Veneto, Scoperto un immenso lago sotterraneo: è grande come il Garda

Un gigantesco “lago” nascosto sotto il Nord Italia: è grande quasi quanto il Garda e potrebbe cambiare il futuro di un intero territorio.

Nel sottosuolo compreso tra Cavarzere e Chioggia, nella parte meridionale della provincia di Venezia, una grande falda di acqua a bassissima salinità risulta protetta dall’avanzata del mare grazie a una poderosa barriera naturale di argilla e limo. L’area interessata si estenderebbe per quasi 30mila ettari, una superficie paragonabile a quella del Lago di Garda. La scoperta potrebbe assumere un’importanza strategica per un territorio esposto alla siccità e alla risalita del cuneo salino, ma non autorizza ancora a considerare questa risorsa immediatamente disponibile per l’irrigazione o per il consumo umano.

L’immagine di un immenso “lago sotterraneo” è efficace, ma deve essere spiegata correttamente. Sotto la pianura veneziana non è stata individuata una gigantesca cavità piena d’acqua, con rive e una superficie libera come quelle di un lago. Si tratta invece di un sistema acquifero: l’acqua occupa gli spazi presenti tra sabbie e sedimenti permeabili, mentre uno spesso strato meno permeabile la separa dalla falda superiore. Secondo Lorenzo Frison, ingegnere del Consorzio di bonifica Adige Euganeo e responsabile del progetto SWAMrisk per l’ente, la struttura individuata tra il bacino di Buoro, nel Comune di Cavarzere, e Punta Gorzone, nel territorio di Chioggia, avrebbe un’estensione prossima ai 30mila ettari.

Tradotti in chilometri quadrati, 30mila ettari corrispondono a circa 300 chilometri quadrati. Il Lago di Garda copre invece una superficie di circa 368 chilometri quadrati: il paragone riguarda dunque soltanto l’estensione orizzontale, pari a poco più dell’80 per cento di quella gardesana, e non la quantità complessiva d’acqua presente nel sottosuolo. Al momento non è stato comunicato un volume attendibile della riserva, né sarebbe corretto sostenere che contenga la stessa quantità d’acqua del maggiore lago italiano.

La ricostruzione nasce dalle indagini del progetto europeo SWAMrisk, acronimo di “Subsurface Water Monitoring and Management to Prevent Drought Risk in Coastal Systems”. L’iniziativa, avviata il 1° aprile 2024 e in conclusione il 30 settembre 2026, dispone di un budget complessivo di 2.194.420 euro e coinvolge quattro partner italiani e quattro croati. Le aree pilota sono il territorio compreso tra la Laguna di Venezia e il delta del Po, sul versante italiano, e il delta della Neretva, in Croazia: zone costiere accomunate dalla crescente esposizione alla siccità, all’innalzamento del livello marino e alla contaminazione salina delle falde.

I dati decisivi sono arrivati dai pozzi piezometrici realizzati a Buoro e Punta Gorzone. A Chioggia sono stati eseguiti due carotaggi, uno spinto fino a circa 12-15 metri e il secondo fino a 35 metri. Le perforazioni hanno intercettato due corpi acquiferi distinti, ospitati prevalentemente all’interno di livelli sabbiosi e separati da uno strato di argille e limi compatti spesso più di dieci metri. Questo livello prende il nome di “acquitard”: non è il lago sotterraneo, come potrebbe suggerire una lettura semplificata, ma una formazione geologica a bassa permeabilità, capace di rallentare fortemente il passaggio dell’acqua e delle sostanze disciolte da una falda all’altra.

Sandra Donnici, prima ricercatrice del Consiglio nazionale delle ricerche, ha spiegato che questi sedimenti si sarebbero formati, in parte in ambiente marino e in parte durante periodi di emersione, tra circa 22mila e 10mila anni fa. Proprio la loro scarsa permeabilità avrebbe impedito all’acqua salata penetrata nella falda superficiale di raggiungere rapidamente quella più profonda, preservando una riserva con caratteristiche molto diverse.

