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Spagna, Sánchez copia Meloni: migranti in Mauritani e Marocco

L’Europa accelera sui centri migranti nei Paesi terzi mentre la Spagna valuta l’opzione Mauritania. Tra deterrenza e diritti, il modello divide e apre nuovi scenari nella gestione dei flussi.

La gestione dei flussi migratori verso l’Europa entra in una nuova fase, segnata dalla crescente diffusione del modello dei “return hubs”, centri di identificazione e rimpatrio collocati in Paesi terzi. Dopo l’accordo siglato dall’Italia con l’Albania nel 2023, l’ipotesi di esternalizzare parte delle procedure d’asilo fuori dai confini dell’Unione sta guadagnando terreno tra diversi governi europei. Anche la Spagna di Pedro Sánchez si muove in questa direzione, intensificando i contatti con Mauritania e Marocco.

Almeno dodici Paesi extra Ue si sarebbero detti disponibili a ospitare queste strutture: tra questi Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda ed Etiopia, oltre a Uzbekistan, Armenia e Montenegro sul versante orientale. L’interesse coinvolge diverse capitali europee, dalla Germania alla Grecia, passando per Austria, Danimarca e Paesi Bassi, questi ultimi già vicini a un’intesa con l’Uganda. Il principio è quello di alleggerire la pressione migratoria sull’Europa trasferendo una parte delle procedure in territori considerati “sicuri”, secondo i criteri stabiliti dal nuovo Patto europeo su migrazione e asilo.

La Commissione guidata da Ursula von der Leyen ha definito il protocollo italo-albanese una soluzione “innovativa”, purché siano rispettati i diritti fondamentali. La logica è deterrente: scoraggiare le partenze irregolari rendendo più complesso e meno certo l’accesso diretto al territorio europeo. In parallelo, l’introduzione di procedure accelerate per l’esame delle domande d’asilo dovrebbe ridurre i tempi di permanenza dei richiedenti, distinguendo più rapidamente tra chi ha diritto alla protezione e chi deve essere rimpatriato.

Il modello non è privo di criticità. Precedenti esperienze, come l’accordo tra il Regno Unito e il Rwanda, hanno sollevato dubbi sulla tutela dei diritti umani e sulla sostenibilità economica, fino a generare contenziosi e costi elevati per Londra. Anche in contesti ritenuti più stabili, come l’Egitto, persistono aree di fragilità che impongono cautela nella definizione di “Paese sicuro”.

Nel frattempo Madrid adotta una strategia articolata. Ufficialmente mantiene una posizione prudente sui return hubs, ma sul piano operativo rafforza la cooperazione bilaterale con Rabat e Nouakchott per contenere i flussi verso le Canarie. Parallelamente, il governo ha recentemente regolarizzato circa 500mila migranti senza documenti, riconoscendo il ruolo strutturale della manodopera straniera, che rappresenta una quota significativa della forza lavoro nazionale.

Il coinvolgimento della Mauritania appare sempre più centrale. Il Paese nordafricano, già destinatario di circa 210 milioni di euro negli ultimi anni, si sarebbe offerto di ospitare nuovi centri in cambio di ulteriori risorse. Una proposta che Madrid sta valutando con attenzione, anche alla luce del calo degli sbarchi registrato recentemente, pari a circa il 60%.

Resta tuttavia aperto il nodo delle garanzie. Le operazioni di controllo condotte lungo le rotte atlantiche sono state oggetto di critiche da parte di organizzazioni non governative, che denunciano presunti abusi nei confronti dei migranti intercettati. Un elemento che rischia di complicare ulteriormente un equilibrio già delicato tra esigenze di sicurezza, gestione dei flussi e rispetto dei diritti fondamentali. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!