La campagna referendaria promossa dall’associazione Schierarsi per l’abrogazione dei contributi pubblici diretti all’editoria entra nel vivo e riaccende un dibattito mai sopito nel panorama politico italiano. In pochi giorni, l’iniziativa ha superato il 18% delle 500mila necessarie per indire il referendum, segnalando una mobilitazione significativa attorno a un tema che tocca il rapporto tra informazione, Stato e contribuenti.
Il quesito referendario si inserisce in una vicenda normativa complessa e stratificata. Con la Legge di Bilancio 2019, il Parlamento aveva stabilito un progressivo azzeramento dei contributi diretti ai giornali entro il 1° gennaio 2022. Tuttavia, quella scadenza è stata oggetto di ripetuti rinvii attraverso provvedimenti successivi, culminati nell’ultima proroga contenuta nel decreto cosiddetto “Milleproroghe”, che ha spostato il termine al 1° gennaio 2030. Il referendum mira precisamente a cancellare quest’ultima estensione, riportando la cessazione dei finanziamenti al 2028 e, soprattutto, impedendo ulteriori slittamenti per un arco temporale significativo, come previsto dall’orientamento giurisprudenziale in materia.
Tra i promotori dell’iniziativa figurano nomi noti della politica italiana come Alessandro Di Battista e Barbara Lezzi, che hanno posto al centro della campagna la necessità di ridurre l’intervento diretto dello Stato nel sostegno economico alla stampa. Il bersaglio del referendum è infatti rappresentato dai cosiddetti contributi diretti, destinati a specifiche categorie editoriali quali cooperative di giornalisti, enti senza fini di lucro e fondazioni.
Secondo i dati del Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria, nel 2024 il fondo ha raggiunto i 104,8 milioni di euro, distribuiti a 153 testate. Tra i principali beneficiari figurano il quotidiano altoatesino Dolomiten, Famiglia Cristiana e Avvenire, insieme ad altre testate nazionali come Libero, ItaliaOggi e Il Foglio, che accedono ai finanziamenti in virtù della loro configurazione giuridica. Il sistema di assegnazione, regolato da criteri normativi specifici, riflette una realtà articolata, nella quale le strutture societarie delle testate presentano caratteristiche differenti e talvolta complesse.
Il referendum non interviene invece sui contributi indiretti, che costituiscono una componente rilevante del sostegno pubblico al settore. Si tratta di agevolazioni fiscali, sconti sulla carta, tariffe postali ridotte e altri strumenti che incidono direttamente sulla fiscalità e che, in quanto tali, sono esclusi dalla possibilità di abrogazione referendaria ai sensi dell’Articolo 75 della Costituzione. Analogamente, restano fuori dal perimetro del quesito eventuali contributi straordinari, come quelli introdotti nel 2023 per fronteggiare le difficoltà del comparto, inclusi incentivi per le edicole e misure di sostegno agli investimenti tecnologici.
La raccolta firme prosegue a questo link del Ministero della Giustizia, con autenticazione tramite SPID o carta d’identità elettronica. La rapidità con cui sono state raggiunte le prime adesioni suggerisce che il tema potrebbe tornare con forza al centro del confronto pubblico, sollevando interrogativi cruciali sul ruolo dello Stato nel garantire il pluralismo dell’informazione e sulla sostenibilità economica del sistema editoriale. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