La differenza rilevata tra i due livelli è notevole. Nell’acquifero superiore la concentrazione di sale arriva a circa 14 grammi per litro attorno ai sette metri di profondità: un valore inferiore ai circa 35 grammi per litro tipici dell’acqua marina, ma già fortemente dannoso per numerose colture e capace, nel tempo, di compromettere struttura e fertilità dei terreni. Nel pozzo più profondo, tra 28 e 35 metri, è stata invece trovata acqua con una concentrazione salina di circa un grammo per litro. È questo il risultato più importante delle indagini: mentre la falda superficiale appare pesantemente raggiunta dall’intrusione marina, quella sottostante conserva un’acqua molto meno salata grazie alla protezione dell’acquitard.

La concentrazione di un grammo per litro, tuttavia, non basta da sola per definire quell’acqua potabile, né per stabilire che possa essere prelevata senza limitazioni. Per valutare un eventuale utilizzo servono analisi chimiche e microbiologiche complete, una stima del volume effettivamente immagazzinato, la conoscenza dei tempi di ricarica e soprattutto il calcolo della quantità estraibile senza alterare l’equilibrio della falda. Un prelievo eccessivo potrebbe abbassare la pressione sotterranea, favorire la discesa dell’acqua salata negli strati più profondi e aggravare la subsidenza, cioè il progressivo abbassamento del terreno.

È lo stesso Luigi Tosi, dirigente di ricerca del CNR, ad avere sottolineato che il passo successivo consiste nel capire se e come gli acquiferi ancora protetti possano essere utilizzati senza produrre nuovi problemi. Questa prudenza è particolarmente importante lungo la costa veneziana, dove alcune porzioni di territorio si trovano fino a quattro metri sotto il livello del mare. In condizioni di siccità, con fiumi meno ricchi d’acqua dolce e falde sottoposte a forti prelievi, la pressione esercitata dal mare diventa relativamente maggiore e il cuneo salino può avanzare lungo i corsi d’acqua e all’interno dei sedimenti sotterranei.

Per osservare questi processi nel tempo, nei pozzi sono state installate centraline destinate a misurare livello dell’acqua, temperatura e conducibilità elettrica, parametro strettamente collegato alla quantità di sali disciolti. I risultati confluiscono in HydroCloud, la piattaforma digitale realizzata nell’ambito di SWAMrisk per raccogliere, confrontare e rappresentare i dati idrologici e idrogeologici delle aree pilota italiane e croate. Lo strumento consente di elaborare mappe di rischio utili a ricercatori, amministrazioni e soggetti responsabili della gestione delle acque, trasformando le misurazioni sul campo in indicazioni operative per il territorio. La piattaforma e le strategie del progetto sono state presentate durante gli incontri tenuti a Venezia il 10 e l’11 settembre 2026.

Le informazioni raccolte potrebbero inoltre contribuire alla progettazione delle opere necessarie per fermare la risalita dell’acqua marina. Tra gli interventi indicati dall’ANBI figurano lo sbarramento antintrusione sul fiume Brenta, fermo da tempo per carenza di finanziamenti, e un bacino di accumulo a Ca’ Bianca di Chioggia, progettato per contenere circa 210mila metri cubi d’acqua dolce e garantire una riserva irrigua stimata in una quindicina di giorni. Si tratta di infrastrutture distinte dalla falda profonda, ma i dati di SWAMrisk potrebbero aiutare a stabilire dove e come intervenire, evitando che le opere producano effetti indesiderati sul fragile equilibrio tra acque dolci e saline.

La scoperta, dunque, non risolve automaticamente il problema della siccità nel Veneto meridionale e non mette a disposizione un serbatoio da sfruttare liberamente. Dimostra però che, sotto una falda superficiale già gravemente compromessa dal sale, esiste un sistema più profondo che conserva acqua molto meno salina e che potrebbe estendersi per centinaia di chilometri quadrati. Il suo valore dipenderà dalla quantità realmente disponibile, dalla qualità complessiva dell’acqua e dalla capacità di proteggerla da prelievi eccessivi: proprio la barriera naturale che l’ha preservata per millenni potrebbe essere compromessa da una gestione imprudente. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!