera sostanziale, e che invita a non confondere l’analisi delle convenienze sistemiche con un giudizio morale sulla totalità dei votanti.

La riforma della giustizia rimane necessaria

Al di là degli esiti referendari, Gratteri ribadisce con convinzione che il sistema giudiziario italiano abbisogna di una riforma profonda, anche se di natura ben diversa da quella respinta dagli elettori. Le priorità che individua sono di ordine pratico e strutturale: snellimento delle procedure, adeguamento delle piante organiche, potenziamento delle infrastrutture informatiche, revisione della geografia giudiziaria con la soppressione degli uffici non necessari e il rafforzamento di quelli sotto pressione. «Serve innanzitutto una riforma che permetta di dare ai cittadini un servizio adeguato, con decisioni celeri e quanto più rispondenti alla verità sostanziale», ha dichiarato, delineando una visione del cambiamento istituzionale ancorata all’efficienza, non alla rimodulazione degli equilibri di potere tra magistratura ed esecutivo.

Sul sistema delle correnti interne alla magistratura, Gratteri – da sempre critico nei confronti di questa prassi, pur non avendo aderito ad alcuna corrente – auspica che la chiusura della stagione referendaria apra una fase di seria riflessione interna: «I magistrati si facciano promotori di un cambiamento serio del sistema». Una sfida interna alla categoria, dunque, che non può essere elusa dalle tutele conquistate con il No al referendum, ma che richiede responsabilità collettiva e rigore deontologico.

In chiusura, alla domanda se si candiderà alle elezioni politiche del 2027, Gratteri taglia corto con una risposta secca e definitiva: «Sono il felice procuratore di Napoli fino a luglio 2028». Nessuna ambizione politica dichiarata, nessuna apertura a scenari futuri che vadano oltre il mandato in corso. La sobrietà invocata per i colleghi, insomma, Gratteri la rivendica anche per se stesso. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!