Non si tratta più soltanto di un’anomalia oceanica destinata a rimanere confinata nel Pacifico. Alla fine di settembre 2026 El Niño sta crescendo con una velocità eccezionale, alimentato contemporaneamente dal riscaldamento delle acque superficiali, da un’enorme riserva di calore in profondità e dall’indebolimento degli alisei. Le osservazioni indicano che oceano e atmosfera sono ormai pienamente accoppiati, mentre le previsioni stagionali collocano il momento di massima intensità tra novembre e dicembre, proprio all’ingresso dell’inverno meteorologico.
L’espressione “Super El Niño” non rappresenta una categoria ufficiale: NOAA e Organizzazione Meteorologica Mondiale parlano di evento “molto forte”. Il termine viene però utilizzato per descrivere gli episodi più estremi, nei quali il riscaldamento del Pacifico tropicale riesce a modificare profondamente la circolazione atmosferica globale. Quello del 2026 potrebbe entrare in questa ristrettissima categoria e, secondo alcuni scenari, avvicinarsi a valori mai raggiunti nelle serie storiche moderne.
Il Pacifico orientale corre, ma ogni valore va letto correttamente
Le elaborazioni oceaniche più recenti individuano nell’estremo Pacifico equatoriale orientale scarti superficiali locali superiori a 6 °C rispetto alla media. Questi picchi, tuttavia, riguardano porzioni circoscritte dell’oceano e non devono essere confusi con la temperatura media dell’intera area utilizzata per misurare El Niño.
Nel bollettino del 10 settembre, la NOAA indicava per agosto un’anomalia di +3,4 °C nella regione Niño 1+2, quella più vicina alle coste di Perù ed Ecuador, di +2,5 °C nella regione Niño 3 e di +1,8 °C nella più rappresentativa regione Niño 3.4. Molto più contenuto, pari a +0,1 °C, risultava invece il valore della regione Niño 4, collocata nel Pacifico centro-occidentale. La distribuzione del calore mostra quindi un evento fortemente concentrato verso Est, ma in rapida espansione.
Ancora più significativo è il MEI, l’indice multivariato che non considera soltanto la temperatura marina, ma combina pressione atmosferica, venti, nuvolosità e stato dell’oceano. Nel bimestre luglio-agosto 2026 ha raggiunto +2,5, il valore più alto mai registrato per questo periodo dall’inizio della serie NOAA nel 1979. Nello stesso bimestre il Super El Niño del 1997 si era fermato a +2,2, quello del 1982 a +1,9 e l’evento del 2015 a +1,8. Non sono gradi centigradi, ma un indicatore della forza complessiva raggiunta dal sistema oceano-atmosfera.
Sotto la superficie si trova il vero motore dell’evento
La parte più impressionante del fenomeno si sviluppa nei primi 200 metri dell’oceano, dove una potente onda di Kelvin sta trasportando verso Est un’enorme quantità di acqua calda. In profondità sono state rilevate anomalie diffuse superiori a 10 °C, accompagnate da un termoclino molto più profondo del normale nel Pacifico orientale. Ciò significa che le acque fredde riescono a risalire con maggiore difficoltà lungo le coste sudamericane, permettendo alla superficie di riscaldarsi ulteriormente.
Il processo viene alimentato dalle raffiche di vento occidentale che attraversano il Pacifico equatoriale in direzione opposta rispetto agli alisei normalmente dominanti. Tra luglio e agosto 2026 una vasta porzione del Pacifico occidentale e centrale ha registrato, nella ricostruzione ERA5 degli ultimi 86 anni, le più forti anomalie dei venti occidentali osservate per questo periodo. Il conseguente cedimento degli alisei ha spinto verso Est l’acqua calda accumulata nel Pacifico occidentale, facendo aumentare anche il contenuto termico fino a circa 300 metri di profondità.
Le previsioni ECMWF indicano la prosecuzione di queste anomalie dei venti tra la fine di settembre e ottobre. Finché questa configurazione resterà attiva, l’onda di Kelvin continuerà ad avanzare e a emergere verso la superficie, fornendo ulteriore energia a El Niño. Nel Pacifico occidentale sta contemporaneamente comparendo un raffreddamento relativo, conseguenza dello spostamento verso Est delle acque più calde e della risalita di quelle profonde.
