In Italia la ricchezza non è soltanto concentrata: è sempre più anziana. Il patrimonio nazionale continua ad accumularsi nelle fasce mature della popolazione, mentre le generazioni più giovani entrano nella vita adulta con redditi più fragili, carriere discontinue, minore accesso alla casa e una capacità di risparmio molto più debole rispetto ai loro genitori e nonni.
Il dato, già noto agli economisti da anni, ha assunto nelle ultime settimane una nuova rilevanza dopo la pubblicazione della Relazione annuale della Banca d’Italia sul 2025, presentata il 29 maggio 2026. Palazzo Koch conferma che la ricchezza netta delle famiglie italiane ha raggiunto a fine 2025 i 12.326 miliardi di euro, pari a 8,5 volte il reddito disponibile. Il dato aggregato, preso da solo, racconta un Paese patrimonialmente ricco. Ma appena si guarda alla distribuzione per età e per classi di ricchezza, emerge un quadro molto meno rassicurante: l’Italia è ricca soprattutto perché una parte rilevante del patrimonio è immobilizzata nelle mani delle generazioni più anziane.
Secondo le elaborazioni diffuse da Banca d’Italia e riprese dal dibattito pubblico, tra il 1991 e il 2022 la quota di famiglie con persona di riferimento sotto i 36 anni è scesa dal 16 al 6 per cento. Nello stesso periodo, le famiglie con persona di riferimento oltre i 65 anni sono aumentate fino al 28 per cento. Ma il punto più rilevante non è soltanto demografico: è patrimoniale. La quota di ricchezza detenuta dalle famiglie più anziane è quasi raddoppiata, arrivando al 32 per cento, mentre quella delle famiglie più giovani è crollata dal 13 al 4 per cento.
Il fenomeno è ancora più netto se si guarda ai dati divulgati da analisi indipendenti su base Banca d’Italia: gli over 65 controllano circa il 40 per cento della ricchezza nazionale, mentre agli under 40 resta una quota intorno al 9 per cento. La fotografia è quella di un Paese in cui il patrimonio cresce, ma non si rinnova; aumenta, ma non circola; si accumula, ma non alimenta abbastanza mobilità sociale.
Il patrimonio cresce, ma non per tutti
Nel 2025 la ricchezza finanziaria lorda delle famiglie italiane è cresciuta del 7,4 per cento, avvicinandosi ai 6.500 miliardi di euro. A spingere l’aumento sono state soprattutto la rivalutazione delle azioni e delle partecipazioni in imprese residenti in Italia, insieme alla tenuta del patrimonio immobiliare. Anche il valore delle abitazioni è cresciuto, sostenuto dall’aumento dei prezzi degli immobili e dei canoni di locazione.
Questi numeri, però, rischiano di produrre un equivoco: non indicano necessariamente un miglioramento diffuso del benessere economico. La rivalutazione degli asset premia chi già possiede case, titoli, partecipazioni societarie e strumenti finanziari. Penalizza invece chi deve ancora acquistare casa, costruire risparmio, accedere a un mutuo o entrare stabilmente nel mercato del lavoro.
È qui che il divario generazionale diventa strutturale. Le generazioni nate nel secondo dopoguerra hanno potuto accumulare patrimonio in un contesto caratterizzato da maggiore crescita economica, salari reali più dinamici, mercato immobiliare più accessibile, debito pubblico in espansione e sistemi pensionistici più generosi. Le generazioni successive, in particolare chi è nato dagli anni Ottanta in poi, si sono trovate davanti un’economia a bassa crescita, salari stagnanti, maggiore precarietà, carriere discontinue e prezzi delle abitazioni cresciuti molto più dei redditi.
Il risultato è un Paese dove l’età conta sempre di più nel determinare la ricchezza. Una persona anziana non è ricca per definizione, e sarebbe scorretto trasformare il tema in una contrapposizione morale tra giovani e anziani. Ma è altrettanto evidente che il sistema economico italiano ha prodotto una distribuzione patrimoniale fortemente sbilanciata a favore delle coorti più mature.
Giovani con meno reddito, meno casa, meno risparmio
La distanza tra generazioni non riguarda soltanto il patrimonio accumulato. Tocca tre leve fondamentali della vita economica: lavoro, casa e risparmio.
Sul lavoro, gli under 40 pagano il prezzo di due decenni di bassa produttività. L’Italia è uno dei Paesi europei in cui i salari reali hanno mostrato le maggiori difficoltà di crescita nel lungo periodo. La debolezza dei redditi da lavoro riduce la capacità di accantonare risparmio, limita l’accesso al credito e rende più difficile trasformare il reddito corrente in patrimonio.
