Lo scontro era latente da mesi, covava sotto la superficie di un’alleanza che molti osservatori politici hanno sempre definito strutturalmente fragile. Ora, con le dichiarazioni del senatore del Movimento 5 Stelle Stefano Patuanelli 13 che ha affermato senza mezzi termini che con i pentastellati al governo l’Italia si fermerà con gli aiuti militari all’Ucraina 13 la crepa si è trasformata in una voragine politica difficilmente colmabile, almeno nel breve periodo. Una presa di posizione netta, che non ammette reinterpretazioni né sfumature, e che riaccende il dibattito sulla reale praticabilità di un esecutivo Partito Democratico-Movimento 5 Stelle.
La risposta del PD non si è fatta attendere. Lorenzo Guerini, ex ministro della Difesa e punto di riferimento dell’ala riformista democratica, ha alzato il tiro in maniera inequivocabile: “Il PD dica basta a Conte. O si sta con l’Ucraina o niente alleanza”. Una formula che, nella sua lapidarietà, fotografa la distanza abissale tra le due culture politiche in materia di politica estera e di difesa. Guerini, presidente del Copasir, ha ribadito la sua posizione anche nelle settimane precedenti, quando ha dichiarato che il sostegno all’Ucraina “con tutti i mezzi necessari per raggiungere una pace giusta” deve costituire un pilastro irrinunciabile di qualsiasi programma di governo del centrosinistra, definendolo una vera e propria “linea rossa” invalicabile.
Il confronto sull’Ucraina non è una novità nel panorama dell’opposizione italiana. Già nel gennaio 2026, in occasione del rinnovo del decreto sugli aiuti a Kyiv, la frattura era emersa con forza: il M5S aveva espresso resistenze significative, mentre sette senatori democratici avevano votato contro una risoluzione pentastellata che chiedeva di sospendere le forniture militari. Guerini aveva commentato quella votazione come “un segnale di metodo che non è accettabile”, aggiungendo che occorre smettere di tollerare “posizioni il cui unico intento è mettere in difficoltà l’alleato più grande”. Quelle parole, rimaste a lungo inascoltate nella dinamica del cosiddetto campo largo, trovano oggi una drammatica conferma nelle uscite di Patuanelli.
Le radici della divisione
La divergenza tra PD e M5S sulla questione ucraina affonda le radici in una visione del mondo profondamente differente. Il Movimento 5 Stelle, sin dall’inizio del conflitto nel febbraio 2022, ha mantenuto una posizione critica rispetto all’invio di armamenti a Kyiv, privilegiando la retorica della “pace subito” e del negoziato con Mosca. Patuanelli stesso ha più volte sostenuto che “bisogna dire basta al supporto militare” per aprire una finestra diplomatica, una postura che lo avvicina semmai alle sensibilità del centrodestra sovranista piuttosto che a quelle di un partito europeista e atlantista come il PD. Il capogruppo M5S al Senato ha peraltro dichiarato, con un certo cinismo politico, che “Elly Schlein la pensa come noi sulla politica estera, ma non puó dirlo perché ha i riformisti dentro”, una lettura che, qualunque sia il suo grado di veridicità, contribuisce ad avvelenare ulteriormente il clima interno ai democratici.
Il PD, dal canto suo, ha sempre cercato di tenere insieme le diverse anime che lo compongono, oscillando tra un atlantismo convinto, incarnato dalla corrente gueriniana, e spinte più pacifiste presenti in alcune frange della base e della dirigenza. Questa ambivalenza ha prodotto momenti di imbarazzo, come quando nelle elezioni europee del 2024 il partito aveva candidato Marco Tarquinio, ex direttore di “Avvenire” noto per posizioni contrarie all’invio di armi, finendo per alimentare le ambiguità che oggi Guerini vorrebbe definitivamente liquidare. La tensione interna ai democratici è dunque parte integrante del problema: prima ancora di convincere il M5S, la leadership del PD dovrebbe trovare una sintesi credibile al proprio interno.
Un governo impossibile?
Lo scenario di un governo PD-M5S regge difficilmente all’esame della realtà politica, e la questione ucraina ne è la dimostrazione più plastica. Un esecutivo di coalizione che non riesce a esprimere una posizione unitaria su un conflitto in corso alle porte dell’Europa, in un momento in cui l’intero continente è chiamato a ridefinire la propria architettura di sicurezza, sarebbe esposto a una crisi permanente, sia sul piano interno che su quello internazionale. I partner europei e atlantici dell’Italia osservano con attenzione crescente le posizioni dei partiti di opposizione, consapevoli che un eventuale cambio di governo a Roma potrebbe alterare gli equilibri della coalizione di sostegno a Kyiv.
L’ala riformista del PD, con Guerini in testa, non si limita a rivendicare una posizione di merito sulla guerra in Ucraina: solleva una questione di metodo e di coerenza programmatica. Come ha ricordato il presidente del Copasir, “immaginare che un’alleanza possa ballare sulla politica estera, sulla Difesa, sull’idea d’Europa, significa non essere all’altezza di ciò che il momento storico richiede”. Si tratta di una critica che va ben oltre il singolo dossier ucraino e investe la plausibilità stessa del campo largo come progetto politico strutturato, capace di offrire all’elettorato una visione coerente e governabile del Paese.
Le implicazioni per il sistema Italia
Al di là delle fibrillazioni interne ai partiti, la posta in gioco è la credibilità sistemica dell’Italia come attore internazionale. In una fase storica in cui l’Europa è impegnata a rafforzare le proprie capacità di difesa, a rivedere i meccanismi di finanziamento comune degli armamenti e a sostenere l’Ucraina in un negoziato che potrebbe ridisegnare i confini del continente, un governo che sospendesse unilateralmente gli aiuti militari a Kyiv si troverebbe isolato nei principali consessi europei, dall’Unione Europea alla NATO. Le conseguenze in termini di reputazione e di capacità negoziale sarebbero difficilmente reversibili nel breve periodo.
La dichiarazione di Patuanelli, per quanto possa sembrare una provocazione tattica destinata a rafforzare l’identità del M5S nel competitivo mercato elettorale del centrosinistra, finisce per radicare nella percezione pubblica l’idea che il campo largo sia un’alleanza che non puó permettersi la verità sui propri punti di disaccordo. La risposta di Guerini, al contrario, rappresenta il tentativo di imporre una chiarezza che finora è mancata: nessuna alleanza può sopravvivere a lungo se costruita sull’elusione sistematica delle questioni fondamentali, e la politica estera, in particolare la gestione di una guerra in Europa, è tra le più fondamentali che esistano. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
