L’ultima settimana di gennaio 2026 verrà ricordata come una delle più gelide dell’ultimo decennio nell’emisfero boreale. Un’imponente irruzione di aria artica ha colpito contemporaneamente vasti territori di Russia, Stati Uniti e Canada, dando origine a un’ondata di gelo dalle caratteristiche eccezionali per estensione, durata e intensità. I dati confermati dalle principali agenzie meteorologiche internazionali delineano un quadro climatico critico, segnato da anomalie termiche negative diffuse e temperature che, in alcune aree, hanno toccato soglie estreme, prossime ai −50 °C, aggravate da un wind chill letale.
In Russia, le temperature medie di gennaio si sono attestate intorno a −7,4 °C, con uno scarto negativo di circa −2,6 °C rispetto alla norma climatologica trentennale. L’intensificazione del gelo nella seconda metà del mese ha coinvolto gran parte del territorio, dalla Russia europea fino alla Siberia, dove si sono registrati i valori più bassi. A Mosca, il 26 gennaio, le temperature si aggiravano intorno a −9 °C, con minime notturne in ulteriore calo e cielo sereno, condizione che ha favorito una maggiore dispersione termica notturna. Particolarmente significativa l’entità delle nevicate nella penisola della Kamchatka, dove si sono accumulati oltre 80 cm di neve fresca in sole 48 ore, con fenomeni blizzard localizzati.
Negli Stati Uniti, l’evento ha assunto le dimensioni di una vera emergenza nazionale. Un’ampia massa d’aria artica, spinta da un flusso meridiano anomalo, ha invaso il Midwest, il Nordest e parte degli stati centrali. Secondo il National Weather Service, oltre il 60% della popolazione statunitense è stata esposta a temperature inferiori a −10 °C, con punte locali scese sotto i −20 °C. La concomitante presenza di una tempesta invernale – definita “life-threatening” dagli esperti del NOAA – ha causato estesi blackout, ghiaccio sulle infrastrutture e oltre una decina di vittime. Le condizioni estreme si sono protratte per diversi giorni, ostacolando i soccorsi e aggravando la pressione sul sistema energetico, con picchi di domanda elettrica record nei principali stati colpiti.
Il Canada è stato il Paese dove il gelo ha raggiunto la massima intensità. Tra Saskatchewan e Manitoba si sono toccati valori reali prossimi ai −50 °C, mentre il wind chill – calcolato secondo l’indice canadese – ha fatto percepire temperature prossime ai −55 °C, soglia considerata a rischio immediato per l’esposizione cutanea non protetta. In Ontario, l’irruzione fredda tra il 23 e il 25 gennaio ha portato a condizioni di gelo estremo, con temperature percepite stimate intorno ai −32 °C anche nelle aree urbane. Tra il 24 e il 25 gennaio, sono stati registrati oltre 400 voli cancellati o ritardati nei principali scali dell’est canadese, mentre diverse scuole e uffici pubblici hanno sospeso le attività.
Dal punto di vista dinamico, l’evento è riconducibile a un profondo indebolimento del vortice polare stratosferico, che ha innescato un pattern troposferico favorevole alla discesa di aria artica verso latitudini insolite. La configurazione barica ha mostrato una netta spinta anticiclonica sull’Artico centrale, associata a un’anomala ondulazione meridiana della corrente a getto, che ha agito da canale per il trasporto di masse d’aria gelide verso sud.
Questa ondata di gelo, tra le più severe del decennio, conferma ancora una volta quanto la variabilità del vortice polare possa avere impatti sincroni e devastanti su scala intercontinentale. Sebbene si tratti di un fenomeno meteorologico riconducibile alla variabilità naturale, la sua frequenza e la sua estensione pongono interrogativi crescenti sul ruolo delle alterazioni climatiche in atto e sulla crescente vulnerabilità delle infrastrutture moderne agli eventi estremi. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