Il picco tra novembre e dicembre, poi un lento indebolimento
Gli scenari ECMWF e le elaborazioni multimodello concentrano il culmine dell’evento tra novembre e dicembre 2026. Alcune proiezioni mensili dell’indice relativo superano la soglia di +3 °C, un livello che, qualora venisse confermato dalle osservazioni, risulterebbe senza precedenti nel confronto storico utilizzato. Nel Pacifico orientale potrebbero contemporaneamente comparire nuclei locali con anomalie superficiali superiori a 7 °C.
È però fondamentale distinguere una previsione da un record già acquisito. Il dato osservato eccezionale riguarda per ora il MEI di luglio-agosto e alcune componenti della circolazione atmosferica; il possibile superamento dei precedenti El Niño durante l’inverno rimane ancora uno scenario modellistico.
L’ultima previsione ufficiale NOAA offre una misura più rigorosa dell’incertezza. Per il trimestre ottobre-dicembre 2026 il valore mediano del RONI, l’indice oceanico relativo calcolato su tre mesi, è pari a +2,67 °C, con una fascia probabilistica del 90% compresa tra +2,12 e +3,23 °C. La probabilità che venga raggiunta o superata la soglia di +2,5 °C, classificando l’episodio come storico rispetto agli eventi osservati dal 1950, è stimata al 75%.
Dopo il massimo di fine anno è previsto un progressivo ridimensionamento: la mediana del RONI scenderebbe a +2,27 °C nel trimestre dicembre-febbraio, +1,26 °C tra febbraio e aprile e +0,38 °C tra aprile e giugno 2027. L’indebolimento non sarà quindi immediato e gli effetti atmosferici potranno continuare anche dopo il picco oceanico. L’Organizzazione Meteorologica Mondiale assegna una probabilità prossima al 100% alla persistenza di El Niño sia tra settembre e novembre 2026 sia durante il trimestre dicembre 2026-febbraio 2027.
La circolazione globale sta già reagendo
Il riscaldamento del Pacifico ha spostato verso Est le principali aree di convezione tropicale: piogge e moti ascendenti risultano più intensi tra il Pacifico centrale e orientale, mentre l’attività atmosferica viene soppressa sull’Indonesia. Questa redistribuzione modifica la cella di Walker e può generare un’onda atmosferica quasi stazionaria, capace di condizionare per mesi la posizione delle grandi aree di alta e bassa pressione.
Gli effetti più diretti sono attesi sul Nord America. La configurazione tipica degli episodi estremi favorisce una profonda circolazione depressionaria sul Pacifico settentrionale e un robusto promontorio anticiclonico tra Canada, Stati Uniti settentrionali e Grandi Laghi. La corrente a getto tende così a dividersi: il ramo subtropicale diventa più attivo sugli Stati Uniti meridionali, dove aumentano le occasioni per perturbazioni e temperature relativamente più basse, mentre il Canada meridionale e gli Stati Uniti settentrionali risultano più esposti a condizioni miti.
Europa e Italia, cosa può accadere davvero durante l’inverno
Per l’Europa il collegamento con El Niño è più indiretto e meno stabile rispetto al Nord America. La ricostruzione dei quattro precedenti episodi estremi mostra una maggiore tendenza alla bassa pressione sul Nord Atlantico e a correnti occidentali miti dirette verso il continente. Lo scenario stagionale di fondo favorisce quindi temperature superiori alla media su buona parte dell’Europa continentale durante l’inverno 2026-2027.
Questo segnale non consente però di annunciare un inverno costantemente caldo, né tantomeno l’assenza di neve in Italia. Una media stagionale positiva può comprendere settimane molto miti intervallate da irruzioni fredde, nevicate e bruschi cambiamenti. La distribuzione delle precipitazioni sul Mediterraneo dipenderà inoltre dall’oscillazione nord-atlantica, dalla posizione del vortice polare, dagli eventuali blocchi anticiclonici e dalla formazione di depressioni mediterranee: elementi che non possono essere definiti con precisione a diversi mesi di distanza.
Anche l’entità del record richiede cautela. In un clima globale più caldo, le anomalie assolute della superficie oceanica possono risultare più elevate rispetto al passato; per questo NOAA utilizza il RONI, che confronta il Pacifico equatoriale anche con il riscaldamento complessivo delle fasce tropicali. Un El Niño eccezionalmente intenso aumenta la probabilità di determinate configurazioni atmosferiche, ma non garantisce automaticamente che ogni regione sperimenti gli effetti tipici osservati negli episodi precedenti.
Le previsioni meteo vengono elaborate a partire dai dati forniti dai modelli internazionali ECMWF e GFS, successivamente verificati e interpretati dalla redazione di www.newsroomitalia.it
