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Iran, Dove sono le piazze ora? Il silenzio dei “manifestanti di professione” mentre i giovani iraniani muoiono per la libertà

Mentre in Iran i giovani sfidano il regime pagando con la vita, le piazze europee tacciono. Un silenzio assordante che smaschera l’attivismo selettivo e chiama a scegliere da che parte stare.

C’è un silenzio che pesa più di mille slogan. È il silenzio delle piazze europee e italiane, un tempo affollate da manifestazioni “pro-pal” di ogni genere, oggi improvvisamente vuote mentre in Iran i giovani scendono in strada sapendo che potrebbero non tornare a casa. È un silenzio che interroga le coscienze, soprattutto di chi ha fatto dell’attivismo un’abitudine rituale e selettiva.

Da giornalista conservatore, e da europeo, non posso che esprimere un sostegno pieno e convinto alle rivolte dei giovani persiani contro la dittatura islamica che li opprime. Qui non siamo davanti a una contesa ideologica da campus universitario o a una protesta “a costo zero”. Qui siamo davanti a ragazzi e ragazze che urlano libertà mentre affrontano proiettili, torture, impiccagioni sommarie. Urlano libertà, ma anche qualcosa di ancora più profondo: la loro identità. Non vogliono più essere definiti solo come “iraniani” dal regime; rivendicano la loro storia millenaria, la loro cultura, il loro essere Persiani.

E allora la domanda è inevitabile: dove sono oggi quei manifestanti professionisti che occupavano le piazze di Europa e dell’Italia per cause spesso lontane, complesse, talvolta strumentalizzate? Dove sono ora che c’è da manifestare seriamente, senza bandiere di partito, senza like facili, senza la protezione di una polizia democratica? Dove sono ora che le organizzazioni non governative parlano di circa duecento morti, mentre le fonti dell’opposizione denunciano numeri ben più drammatici, con oltre duemila vittime in appena quarantotto ore?

Il coraggio dei giovani persiani mette a nudo l’ipocrisia occidentale. Ci siamo abituati a scegliere le vittime “giuste”, le cause “comode”, le rivoluzioni che non disturbano equilibri geopolitici o interessi economici. Ma la libertà non è à la carte. O la si difende sempre, o la si tradisce. E oggi la libertà ha il volto scoperto di una ragazza che rifiuta il velo imposto, di un ragazzo che grida il nome della Persia sapendo che potrebbe essere l’ultimo.

Non serve odio, non serve fanatismo, non serve retorica violenta. Serve chiarezza morale. Stare dalla parte del popolo persiano significa riconoscere che quella terra non coincide con il regime che la governa. Significa sostenere una civiltà antica che chiede di tornare padrona del proprio destino. Significa anche chiedere conto, con rispetto ma con fermezza, a chi in Occidente ha trasformato la protesta in un hobby ideologico, dimenticando il valore reale del sacrificio.

È tempo di scegliere da che parte stare. Non con le ambiguità diplomatiche, non con il silenzio imbarazzato, ma con una solidarietà chiara e pubblica. È tempo di stare vicino al popolo persiano, di dare voce a chi rischia tutto per essere libero. È tempo, senza vergogna e senza paura, di dire: “Make Iran Persia Again“. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!