Le parole di Paolo Crepet risuonano come un atto d’accusa nei confronti della società contemporanea. Commentando la tragedia di Catanzaro, lo psichiatra individua nella “solitudine totale” il vero nodo irrisolto del Paese: una condizione diffusa, trasversale, che travalica il singolo episodio e diventa chiave interpretativa di un disagio collettivo sempre più evidente.
Non si tratta, chiarisce Crepet, di una solitudine fisica, ma emotiva. È il sentirsi soli anche in mezzo agli altri, incapaci di intercettare uno sguardo autentico, una parola non filtrata, una presenza concreta. È una forma di isolamento subdola, che spesso si nasconde dietro vite apparentemente ordinarie, come nel caso della donna protagonista della tragedia calabrese, descritta come riservata e devota, ma evidentemente priva di una rete relazionale capace di intercettare il suo disagio.
Al centro della riflessione emerge il paradosso della contemporaneità: una società iperconnessa digitalmente e, al contempo, desertificata sul piano umano. La frase “tutti sui social e zero relazioni umane” sintetizza una trasformazione profonda, in cui le piattaforme digitali hanno progressivamente sostituito – anziché integrare – le relazioni reali. Secondo Crepet, i social media hanno costruito un’illusione di prossimità, fatta di contatti, follower e interazioni superficiali, che non reggono il peso della sofferenza autentica. L’amicizia virtuale diventa così una scorciatoia emotiva, incapace di offrire quella complessità fatta di silenzi, presenza e responsabilità condivisa.
Questo scenario colpisce in particolare le nuove generazioni, immerse in una dimensione di connessione permanente ma spesso prive di punti di riferimento reali. Giovani costantemente online, ma incapaci di individuare un interlocutore quando il disagio si fa concreto. Per Crepet, si tratta di una “solitudine bestiale”, in cui la quantità di contatti non corrisponde alla qualità dei legami.
A pesare è anche il declino dell’amicizia come valore strutturante della vita sociale. L’amicizia, intesa come legame profondo, richiede tempo, dedizione e capacità di sostenere l’altro senza giudizio. Un investimento emotivo che appare sempre più raro in un contesto dominato dall’immediatezza e dalla semplificazione delle relazioni. La perdita di questa dimensione espone gli individui a un isolamento che, nei casi più estremi, può trasformarsi in incapacità di elaborare il dolore.
La riflessione di Crepet assume così una dimensione più ampia, chiamando in causa famiglie, istituzioni e comunità. Il problema non è confinato alla sfera privata, ma riguarda l’intero tessuto sociale, sempre meno capace di intercettare segnali di fragilità. Anche all’interno delle famiglie, la convivenza è spesso frammentata da schermi e mondi paralleli, che riducono le occasioni di dialogo autentico.
La “solitudine totale” diventa quindi il sintomo di una società anaffettiva, più attenta alla performance e alla visibilità che alla qualità delle relazioni. Una società che gestisce dati e connessioni, ma fatica a gestire emozioni e vulnerabilità. In questo contesto, il dolore rischia di essere privatizzato, confinato in percorsi individuali che arrivano troppo tardi o non arrivano affatto.
Il monito di Crepet non si limita alla denuncia, ma invita a una ridefinizione delle priorità culturali. Se la solitudine è il vero problema, la risposta non può che passare attraverso il recupero delle relazioni autentiche: amicizia, presenza, ascolto. Elementi che non possono essere delegati alla tecnologia, ma che richiedono un impegno concreto, quotidiano, collettivo. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
