Il 2026 si apre con un doppio spettacolo cosmico: due espulsioni di massa coronale (CME) provenienti dal Sole sono dirette verso la Terra e impatteranno il nostro campo magnetico tra il 3 e il 4 gennaio. Si tratta di un evento significativo dal punto di vista sia scientifico che visivo, con la possibilità concreta di osservare aurore boreali a latitudini insolitamente basse. Allo stesso tempo, però, il fenomeno solleva qualche preoccupazione per gli effetti potenziali sulle infrastrutture tecnologiche, specialmente in orbita.
Le due CME in questione si sono originate da brillamenti solari di intensità diversa: il primo, più potente, è stato un flare di classe M7 registrato il 31 dicembre; il secondo, di classe C6, è stato emesso il giorno successivo. Nonostante la differenza d’intensità, è la traiettoria della seconda espulsione a renderla particolarmente rilevante: centrata in modo più diretto verso la Terra, essa potrebbe amplificare l’impatto geomagnetico complessivo in concomitanza con l’arrivo della prima.
Secondo il NOAA, l’agenzia statunitense per l’osservazione oceanica e atmosferica, l’interazione tra le CME e il campo magnetico terrestre dovrebbe generare tempeste geomagnetiche di categoria G2. Si tratta di eventi classificati come “moderati” nella scala NOAA (che va da G1 a G5), ma comunque in grado di causare effetti misurabili: disturbi temporanei nelle comunicazioni radio ad alta frequenza, fluttuazioni nei sistemi di navigazione GPS, interferenze nei segnali satellitari e correnti indotte nelle linee elettriche ad alta tensione, in particolare alle alte latitudini.
Dal punto di vista scientifico e culturale, l’aspetto più affascinante di queste tempeste resta però la possibilità di osservare aurore polari più diffuse e luminose. Le tempeste G2 possono spingere l’oval aurorale ben oltre le regioni artiche, permettendo osservazioni anche in zone insolitamente temperate del Canada, degli Stati Uniti settentrionali e dell’Europa centrale. Non è escluso che, in condizioni di cielo sereno e bassa inquinamento luminoso, anche alcune aree del Nord Italia possano essere sfiorate dal fenomeno.
Tuttavia, se il pubblico potrà godersi lo spettacolo celeste, gli operatori del settore spaziale dovranno restare all’erta. Le particelle energetiche solari possono danneggiare i componenti elettronici a bordo dei satelliti o aumentare il rischio di malfunzionamenti nei sistemi di navigazione e comunicazione. Per questo, le agenzie spaziali e le compagnie di telecomunicazioni monitorano costantemente l’attività solare, attivando misure di mitigazione quando necessario.
L’attività solare, che segue un ciclo di circa 11 anni, si sta avvicinando al suo massimo, previsto proprio tra il 2025 e il 2026. In questo contesto, eventi come quello di inizio anno diventeranno probabilmente sempre più frequenti, rendendo indispensabile un monitoraggio accurato e una maggiore consapevolezza pubblica sui fenomeni di origine solare.
In attesa dell’arrivo delle CME, resta solo da alzare gli occhi al cielo: il Sole, con la sua potenza millenaria, è pronto a regalare uno spettacolo naturale raro e affascinante. Che sia una danza di luci verdi sull’orizzonte o una sfida per le nostre tecnologie, il 2026 inizia con un promemoria chiaro: siamo ancora profondamente connessi alle dinamiche del nostro sistema stellare. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
