Negli Stati Uniti torna a incrinarsi una delle certezze più recenti dell’apparato militare: la piena integrazione delle donne nei ranghi combattenti. A dieci anni dalla storica decisione del Dipartimento della Difesa di aprire ogni posizione alle soldatesse (inclusi i reparti d’élite e le forze speciali) il Pentagono ha avviato una revisione tecnica dell’efficacia operativa delle donne nei ruoli di combattimento diretto. La mossa, resa pubblica negli ultimi giorni, ha già acceso un acceso dibattito tra sostenitori della parità di genere e fautori di una rigorosa meritocrazia fisica nelle forze armate.
Il compito di valutare in modo indipendente le performance è stato affidato all’Institute for Defense Analyses, think tank con sede in Virginia e legami storici con il mondo della sicurezza nazionale. Il focus della revisione sarà duplice: da un lato l’analisi delle prestazioni atletiche e operative durante esercitazioni ad alta intensità, dall’altro la verifica dell’impatto dell’integrazione di genere sulla coesione delle unità, sulla reattività e sulla capacità di affrontare scenari di guerra complessi.
A riaccendere l’attenzione su questi temi sono state anche le recenti dichiarazioni di Pete Hegseth, figura di spicco della destra americana e voce influente nell’area della difesa. Hegseth ha sollevato dubbi sulla compatibilità tra inclusione di genere e massima efficienza operativa, sottolineando la necessità di “standard fisici rigorosi” e lasciando intendere che, laddove i dati evidenziassero un calo delle prestazioni, non si esiterebbe a riconsiderare la presenza femminile nei ruoli più esposti.
L’annuncio arriva in un contesto culturale e politico più ampio, dove alcune delle riforme promosse dall’amministrazione Obama sembrano oggi oggetto di riesame. In particolare, la scelta del Pentagono appare come un possibile preludio a un ripensamento parziale delle politiche di reclutamento adottate nell’ultimo decennio, con un ritorno a criteri selettivi basati sulla “letalità” e sull'”efficacia sotto pressione” come parametri fondamentali per l’accesso a certi ruoli.
Non si tratta, almeno per ora, di un provvedimento esecutivo né di un divieto formale. Ma il solo fatto che la discussione venga riaperta a livello istituzionale segna un cambio di tono significativo rispetto agli ultimi anni. Da un lato, resta forte la pressione di chi rivendica il diritto delle donne a servire in qualunque posizione, in nome di un’uguaglianza sostanziale che tenga conto del merito individuale. Dall’altro, prende piede il pensiero secondo cui in tempo di guerra la priorità non può che essere l’efficacia assoluta, anche a costo di sacrificare parte delle conquiste sociali ottenute sul fronte della parità.
Mentre si attende l’esito della valutazione tecnica, il dossier resta aperto e sensibile. Il suo impatto potrebbe estendersi ben oltre l’ambito militare, riattivando una frattura che attraversa la società americana tra esigenze di inclusione e richiami all’efficienza strategica, tra equità e selezione. Una linea sottile che, oggi come ieri, resta al centro della definizione stessa di “servizio alla nazione”. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
