Nel gennaio scorso, la missione congiunta NASA-SpaceX è rientrata prematuramente sulla Terra, segnando un evento senza precedenti nei 65 anni di volo umano nello Spazio: la prima evacuazione medica d’emergenza mai registrata in orbita. L’episodio, gestito con discrezione fino a poche settimane fa, è stato reso pubblico dai protagonisti stessi durante la loro prima apparizione dopo il rientro, gettando nuova luce su un alleato silenzioso che ha fatto la differenza in una situazione critica: l’ecografo portatile.
Non è ancora stata rivelata l’identità dell’astronauta colpito né la natura esatta della patologia che ha messo in allerta il centro di controllo. Tuttavia, il comandante in seconda Mike Fincke ha raccontato che il 7 gennaio, a bordo della capsula, l’equipaggio si è trovato ad affrontare un problema medico improvviso e potenzialmente grave. Una condizione sufficiente a costringere NASA e SpaceX a cancellare la prevista attività extraveicolare (EVA) e ad anticipare il rientro dell’equipaggio, originariamente previsto per febbraio.
Fincke ha sottolineato come, in assenza delle sofisticate tecnologie diagnostiche disponibili sulla Terra, l’ecografo miniaturizzato a bordo abbia rappresentato l’unica finestra clinica possibile sul corpo dell’astronauta in difficoltà. “È stato decisivo. Non avevamo altre opzioni”, ha spiegato. Il dispositivo ha permesso di valutare rapidamente lo stato interno del paziente, fornendo al team medico a Terra dati fondamentali per la decisione di rimpatrio.
A bordo si trovavano quattro astronauti: la comandante Zena Cardman, Mike Fincke, il giapponese Kimiya Yui e il cosmonauta russo Oleg Platonov. Erano stati lanciati in orbita cinque mesi e mezzo prima dalla Florida per una missione che avrebbe dovuto durare sei mesi. La scelta di annullare l’EVA – che sarebbe stata la prima per la Cardman – e di interrompere in anticipo la permanenza sulla Stazione Spaziale Internazionale, è stata definita dalla stessa comandante “la scelta giusta”. Una decisione condivisa unanimemente, a dimostrazione di quanto la tutela della salute resti la priorità assoluta anche in contesti operativi estremamente complessi.
Il caso ha messo sotto i riflettori una delle sfide più delicate delle future missioni di lunga durata: la medicina d’emergenza nello Spazio profondo. L’ecografo portatile, sviluppato per funzionare in microgravità, ha confermato la sua efficacia anche in condizioni estreme, senza il supporto diretto di personale medico a bordo. Kimiya Yui ha ricordato quanto l’addestramento ricevuto prima del lancio sia stato determinante per l’utilizzo corretto dello strumento. Gli astronauti non sono medici, ma devono essere pronti a diventarlo.
Fincke, con la sua esperienza pluriennale, ha lanciato una proposta chiara: “Un ecografo portatile dovrebbe essere standard su ogni veicolo spaziale con equipaggio”. Non è solo una raccomandazione, ma un cambio di paradigma nella progettazione delle missioni. In vista dei viaggi verso la Luna e Marte, dove il ritorno rapido sulla Terra non sarà possibile, la medicina autonoma a bordo non sarà un’opzione, ma una necessità strutturale.
Nel frattempo, l’equipaggio si trova a Houston per il periodo di recupero, mentre la NASA accelera i preparativi per il lancio del prossimo equipaggio previsto per metà febbraio. La rotazione è fondamentale per garantire la piena operatività della Stazione Spaziale, ma è anche un’opportunità per integrare quanto appreso da questo episodio. Lo Spazio rimane un ambiente ostile, imprevedibile, in cui la tecnologia – anche quella più compatta – può fare la differenza tra la vita e la morte. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
