Nel nuovo passaggio dell’inchiesta sul delitto di Chiara Poggi, il clima che emerge attorno alla famiglia della vittima è descritto come apertamente conflittuale nei confronti degli investigatori. Secondo quanto riferito dal quotidiano La Repubblica, dall’apertura del nuovo fascicolo fino al deposito degli atti, passando per i verbali e le più recenti dichiarazioni testimoniali di Marco Poggi, fratello di Chiara, gli inquirenti avrebbero registrato un atteggiamento di netta ostilità da parte dei Poggi verso la Procura di Pavia e il Comando provinciale dei carabinieri di Milano, impegnati nel tentativo di rileggere l’omicidio del 13 agosto 2007.
Il nodo più delicato, sempre secondo La Repubblica, riguarda proprio la posizione assunta da Marco Poggi, indicato come figura centrale nella ricostruzione del possibile movente e protagonista di una linea ritenuta dagli investigatori fortemente sbilanciata in favore di Andrea Sempio, l’amico indagato. Nelle carte, questa postura difensiva viene descritta come una costante maturata dentro e fuori la villetta di via Pascoli, fino a tradursi in una contrapposizione pubblica già manifestata in diverse apparizioni televisive della famiglia, annotate dagli investigatori come segnale del muro eretto contro chi sta cercando di dare una nuova lettura giudiziaria del caso.
Dietro le quinte dell’inchiesta, scrive La Repubblica, affiorerebbe l’amarezza di magistrati e carabinieri per quelli che vengono letti come tentativi di armonizzare i racconti, correggere i ricordi e perfino cercare interlocuzioni a livelli istituzionali superiori per fermare o depotenziare il lavoro degli inquirenti pavesi. In questo quadro si inserisce anche la scelta di non convocare in tribunale i genitori di Chiara, Giuseppe e Rita Poggi. Una decisione che, secondo la ricostruzione riportata, sarebbe maturata dopo che già nel marzo dell’anno precedente gli investigatori avrebbero preso atto di un rapporto ritenuto anomalo tra la parte offesa e Angela Taccia, amica e avvocata del presunto assassino della ragazza. Una commistione giudicata incompatibile con un percorso lineare di acquisizione testimoniale.
Il momento più teso emerge però dal verbale del 20 maggio di un anno fa, quando la pm Giuliana Rizza e i marescialli del Nucleo investigativo si recano a Mestre per sentire Marco Poggi sui movimenti nella casa di Andrea Sempio nel giorno in cui viene portata alla luce l’impronta 33. È in quella occasione che, sempre secondo La Repubblica, il confronto si irrigidisce fino a diventare quasi insanabile. Marco Poggi si lamenta apertamente del metodo dell’interrogatorio e arriva a rivolgere agli investigatori questa frase, riportata integralmente negli atti: «Io capisco che fate il vostro lavoro, cioè, però in questa situazione mi state influenzando». Una battuta che fotografa il livello di diffidenza raggiunto. Poco dopo, di fronte a uno scambio di appunti dall’altro lato della scrivania, aggiunge: «Non so cosa rispondere, perché se do una risposta poi questo scrive», per poi sbuffare e completare il suo sfogo con un’altra frase riportata per intero: «non riesco neanche a finire la frase».
La contrarietà della famiglia Poggi all’indagine, sempre stando alla ricostruzione del quotidiano, non si esaurisce nei verbali. Giuseppe Poggi, parlando ai microfoni Mediaset, si spinge a chiamare in causa i vertici dell’Arma con un appello diretto al «capo dei carabinieri della Regione Lombardia», accusando la sezione Omicidi di aver trattato lui e i suoi familiari «come se fossero dei delinquenti» per il prelievo notturno della spazzatura effettuato alla ricerca di eventuali tracce. Nelle sue parole, riportate da La Repubblica, quell’attività investigativa sarebbe stata il segno di «qualcosa di non chiaro e limpido». Sulla stessa linea la madre di Chiara, Rita Poggi, che sempre davanti alle telecamere afferma: «Non si capisce bene le persone che ci sono attorno, c’è qualcosa di non chiaro, che non ci quadra». Parole che, nel quadro delineato, certificano una rottura profonda tra la famiglia della vittima e chi conduce il nuovo filone investigativo.
A rendere ancora più pesante il clima, secondo La Repubblica, ci sarebbe stato anche il suggerimento attribuito a un alto magistrato di presentare un esposto alla Procura generale di Milano per censurare l’operato della Procura di Pavia e del procuratore Fabio Napoleone, fino a ipotizzare una possibile avocazione del fascicolo. Un’ipotesi che, se letta nella prospettiva degli inquirenti, rafforzerebbe l’idea di una pressione esterna esercitata per ostacolare l’inchiesta. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
