L’estate meteorologica è terminata da quasi un mese, quella astronomica ha lasciato spazio all’autunno da alcuni giorni, ma l’atmosfera continua a muoversi secondo dinamiche decisamente fuori stagione. Il caldo atteso sull’Italia tra la fine di settembre e l’avvio di ottobre non riguarderà soltanto pianure, coste e città: la massa d’aria mite coinvolgerà l’intera colonna atmosferica, spingendosi fino alle quote più elevate e portando lo zero termico su livelli tipici della piena estate.
È proprio questo il dato più preoccupante della nuova fase anticiclonica. Dopo una stagione calda già durissima per neve e ghiacciai, sulle montagne italiane torneranno temperature positive fino a circa 4.000 metri, con valori ancora superiori sulle Isole Maggiori. Un’anomalia che non si limita a rendere più miti le giornate in quota, ma che può incidere sulla stabilità dei versanti, sul ciclo dell’acqua e sulle riserve idriche naturali.
Zero termico oltre i 4.000 metri tra il 28 e il 29 settembre
Lo zero termico indica la quota alla quale, nella libera atmosfera, la temperatura raggiunge gli 0 °C. Quando questo livello sale molto, significa che l’aria mantiene valori positivi anche a quote particolarmente elevate. Tra lunedì 28 e martedì 29 settembre lo zero termico è previsto attorno ai 4.000 metri su gran parte dell’Italia, mentre tra Sardegna e Sicilia potrà raggiungere i 4.200-4.300 metri.
Si tratta di altezze eccezionali considerando il periodo dell’anno. Sulle Alpi la soglia degli 0 °C verrà collocata al di sopra di numerose cime, lasciando temperature positive praticamente lungo tutto il profilo montano. Sugli Appennini, invece, persino le vette più elevate rimarranno molto al di sotto dello zero termico, in un ambiente atmosferico più vicino all’estate che all’inizio dell’autunno.
L’aspetto più significativo è però la persistenza del fenomeno. Non sarà necessariamente una fiammata limitata a poche ore: valori prossimi ai 4.000 metri potranno ripresentarsi anche nei primi giorni di ottobre, prolungando l’esposizione dell’alta montagna a condizioni termiche fortemente anomale.
Pioggia al posto della neve anche sulle cime più alte
Con uno zero termico così elevato cambia anche la natura delle eventuali precipitazioni. Al di sopra dei 3.500 metri, dove con una massa d’aria più fredda potrebbe nevicare, la precipitazione può presentarsi sotto forma di pioggia o neve molto bagnata. La quota dello zero termico non coincide esattamente con quella delle nevicate, ma quando raggiunge i 4.000 metri la possibilità di accumulare nuova neve si riduce drasticamente persino sulle cime alpine.
La pioggia sulla neve già presente può inoltre accelerare la fusione del manto, aumentandone il contenuto d’acqua e riducendone stabilità e consistenza. L’acqua liberata viene trasferita rapidamente verso valle, raggiungendo torrenti, bacini montani e corsi d’acqua in tempi più brevi rispetto a quanto accadrebbe con una precipitazione nevosa.
In presenza di fenomeni intensi, questa dinamica può favorire un aumento improvviso del deflusso, l’erosione dei terreni e una maggiore instabilità dei versanti. Il rischio diventa più rilevante nei settori dove neve residua, ghiaccio, detriti e pareti rocciose sono già stati indeboliti dai ripetuti cicli di fusione e rigelo. Non significa che nei prossimi giorni si verificheranno automaticamente frane o piene, ma che l’ambiente montano si troverà in una condizione di maggiore vulnerabilità qualora arrivassero precipitazioni abbondanti.
Ghiacciai sotto pressione dopo un’estate eccezionale
Il nuovo rialzo termico arriva al termine di una stagione particolarmente pesante per l’alta montagna. Valori estremi dello zero termico avevano cominciato a manifestarsi già nella seconda metà di maggio e, durante gran parte dell’estate, le temperature in quota erano rimaste su livelli molto elevati. I ghiacciai hanno così affrontato lunghi periodi di fusione, spesso senza una copertura nevosa sufficiente a proteggerne il ghiaccio vivo dalla radiazione solare.
Alla fine di settembre il bilancio diventa ancora più delicato. Con notti più lunghe e un’irradiazione solare meno intensa rispetto a luglio e agosto, l’alta montagna dovrebbe gradualmente avvicinarsi alla fase fredda. Uno zero termico attorno ai 4.000 metri, invece, prolunga la stagione della fusione e ritarda il ritorno di condizioni favorevoli alla conservazione della neve.
Le conseguenze non riguardano soltanto il paesaggio alpino. Neve e ghiacciai funzionano come riserve naturali: trattengono l’acqua durante la stagione fredda e la rilasciano progressivamente nei mesi successivi. Se le precipitazioni cadono come pioggia anziché come neve e la fusione procede più velocemente, una quantità maggiore d’acqua defluisce subito, mentre diminuisce quella disponibile nei periodi asciutti.
Le previsioni meteo vengono elaborate a partire dai dati forniti dai modelli internazionali ECMWF e GFS, successivamente verificati e interpretati dalla redazione di www.newsroomitalia.it