Sul fronte immobiliare, la frattura è ancora più evidente. Per le generazioni oggi anziane, l’acquisto della casa è stato spesso il principale canale di accumulazione patrimoniale. Per molti giovani, invece, la casa è diventata un obiettivo ritardato o irraggiungibile, soprattutto nelle grandi città, dove l’aumento dei prezzi e degli affitti assorbe una quota crescente del reddito. Chi non riceve aiuti familiari parte con uno svantaggio enorme.
Infine c’è il tema del risparmio. Banca d’Italia osserva che la capacità di risparmiare si è deteriorata soprattutto tra i nuclei a più basso reddito. Questo elemento è decisivo: senza risparmio non si costruisce patrimonio, senza patrimonio non si affrontano shock economici, senza margini finanziari non si investe in formazione, mobilità, impresa o previdenza complementare.
La grande stagione delle eredità
Nei prossimi vent’anni l’Italia entrerà in una delle più grandi stagioni di trasferimento patrimoniale della sua storia recente. Le stime citate nel dibattito economico parlano di oltre 6.000 miliardi di euro destinati a passare di mano attraverso eredità, donazioni e successioni familiari. Alcune elaborazioni indicano una cifra intorno ai 6.460 miliardi tra il 2025 e il 2045.
Questo passaggio potrebbe avere due effetti opposti. Da un lato, potrebbe sostenere i consumi, favorire l’accesso alla casa e offrire a una parte delle generazioni più giovani la base patrimoniale che il mercato del lavoro non è riuscito a garantire. Dall’altro, potrebbe ampliare ulteriormente le disuguaglianze, perché eredita di più chi nasce in famiglie già patrimonializzate.
È il punto più delicato dell’intero dossier. L’eredità, in un Paese con bassa mobilità sociale, rischia di diventare il principale ascensore economico. Ma un ascensore che non parte dal merito, dal lavoro o dalla produttività: parte dal cognome, dalla famiglia di origine, dal patrimonio immobiliare accumulato dai genitori e dai nonni.
Banca d’Italia osserva che i figli con titolo di studio elevato provenienti da famiglie istruite beneficerebbero di un aumento maggiore del proprio patrimonio rispetto agli altri gruppi. In altre parole, il trasferimento intergenerazionale potrebbe non correggere le distanze: potrebbe consolidarle. Le famiglie già avvantaggiate trasmetteranno non solo ricchezza, ma anche capitale culturale, reti sociali, accesso all’informazione finanziaria e capacità di investimento.
Il nodo politico: pensioni, produttività e giovani
Dentro questo quadro si inseriscono le dichiarazioni e le posizioni pubbliche di Michele Boldrin, economista e segretario di ORA!, tornato al centro del dibattito nel confronto con Angelo Bonelli al Pulp Podcast del 4 maggio 2026. Il punto sollevato da Boldrin è netto: il problema italiano non può essere letto soltanto come questione di tassazione dei ricchi, ma come crisi strutturale di crescita, produttività e allocazione della spesa pubblica.
Nelle tesi programmatiche di ORA!, il ragionamento è esplicito: il sistema previdenziale italiano avrebbe generato forti disuguaglianze generazionali, perché negli ultimi quindici anni gli over 65 avrebbero visto crescere il reddito netto più di altre fasce, mentre i lavoratori più giovani versano contributi elevati e rischiano pensioni future molto meno generose. Il movimento guidato da Boldrin collega direttamente il tema delle pensioni a quello dei salari: se una quota troppo ampia delle risorse pubbliche e contributive viene assorbita dalla spesa previdenziale, resta meno spazio per ridurre il costo del lavoro, investire in produttività, sostenere istruzione, innovazione e capitale umano.
È una posizione destinata a dividere. Per una parte dell’opinione pubblica, toccare la spesa pensionistica significa colpire diritti acquisiti e fasce potenzialmente vulnerabili. Per Boldrin e per l’area liberal-riformista che lo sostiene, invece, il punto non è ridurre le pensioni basse, ma rendere il sistema più sostenibile, meno favorevole ai trattamenti medio-alti e più coerente con la crescita reale dell’economia.
La proposta di ORA! prevede una riforma dei meccanismi di indicizzazione: tutela piena per le pensioni fino alla soglia di povertà, rivalutazione progressivamente decrescente per gli importi superiori e collegamento dell’adeguamento annuale non soltanto all’inflazione, ma anche alla crescita dei salari e del PIL reale. In sintesi: le pensioni non dovrebbero crescere più velocemente della base economica che le finanzia.
Una frattura che non si risolve con lo slogan “giovani contro anziani”
La tentazione politica è trasformare il problema in uno scontro tra generazioni. Sarebbe un errore. Molti anziani italiani non sono affatto ricchi: vivono con pensioni basse, aiutano figli e nipoti, sostengono economicamente famiglie intere e suppliscono alle carenze del welfare. Allo stesso tempo, non tutti i giovani sono poveri: chi nasce in famiglie abbienti può contare su trasferimenti, case, rendite e reti protettive.
La vera frattura è più profonda: passa tra chi possiede patrimonio e chi non lo possiede; tra chi erediterà e chi no; tra chi può permettersi di rischiare e chi resta intrappolato nella necessità di sopravvivere mese per mese. L’età è un indicatore importante, ma non basta. Il problema italiano è l’incrocio tra gerontocrazia patrimoniale, bassa crescita e scarsa mobilità sociale.
Per questo la stagione delle eredità può diventare un bivio storico. Se il patrimonio trasferito verrà usato solo per conservare rendite immobiliari, finanziare consumi privati e proteggere posizioni acquisite, il Paese resterà bloccato. Se invece verrà accompagnato da politiche capaci di favorire investimento produttivo, istruzione, mobilità abitativa, previdenza complementare e riduzione del cuneo fiscale sui giovani, potrà diventare una leva di riequilibrio.
Il fisco successorio: il grande rimosso italiano
Nel confronto internazionale, l’Italia ha un’imposizione successoria molto leggera. Le aliquote sono basse, le franchigie elevate e la base imponibile immobiliare spesso legata a valori catastali inferiori ai valori di mercato. Questo rende il sistema italiano particolarmente favorevole alla trasmissione familiare della ricchezza.
Il tema è politicamente esplosivo. Ogni proposta di riforma dell’imposta di successione viene immediatamente descritta come un attacco alla casa, alla famiglia o al risparmio. Eppure, in un Paese in cui il lavoro è molto tassato e la ricchezza ereditata molto meno, la domanda è inevitabile: è sostenibile continuare a finanziare il welfare e il bilancio pubblico soprattutto su chi produce reddito, lasciando quasi intatti i grandi trasferimenti patrimoniali?
La risposta non è semplice. Una patrimoniale mal disegnata può deprimere investimenti, generare fuga di capitali e colpire patrimoni illiquidi. Ma ignorare il problema significa accettare che il destino economico di un giovane dipenda sempre di più dalla famiglia in cui nasce. Il punto non è punire il risparmio, ma impedire che l’eredità diventi il principale criterio di accesso alla sicurezza economica.
L’Italia rischia una società ereditaria
Il dato più preoccupante non è che gli anziani abbiano accumulato ricchezza. È che i giovani non riescano più ad accumularla attraverso il lavoro. Una società in cui il patrimonio arriva soprattutto per successione è una società meno dinamica, meno meritocratica e meno propensa all’innovazione. Chi non eredita resta indietro; chi eredita può permettersi casa, formazione, impresa, rischio e tempo.
È qui che la questione economica diventa democratica. Se le nuove generazioni percepiscono che il lavoro non basta più a costruire una vita autonoma, la fiducia nelle istituzioni si indebolisce. Se il merito conta meno del patrimonio familiare, la mobilità sociale si blocca. Se il welfare tutela più il passato che il futuro, il patto tra generazioni si incrina.
La ricchezza italiana è enorme, ma è spesso ferma: nelle case, nei conti, nelle partecipazioni familiari, nei patrimoni non sempre orientati alla crescita. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare una parte di questa ricchezza in capitale produttivo, opportunità, salari migliori e maggiore autonomia per chi oggi ha meno di quarant’anni.
La scelta dei prossimi vent’anni
L’Italia si trova davanti a una decisione cruciale. Può lasciare che il grande trasferimento patrimoniale avvenga in modo spontaneo, riproducendo le disuguaglianze esistenti. Oppure può governarlo, costruendo un nuovo equilibrio tra tutela degli anziani, opportunità per i giovani e sostenibilità dei conti pubblici.
Servono politiche coerenti: meno tasse sul lavoro giovane e qualificato, più investimenti in produttività, istruzione tecnica e universitaria, maggiore accesso alla casa, sviluppo della previdenza complementare, revisione selettiva delle agevolazioni fiscali, lotta alle rendite improduttive e un dibattito serio sulla tassazione delle grandi eredità.
Il punto non è togliere agli anziani per dare ai giovani. Il punto è evitare che l’Italia diventi definitivamente una società in cui la ricchezza si eredita più di quanto si costruisca. Perché un Paese in cui ai giovani restano soltanto le “briciole” non è solo ingiusto: è un Paese che ha smesso di investire sul proprio futuro. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
